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Verticale storica di Barolo Brunate Poderi Marcarini: ricordi buoni da qui alla fine del mondo

“Quello che mi ha sempre impressionato, nei Barolo dei Poderi Marcarini, va aldilà della pur apprezzabilissima cifra stilistica. È un concetto che potremmo tentare di racchiudere nella parola nudità, la quale non contempla in sé né essenzialità né pochezza. Niente di disadorno nei paraggi, insomma, tutt’altro. Sia nella austera, profonda dimensione strutturale di un Brunate, sia nell’elegante ricamo “in sottrazione” di un La Serra avrai a che vedere con espressioni diverse di nudità. Perché nudità è tutto ciò che non sembra toccato dalle confezioni, dagli orpelli e dalle sovrastrutture. Per esempio, quei vini che semplicemente riescono ad esprimersi per quello che sono, senza filtri. È la nudità come conquista, la nudità come traguardo. Ai vini di Marcarini appartiene la nudità; non so se per diritto acquisito o per suggestione solo mia, ma sento che gli appartiene”.

Ecco, riparto da qui, dall’incipit di un pezzo che scrissi qualche anno fa intitolandolo “Il diritto alla nudità”, attraverso il quale provai a raccontare la storia dei Poderi Marcarini. Perché ancora collima con il mio sentire e perché mi sembra il prologo ideale per annunciare il seguito. E poi perché avevo giusto questo in testa qualche giorno fa, quando sono tornato a La Morra per vivere una esperienza unica. Io ci ho pensato anche su, e avrei forse potuto girarci attorno con enormi ghirigori lessicali, però mi sono accorto che servono ben poche parole a commento, se non quelle che testimoniano la mia profonda gratitudine per essere stato reso partecipe di una circostanza rara, anzi rarissima, dal momento in cui da parecchi anni Marcarini non organizza più verticali.

Mi sono trovato davanti una sfilza di Barolo Brunate, dal 1978 in avanti, a toccare alcuni dei millesimi più importanti di Langa, con “inserzioni” illuminanti di La Serra, l’altro cru aziendale. Una carrellata che ci ha reso perfettamente il senso della vertigine emotiva, e allo stesso tempo è riuscita a scolpire il carattere dei singoli cru traguardandoli negli anni e lungo due epoche differenti: ante ’90, con l’ausilio di un vinificatore di razza che di nome faceva Elvio Cogno, e post ’90, con l’entrata in gioco e a pieno titolo di Luisa Marcarini, sesta generazione dei Marcarini all’opera.

Oggi siamo in compagnia di Andrea Marchetti, figlio di Luisa Marcarini e Manuel Marchetti, nonché giovane frontman aziendale assieme alla sorella Elisa, enologa, impegnata sul versante produttivo. È emozionato, si vede, ma decisamente contento: certe annate non le ha mai assaggiate neanche lui!

Due parole sui cru prima di iniziare: intanto vi insiste la stessa matrice geologica, tipica del versante di La Morra, ovvero marne blu di Sant’Agata, con l’anima calcarea che ammette venature sabbiose a La Serra, il quale, rispetto al Brunate e a parità di esposizione, sconta una maggiore altitudine. La fisionomia che ne discende è sensibilmente differente: elegantemente austero, solido, signorile e con voce da baritono il Brunate, che hai nei frutti scuri e nelle spezie, nella menta e nella coloritura silvestre alcuni dei suoi marker più rappresentativi, a fronte di una trama di bocca serrata ma fresca, e di una spina sapido-minerale che fa la differenza sul fronte della complessità; più aereo, sottile e delicatamente floreale La Serra, dove le altitudini e le sabbie vanno a propiziarne una silhouette longilinea, corredata da un garbo espositivo difficile da replicare altrove e in quelle forme.

Dopodiché non mi resta altro che affidare le parole ai vini, i quali un miracolo – fra i tanti –  l’hanno fatto: quello di togliertele, le parole. E’ con enorme fatica quindi che ho cercato di articolarci sopra dei pensieri; sicuramente non renderanno l’idea dell’atmosfera di quel giorno né del respiro di unicità a cui davvero non ci si abitua mai. Ma non è facile trovare la parole quando si è sopraffatti dalla bellezza.

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Barolo Brunate 1978

Cambia molto nel bicchiere, aromaticamente parlando, per poi rimanere splendidamente scolpito e definito se lo bevi. Da una parte hai terra, liquirizia e spezie scure, poi – a lasciarlo respirare – bacche e foglie macerate; in bocca è freschissimo, vivo, dalla grondante salinità: il timbro compunto e signorile del Brunate sta nel suo Dna e ci spalanca ai sensi archetipiche fascinazioni. Fantastico!

Barolo La Serra 1989

È un’eleganza eloquente la sua, che coinvolge tutto: i profumi, quanto mai seducenti, ingentiliti dalle spezie e dal fiore (sì, dal fiore), e il gusto, che coniuga in modo incantevole solennità e scorrevolezza. Vino sensuale, levigato, diffusivo e saporito fin nel profondo.  Infinito garbo.

Barolo Brunate 1990

Monumentale, fremente, lunghissimo, salino. Grande bocca e gran sapore, sapore che si infiltra, sapore che resta. Fra i più grandi Barolo dei ricordi miei, su suggestioni cangianti di sottobosco, cacao e spezie, un mare di spezie. Ti vibra dentro allungandosi a dismisura, mantenendo ritmo e adeguata tensione e rendendo la sua statura autorale  inarrivabile ai più.

Barolo Brunate 1996

Arcigno, potente, granitico, tipico esponente del millesimo ‘96 di Langa, è un vino intenso, vivo, con tannini a trama fitta, che impattano senza distendersi. Chissà se un giorno si concederà? Certo quel finale in odor di grafite resta a lungo.

Barolo La Serra 1997

Da un’annata contrassegnata dal calore e da una venerazione esagerata da parte della stampa di settore, soprattutto anglofona,  ecco un vino coerentemente dialettico. O meglio, apparentemente dialettico.  Perché alla sensazione matura ed eterea del comparto aromatico contrappone uno sviluppo più che convincente al gusto. Diciamo così, per comprenderlo al meglio ci sarebbe da iniziare dalla fine, ossia dal fondo del bicchiere, che ha un animo gentile, delicato, sottilmente evocativo, di spezie e piccole infiorescenze. E se la dinamica delle stagioni che contano gli viene a mancare, sta proprio in quel sottotraccia l’appiglio migliore per alimentare il desiderio di riprovarci.

Barolo Brunate 1999

Imperioso, signorile, balsamico (decisamente), sa di terra, frutti scuri, liquirizia. È fascinoso, austero, setoso, complesso. L’insondabile profondità del Brunate crea come un rimbombo e ti avvolge di senso. Non ne esci immune. È un grande conseguimento.

Barolo Brunate 2001

Sottobosco, terra, grip, un certo ardore alcolico, ma c’è qualcosa che evolve in fretta e un tannino che asciuga, segni di un tappo traditore che ha creato deviazioni subdole ma inequivocabili su una bottiglia potenzialmente importante.

Barolo Brunate 2004

Elegante, vellutato, in lui una grande disponibilità al dialogo: è colloquiale, garbato, progressivo nello sviluppo, seducente, saporito. In questa annata generosa emerge il lato più cordiale del cru. Davvero al top di beva.

Barolo Brunate 2006

L’ampiezza aromatica lascia i dettagli in subordine, c’è come una corolla eterea a gettarne in ombra i particolari. Eppure ne intuisci fin da subito l’incisività, la forza espressiva e il vigore, ciò che trova compimento in uno sviluppo segnato da un telaio tannico che ancora incalza e chiede tempo. Ma qui il futuro è vita.

Barolo Brunate 2010

Il lascito indelebile di un grande millesimo sta tutto qui, in questo bicchiere: integrità di frutto, saldezza strutturale, tannino delle grandi occasioni, portamento signorile, trasparenza espressiva, freschezza che richiama i succhi e stimola la voglia di berlo: un monumento al Barolo insomma, vibrante, sentimentale, bellissimo.

Barolo Brunate 2015

L’annata attualmente in commercio cambia etichetta e sottende una piccola rivoluzione: da qui in avanti il Brunate sarà ancor di più una selezione di vigna, ciò che ha comportato una significativa riduzione della produzione.

Il nuovo Brunate, forse complice l’annata calda, si presenta come “trasfigurato” nel verso dell’eleganza, un’eleganza che è quasi candore, sancita da una trama sorprendentemente sciolta e dinamica, da un tannino meno ruggente del solito e da un sale che rimette in vita i morti. Davvero bello, davvero elettivo.

Barolo La Serra 2016

Stesso discorso di cui sopra, il “nuovo” La Serra è frutto di una selezione in vigna  più spietata. Ma c’è di più, il “nuovo” La Serra è un vino davvero luminoso, di una finezza sopraffina, lì dove capacità di dettaglio e disinvoltura convivono armoniosamente. L’annata – ottima in Langa –  ci avrà pure messo del suo, ma che qui stia di casa il genius loci non me lo toglie dalla testa nessuno.

Degustazione effettuata in azienda nel mese di gennaio 2020

 

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