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Wien & Wein. Prima parte

Sono tornato a Vienna dopo molto tempo. Il nome italiano di questa città – quello vero è Wien – ha un suono speciale: musicale, femminile. Mi ricorda, tra le altre cose, la protagonista di Johnny Guitar, un western melodrammatico e barocco degli anni Cinquanta dove una tenutaria di saloon dal passato ambiguo e dal cuore spezzato, interpretata da Joan Crawford, indossa vestiti mozzafiato e impugna la pistola. Indimenticabile e flamboyant. Non c’è invece nulla di flamboyant nella città di Vienna, elegante, colta, neoclassica capitale mitteleuropea, curata e ordinata, fascinosa e raffinata, eletta più volte come città modello per la qualità della vita.

Sono tornato in alcuni luoghi che già conoscevo ma che non rivedevo da molti anni, da quando, ancora studente universitario, gironzolavo per i musei della città. Eccomi al Kunsthistoriches Museum in Maria-Theresien-Platz con la scultura dell’imperatrice che accoglie il visitatore all’ingresso e l’imponente scalone dell’interno in cima al quale troneggia il colossale Teseo che sconfigge il Minotauro di Canova (di recente ho visto il gesso preparatorio nella Gipsoteca di Possagno). Nelle sale una serie di dipinti che rapiscono la mente. La Venere allo specchio di Giovanni Bellini, capolavoro di luce e riflessi. Giove e Io di Correggio, sul cui «spregiudicato» amplesso ha scritto righe imprescindibili Melania Mazzucco: «Io, magnificamente nuda, è seduta su un bianco lenzuolo di seta, a sua volta posato su una roccia soffice di muschio, sul limitare di uno specchio d’acqua. Girata di spalle, ci offre la schiena stupenda, le natiche, le gambe, le braccia. La sua carne opalina è dipinta con tale perizia da sembrare vera. I suoi muscoli sono in tensione. La schiena s’inarca, come sotto il peso di un altro corpo, il piede s’impunta, la mano sinistra preme la zampa-nuvola contro di sé; la gamba destra si divarica per accoglierlo, la testa si rovescia all’indietro, le labbra si schiudono, come emettendo un gemito. Nessun artista ha più saputo (o potuto) cogliere con altrettanta spudorata libertà il momento più scandaloso di tutti: il piacere di una donna» (Il museo del mondo, Einaudi).

Il bizzarro, virtuosistico, ammirevole Autoritratto allo specchio di Parmigianino, in una visione amabilmente deformata come in un’ottica fish-eye. Il mirabile Ritratto di giovane con lucerna di Lorenzo Lotto, il più grande tra i meno conosciuti pittori rinascimentali italiani. Lo strepitoso Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel il Vecchio e un quadro di raro fascino, per la sua atmosfera sospesa e la prospettiva naïf, che si può abbinargli come la Caccia al cervo di Lukas Cranach il Vecchio. L’allegoria della pittura, una delle meraviglie di Johannes Vermeer.

Poi la gigantesca testa di Golia dipinta da Caravaggio con la ferita mortale sulla fronte causata dalla pietra scagliata dal giovane e glorioso David; l’Autoritratto di Rembrandt, implacabile e malinconico effigiatore della propria senilità; e, con considerevole salto temporale all’indietro, all’incirca al I secolo d.C., gli incantevoli Ritratti del Fayyum, di prodigioso realismo, dipinti a encausto (colori mescolati a cera d’api) su tavole di legno e utilizzati per ricoprire i volti di alcune mummie d’epoca romana.

La collezione d’arte antica del Kunsthistoriches Museum gareggia con le migliori del mondo, come le collezioni d’arte di Vienna gareggiano con quelle di altre, più famose capitali. All’Akademie der bildenden Künste, al numero 3 di Schillerplatz, è conservato uno dei dipinti più impressionanti della storia: il Trittico del Giudizio di Hieronymus Bosch (attualmente al Theatermuseum, Lobkowitzplatz 2, che ospita temporaneamente la Gemäldegalerie e il Kupferstichkabinett dell’Akademie durante i lavori di ristrutturazione di quest’ultima).

All’Albertina, gioiello architettonico imperiale-moderno nel cuore della città, ci sono i celebri acquerelli di Albrecht Dürer, visibili però solo con ottimi facsimili e resi celebri nel mondo del vino italiano dalle etichette di Pojer & Sandri, tra cui il celebre leprotto e l’ala di uccello.

All’Österreichische Galerie del Belvedere, capolavoro dell’architettura barocca costruito da Johann Lucas von Hildebrandt come residenza estiva del principe Eugenio di Savoia, sfilano le opere allucinatorie di Egon Schiele, le cui terribili verità sullo stato esistenziale dell’essere umano (La morte e la fanciulla, L’abbraccio, La famiglia o anche solo la vista di alcune case, dove gli edifici sembrano incisioni epidermiche che respirano e muoiono) fanno impallidire i quadri decorativi di Gustav Klimt, anch’essi ospitati nella galleria, tra cui il celebre Bacio.

Il Palazzo della Secessione, costruzione fin de siècle di Joseph Maria Olbrich su disegno di Klimt, non è molto distante: gioiello dello Jugendstil viennese, ha struttura cubica e una cupola traforata con migliaia di foglie di lauro dorate che contrastato l’abbagliante candore del piccolo tempio. Sulla facciata l’iscrizione: «Der Zeit ihre Kunst, der Kunst ihre Freiheit» («A ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà»).

A pochi passi da lì, svetta la monumentale, scenografica, magniloquente, barocchissima Karlskirche, la chiesa dedicata a San Carlo Borromeo, di tali gigantesche dimensioni da non essere contenuta dentro il grandangolare di una macchina fotografica. Possente, fastosa, citazionista (barocco romano-borrominiano, Colonna Traiana, architettura greco-romana rivista con il neoclassicismo dell’epoca) e bianca, come il Belvedere, il Palazzo della Secessione, gli edifici civili: Vienna è la città del bianco.

Passeggi per le strade ed è un pullulare di targhe commemorative sugli artisti, soprattutto musicisti, che hanno dimorato, vissuto o studiato nella capitale: Antonio Vivaldi, che a Vienna è morto come Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig van Beethoven, Gioachino Rossini, i fratelli Johann e Josef Strauss, Robert Schumann, ma anche Gottfried Wilhelm Leibniz, citato con l’elenco di tutte le sue competenze (filosofo, matematico, fisico, teologo, geologo, ingegnere, filologo, giurista, storico, diplomatico) e omaggiato nell’Uomo senza qualità di Robert Musil, anche lui vissuto a Vienna, come una delle più straordinarie intelligenze della storia. Per dirla con Karl Kraus: «Le strade di Vienna sono lastricate di cultura».

Vienna è anche la città della Wienerschnitzel e della Sachertorte, due celebrità gastronomiche. La prima, spesso paragonata alla costoletta, o cotoletta se preferite, alla milanese, è stata una delusione. Sovente prodotta con carne di maiale, più economica, anziché esclusivamente con quella di vitello, sempre fritta nell’olio anziché nel burro chiarificato, quando non nello strutto, si è rivelata il più delle volte poco croccante e tendenzialmente rustica, tanto nelle sue versioni più celebrate (Plachutta, dove il Tafelspitz, con 13 tagli diversi di manzo austriaco, è tutta un’altra cosa), quanto in quelle più popolari (il noto Figlmüller e un paio di locali del Naschmarkt, peraltro meta irrinunciabile). Alla fine la più dignitosa, sebbene lontana dagli standard milanesi, è stata quella di Pfarrwirt, storica osteria di Vienna adiacente alla quotata cantina Mayer am Pfarrplatz, nei cui locali aveva abitato nel 1817 Ludwig van Beethoven.

Siamo nell’antico quartiere di Heiligenstadt, fino al 1892 municipio autonomo, ai piedi della collina del Nussberg. Ogni paragone tra la Wienerschnitzel e la costoletta alla milanese è improprio: non può esserci una reale sfida se il confronto è perso in partenza. Ve ne mostro alcune fotografie, per quanto il “food porn” mi piaccia poco. Ma anche l’occhio, come recita il detto, vuole la sua parte e l’aspetto di un piatto, così come il colore di un vino, non è un elemento trascurabile di valutazione per chi sa veramente guardare.

Discorso diverso con l’altro grande classico della capitale, la Sachertorte, la celebre torta al cioccolato con uno strato sottile di confettura di albicocche al centro, inventata dal sedicenne pasticcere Franz Sacher per il principe Klemens von Metternich il 9 luglio 1832, servita a una temperatura di 16-18°C e accompagnata con panna montata non dolce e una tazza di caffè o tè. È difficile mangiarne una mediocre. Squisita, comunque, quella del Café Sacher, la più rinomata e, dopo un’infinita controversia con Demel che gli è adiacente, l’unica originale. Siamo a Philharmonikerstrasse 4, in un angolo tra i più belli e lussuosi del centro storico.

continua….

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