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Il “caso” Marsannay o del modo di definire un cru

Non ha forse avuto adeguato rilievo la recente notizia che alla denominazione borgognona Marsannay AOP sono stati (finalmente!) riconosciuti 14 vigneti a Premier Cru (l’iter si concluderà entro un paio d’anni), peraltro corrispondenti a ben il 58% della superficie vitata dell’intera denominazione: la qual cosa ha fatto alzare più di un sopracciglio, poiché in Francia certe attribuzioni non avvengono a cuor leggero.

Eppure l’evento avrebbe dovuto a vario titolo interessare i numerosi appassionati di Borgogna del Bel Paese: sia perché c’è il rischio che i prezzi dei vini di Marsannay, fino ad oggi non ancora fuori dalla grazia di Dio, a breve seguano allegramente il trend rialzista; e poi in quanto la regione, non a torto, rappresenta l’archetipo del concetto di valorizzazione del terroir.

Sulla base di questa mitologia (tale non per il valore intrinseco dell’assunto, bensì per la leggerezza con cui se ne discute) vi sono amatori tra il sofisticato e il modaiolo che rimproverano alla massa dei produttori italiani una incapacità ad esaltare le caratteristiche “di territorio”, ma non hanno ben presente cosa ciò significhi, non immaginano cosa ciò comporti dal punto di vista normativo, tecnico-agronomico ed enologico, nonché di mercato, e tanto meno si pongono il problema di studiare i tentativi nostrani di emulazione (mi si passi la definizione) dell’esempio francese. Magari varrebbe la pena di rifletterci un po’ sopra, invece.

Intanto, QUALE esempio? In Borgogna il cru è un vigneto di cui nessuno discute l’unicità espressiva, nel senso che può produrre uve e vini che si pregiano di essere qualcosa di più e di diverso da quanto proviene magari solo dal filare accanto. E ciò sulla scorta di una tradizione di qualità plurisecolare, di una conoscenza puntuale della geologia dei suoli e dei microclimi, di valutazioni ponderate e comparate (SENZA VERGOGNA E SENZA REMORE NELL’URTARE CHICCHESSIA, in caso di bisogno) da parte di esperti la cui autorità nessuno si sogna di eccepire.

In Alsazia dovrebbe essere lo stesso, ma la più recente definizione dei confini dei Grand Cru e la limitazione all’uso nel loro ambito di un SOLO singolo vitigno (tra quattro principali) ha fomentato una litigiosità che cova sotto la cenere. Né aiuta ai fini della chiarezza “espositiva”, ovvero per la percezione da parte del pubblico della qualità dei vini, che un certo cru possa essere un paradiso per il Riesling e magari una iattura per il Pinot Gris. Vi sono poi tipologie (vendange tardive e selection de grain nobles) la cui riuscita dipende un po’ troppo dall’andamento vendemmiale per potersi dire espressamente connessa al Grand Cru di provenienza. Ovvero: il concetto funziona, ma non siamo in Borgogna.

A Bordeaux, in tempi non sospetti, con le banchine ingombre di barriques in attesa di partire per il ricco mercato britannico, hanno risolto il problema con una sintesi mirabile: SE COSTA DI PIU’, VUOL DIRE CHE IL VINO E’ MEGLIO. Valutazione certo legata alla contingenza commerciale, ma che ha dimostrato mutatis mutandis di resistere bellamente alla prova del tempo per il Médoc. Anche perché, in tutte quelle denominazioni bordolesi nelle quali la classificazione dei cru viene periodicamente revisionata, le proteste e i ricorsi non si contano. D’altra parte, mi disse una volta Jean Grivot, eccellente  vigneron di Vosne-Romanée (cito): “Qui in Borgogna siamo artisti, a Bordeaux son bottegai”.

In Champagne, da maestri del marketing e con l’abitudine a far fare l’elastico ai confini dell’appellation a seconda delle esigenze di un mercato globale già in tempi non sospetti, hanno semplificato: Grand Cru è tutto il territorio di un comune, e poco importa se alcune vigne sono maggiormente in pianura o se l’esposizione non è la stessa. Tanto il termine mantiene il suo appeal in etichetta, l’attribuzione facilita la definizione dei prezzi delle uve,  e via così.

In Loira e nel Languedoc-Roussillon, con il lodevole proposito di semplificare un bailamme di denominazioni diversissime tra loro per le più diverse ragioni, cru E’ UNA DENOMINAZIONE INTERA (anche nel Beaujolais, dopo tutto). Ovvero, alcune appellations sono state scelte, STANTE UNA CONCLAMATA SUPERIORITA’ QUALITATIVA collettivamente riconosciuta, per fregiarsi di questo prestigioso “titolo”. Ciò ovviamente implica una capacità di fare sistema da noi costantemente invocata ma che non ci figuriamo nemmeno nei nostri sogni più sfrenati. Come esempio basti dire che nell’appellation Minervois-la-Liviniére del Languedoc, annualmente una commissione super partes individua i vini migliori, che rappresenteranno per quel millesimo la denominazione in tutte le degustazioni: a casa nostra sarebbe qualcosa di simile alla fantascienza.

Tutte queste diverse esperienze però sono accomunate da un concetto: si crea una GERARCHIA QUALITATIVA con lo scopo di qualificare un territorio e/o una denominazione nel suo complesso, e di semplificare la strategia commerciale. Questo approccio deve essere condiviso, altrimenti non funziona. Altrimenti appiccicare nomi in etichetta crea confusione senza costrutto.

E COME LA BORGOGNA RIESCE IN QUESTO INTENTO E’ ARCHETIPICO DI QUELLO CUI LE DENOMINAZIONI ITALIANE ASPIRANO, POICHE’ LA QUALITA’ DEI VINI ITALIANI DIPENDE IN LARGA MISURA DALL’INTERAZIONE VITIGNO-TERRITORIO E DALLA SENSIBILITA’ NELL’INTERPRETARLA. Ne abbiamo abbondanza di esempi. Detto che l’accuratezza esecutiva è condizione imprescindibile (e non parlo solo di cantina!!), estensive pratiche enologiche danno luogo a prodotti dalla qualità “rassicurante”, ben rispondenti a un modello di gusto che possiamo chiamare internazionale ma, mi sia concesso, meno emozionanti.

Lascio a futuri articoli le mie considerazioni in merito ad analoghi sforzi in ambito nazionale.

 

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