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Il silenzio delle vigne

Quando venne negli studi del Gambero Rosso Channel, che allora erano in Via delle Vigne Nuove in Roma, il celebre e celebrato produttore borgognone Laurent Ponsot fu un fiume in piena di aneddoti, citazioni colte e semi-colte, boutade(s), ammaestramenti assortiti: su viticoltura, vinificazione, affinamento, etichettatura, servizio dei vini, forme dei bicchieri, estimo, algebra, abigeato, repressione frodi, eccetera eccetera. Io lo intervistai per una rubrica televisiva che mi pare si chiamasse in maniera inattaccabile I protagonisti del vino, e faticai molto a tenerne a freno l’esuberanza. Durante la registrazione disse ad esempio che trovava sbagliatissimo condurre una qualsiasi vendemmia verde, “perché la pianta sa cosa vuole e cambiare le carte in tavola in corso d’opera è sleale”.

La sua brillante e a tratti torrentizia esposizione, tuttavia, non è il ricordo che più è rimasto nella mia memoria. Finita la registrazione, prima di salutarci, si immerse per un attimo in una trance nostalgica, in una sorta di meditazione profonda ma breve: “ora torno alle mie vigne. Sa cosa mi manca di più delle mie vigne? Il silenzio. Sì, d’accordo, l’aria pura, la bellezza del paesaggio, e tutte queste belle cose. Ma quando stai in vigna la cosa più struggente è il silenzio.”

Perché oggi riporto alla mente questo più che ventennale frammento della memoria? Perché ho bevuto ieri un rosso poco o per nulla noto, un rosso che viene da un’area molto appartata, lontana – fisicamente e concettualmente – dal rumore della vita che noi cittadini/polli di batteria conduciamo tutti i giorni.  È la misteriosa Liguria che si inerpica dalla costa iperturistica di Sanremo e Bordighera verso le Alpi – ancora italiche e poi francesi – delle terre del Rossese di Dolceacqua.

Dico misteriosa non perché sia sconosciuta ai bevitori esperti, anzi. Qui si fa un rosso ormai ampiamente riassorbito nella narrazione di ogni enosnob che si rispetti. Dico misteriosa perché, a differenza della maggior parte delle zone viticole, le vigne quasi non si vedono: quando si gira in auto per i fondo valle, i piccoli appezzamenti terrazzati che stanno in alta collina sono pressoché invisibili.

Non solo non si vedono, o quasi. Non ospitano suoni di sorta. Non ci torno da molti anni, ma rimasi colpito proprio dal silenzio di questi luoghi. Sarà perché ci sono stato alle tre e mezzo di notte? Forse. Scherzo, ovviamente. Saranno state le quattro almeno.

Il vino che ha destato questa composita serie di ricordi è il Rossese di Dolceacqua 2018 di una piccolissima azienda dalle parti di Perinaldo, condotta da Danila Pisano e Tino Amalberti. Lavorazioni caste, quasi monacali, semplicità assoluta dei gesti, regime biologico (vero) da vent’anni. Il risultato, nel Rossese cosiddetto “di annata”, è un vino di grande immediatezza, senza filtri: nel colore, trasparente e luminoso; nei profumi, poco intensi ma molto in fretta puliti dopo una iniziale velatura; nel gusto, tenero e franco, dai tannini delicati. Non ho profondità di annate bevute per poter dire se il carattere generale del vino, sul morbido e tenuemente dolce, dipenda dallo stile della casa o dalla vendemmia. Resta il fatto che il finale, appena salino, ne sostiene bene l’architettura generale.

Un vino che è un acquerello silenzioso e autentico.

 

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