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Montefalco: autoanalisi impietosa di un fallimento critico personale

Come tutti sappiamo fin da tenerissima età, c’è una sensibile differenza tra i princìpi teorici e la realtà dei fatti.
In teoria si può attraversare non appena scatta il verde per i pedoni, senza nemmeno guardare. In pratica è meglio scrutare con attenzione i lati della strada; soprattutto a Roma, dove le fasi del semaforo sono considerate un suggerimento, un’indicazione generica, spesso soltanto una macchia di colore nell’arredo urbano.

Allo stesso modo un critico enologico – un critico in genere – è tenuto in linea teorica alla massima equidistanza nel giudizio.
È tenuto a mettere tra parentesi (a “revocare in forse”, direbbe Giampaolo Gravina) i suoi gusti e disgusti personali.
È tenuto a estromettere dal bilancio su un vino ogni aspetto inefficace e non rilevante, come i dati sul carattere del produttore (dando se occorre valutazioni lusinghiere a bottiglie di emeriti stronzi e attribuendone di modeste a vignaioli magari amici da decenni), come i dati sul livello medio di un’area produttiva, come lo storico di una casa vinicola, eccetera eccetera. È tenuto.

O meglio: sarebbe tenuto. Teoricamente. I casi di invasione e anzi straripamento delle proprie simpatie e antipatie nel campo della valutazione critica sono la regola, non l’eccezione. Soprattutto qui in terra italica.

Tutto questo ovvio cappello introduttivo per chiamarsene fuori virtuosamente? Manco per niente. Ammetto e confermo di essere a mia volta attraversato da poderose correnti carsiche di pregiudizi. Certi nomi, certe zone, certi vini mi stanno sui coglioni. Altri nomi, altre zone, altri vini mi stanno simpatici a prescindere.

La consapevolezza dell’esistenza di queste correnti richiede uno sforzo. Devo farle emergere alla luce, guardarle in faccia, dare loro un nome e un cognome. Devo prenderne le distanze: non frequentandole e non salutandole. Buongiorno e buonasera quando le incrocio, al massimo.

Quasi sempre mi riesce. (Poche) altre volte no. Ecco quindi l’ammissione di oggi – l’outing, direbbe uno più moderno di me – : non sono per niente obiettivo nei confronti dell’area di Montefalco. Da privato non ne bevo i vini, da addetto ai lavori non ne seguo l’evoluzione, non ne afferro la strategia produttiva di partenza, non ne ricostruisco un’immagine coerente. Per strategia produttiva di partenza mi riferisco a quella che un tempo era la nouvelle vague dei rossi “secchi”, dagli anni 90 del secolo scorso (mentre un tempo a quanto ne so con la scorbutica uva sagrantino si facevano solo vini dolci), e che oggi è ormai riassorbita nella classicità del posto.

Come dovrebbe essere chiaro dall’ampia premessa, non è un giudizio affidabile ma un mio problema personale, un mio limite. Colleghi molto più preparati – e obiettivi – di me mi segnalano da anni che i rossi di Montefalco crescono in precisione nelle estrazioni, in diversificazione stilistica, in eleganza: in qualità complessiva, insomma.
I più generosi si spingono a dare chances addirittura ai vecchi mammozzoni nerastri e aridi degli anni Novanta e Duemila, con misericordiose aperture di credito che recitano: “l’evoluzione in bottiglia ne ha riequilibrato i tannini”, “sono vini che hanno bisogno di decenni per esprimersi”, “dopo soli 22 anni il rovere si è abbastanza riassorbito”, e simili.

Io mi limito a prendere atto della mia ignoranza in materia “montefalchica” bevendo con particolare gusto un paio di bicchieri di Pomontino 2017 di Tenuta Bellafonte. Un rosso molto distante dal modello del passato che ho tratteggiato più sopra. Addirittura all’estremo opposto, sia nella declinazione stilistica che nella tecnica esecutiva: dove c’era materia bruta, senza disegno, qui c’è eleganza e allungo; dove c’era alla base un’uva concentrata e vinificata con tecniche di rinforzo estrattivo, qui c’è financo una fermentazione da uva a grappolo intero, “con acini non pressati”; dove dal bicchiere uscivano delle zanne tanniche che ti addentavano il palato, qui dal bicchiere esce un liquido profumato e aggraziato.

È arrivato il momento che anche una testa dura come la mia sdogani la terra di Montefalco: soprattutto come bevitore, eh.

 

One Comment

  • Francesco ha detto:

    Valgono per me le medesime considerazioni su Montefalco. Una zona di cui ho bevuto qualche bottiglia ma che ho abbandonato subito. I vini mi sono parsi privi di eleganza e finezza.

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