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NOT, la rassegna dei vini franchi. Primo giorno

Palermo – L’organizzazione aveva studiato molto bene lo sviluppo della manifestazione, avvicinandosi con progressione: due conferenze molto interessanti per la mattinata del primo giorno. Il convegno iniziale si intitolava: “Apocalittici e integrati. Questioni di prospettiva sui vini naturali e dinamiche di consumo“. Un moderatore d’eccezione, Fabrizio Carrera di Cronache di Gusto, mentre come relatori c’erano la giovanissima dottoressa Evita Gandini (wine monitor di Nomisma) per le ricerche di mercato e il “navigato” professor Sebastiano Torcivia della Università di Palermo (Facoltà di Economia, master delle aziende del settore vinicolo). Cercherò di sintetizzare, a mio modo, questo interessante dibattito.

La domanda che Nomisma si è fatta è stata: “Cosa pensa il consumatore italiano dei vini naturali? “ Snocciolando dinamiche comportamentali e diagrammi riassuntivi, più che cosa pensa il consumatore italiano si è trattato di una lezione su cosa un produttore di vino naturale deve sapere per affrontare il mercato. Bene. Il professor Torcivia, un po’ meno preparato della sua collega, ha cercato di dare, ha cercato di, ha cercato…. a dir la verità non ho mica capito cosa ha cercato di raccontarci. Comunque, notevole le energie spese nel tempo e nella ricerca su come mai questi vignaioli naturali non riescono a far capire al consumatore il loro prodotto. A togliere ogni dubbio al tema e a darne una interpretazione pratica sono stati gli interventi di Arianna Occhipinti, Stefano Amerighi e Nino Barraco.

L’errore è stato il nostro”- dice Arianna– “ abbiamo cominciato ad usare la parola “vino naturale” ed il mercato ha immediatamente ingerito il termine. Così ci siamo ritrovati nel contesto di dover spiegare cosa significa vino naturale.“Se noi guardiamo il metodo di lavorazione, esso è assolutamente riproducibile.  Lo potete sintetizzare con i numeri, lo potete sintetizzare con le leggi del mercato. Il problema che oggi qua a me a Nino e a Stefano non interessa riprodurre un metodo o portare avanti un metodo, interessa fare un’esperienza di vita. Che è l’unica cosa che giustifica questo modo di fare vino. Ogni collega è un mondo a sé. Ognuno di loro è unico ed ogni vino che viene fatto è unico. Il mio obiettivo non è trovare il modo di comunicare meglio ma portare la mia esperienza del fare vino. Vittoria è sulla cronaca nera ogni giorno, io non posso far altro che vivere il mio territorio con tutte le problematiche che ci sono e tramite sofferenza e sacrifici riuscire a modificarlo. Cambiare le regole del sistema e darne una prospettiva nuova. Se ci guardiamo negli occhi ed entriamo nella parte intima di ogni esperienza, abbiamo delle risposte. E’ l’unico modo.”

Un animo combattivo e addolorato quello di Arianna, i tratti somatici riportano a racconti arabi, turchi, greci. La voce ferma racconta una sostanza fatta di tante difficoltà e i successi, pochi, strappati via dalla pelle. Difficile mettere su diagrammi queste risposte, mi vien da pensare. Difficile estrapolare numeri che si basano su storie di vita.

Continuando il discorso di Arianna, Nino Barraco aggiunge: “tutti i giorni ci scontriamo con le aziende che sono strutturate sul profitto, e loro buttano sui prodotti qualsiasi cosa, senza pensare chi si mangerà quella lattuga o quel pomodoro. E’ questa la cosa che a me sconvolge. E lo stato non tutela le aziende vicine che devono subire contaminazioni pesanti. Non ci interessa sviluppare una strategia commerciale, ci interessa lottare per cambiare l’idea di salvaguardare il territorio. Siamo riusciti a far passare, anche se è ancora poco, il messaggio che il vino che compri è stato fatto con fatica in un territorio strappato agli abusi e salvaguardato. E come fai a concentrarti sullo sviluppo commerciale quando le energie che hai le spendi in questa lotta impari?

Abbandoniamo la battagliera inflessione siciliana di Nino per ascoltare quella tipicamente “toscanaccia” di Stefano Amerighi. A Stefano, imboccato da Fabrizio Carrera, la risposta in merito a consumatore e prezzi dei vini.  “Abbiamo la fortuna che per i nostri consumatori è importante fare la nostra conoscenza. Ci vengono a trovare. Capiscono che i nostri sforzi sono indirizzati prima ad una educazione, ad un senso morale, poi nel modo personale che ognuno di noi ha nel fare vino. Il vino naturale è un vino di nicchia, al momento. Non per volontà nostra. Se prendo un grande territorio, vedi ad esempio il Chianti Classico, un vino naturale deve uscire dalla Doc. Questo ti permette di ottenere un’identità. L’eticità è una visione anti-economica. Se io esco 7/8 anni dopo perché ritengo che il vino è come lo volevo, a quanto lo devo vendere? Paradossalmente sarà più costoso. A me non interessa guadagnare ma interessa che la mia vita sia sostenibile. Quando impostai la mia azienda -premetto che sono figlio di contadini- mi chiesi quanto avrei voluto portare a casa di stipendio. Mi sono risposto che a me bastava uno stipendio come semplice contabile d’ufficio. Nessuna rincorsa a budget e fatturati.”

Arianna, Nino e Stefano, anime diverse che si sono immerse in una ricerca civica e sociale prima, come tanti colleghi. Figure loro malgrado di spicco nel panorama dei produttori naturali. Ne sono perfettamente consapevoli. Un difficile ruolo che i mass media, i wine writer, gli appassionati gli attribuiscono.

Piccolo spuntino al Cre.Zi.Plus, lo spazio food permanente che si trova all’interno dei cantieri culturali alla Zisa e via che si riparte ad ascoltare Sandro Sangiorgi iche intervista Franco Giacosa. Ora, non vi devo dire io chi è Franco Giacosa, né tanto meno Sandro Sangiorgi. La cosa che mi è rimasta dentro è stata la grande connessione animica e l’umiltà di entrambi i relatori. Il “regista” nel risvegliare delicatamente il passato dell’intervistato, il grande enologo nel mostrare l’umanità degli errori e la sfida che aveva già dentro di sé, quella di cercare un approccio sempre più sano e meno tecnologico per la produzione di vini di alto consumo.

Ore 16.30: taglio del nastro e via ai banchi d’assaggio. Respiro l’energia della bellissima location nel cuore dei Cantieri Culturali. Fermento, curiosità, eccitazione solcano l’aria in un infinito nugolo di elettroni impazziti. Avrei avuto tre giorni a disposizione, quindi no stress. Eccovi random le prime impressioni ricavate dagli assaggi.

Cretapaglia di Antonello Canonico. Tanta determinazione in un progetto di recupero ampelografico ( Mantonico, Magliocco, Guardavalle….). Vini ricavati da suoli di argille e arenarie. Anima e corpo.

Fiorale di Vitalia e Niccolò Matranga. Ricerca esasperata della salubrità del terreno in primis. L’uva di Sicilia sugli scudi (Catarratto, Grillo ). Vini franchi fatti di passione ed entusiasmo, ciò che non esclude il rigore e una tensione rivolta a smussare gli angoli che quel territorio esprime.

Terrazze Singhie di Sara Polo e Mauro Migliavacca. Giovanissimi produttori preparati e capaci. Vigne eroiche dell’entroterra savonese. Le viti dimorano su sabbia, limo e rocce sedimentarie. Un solo vino da uve Lumassina. Terreni magri e il vino ne rispecchia tanto la matrice. Un plauso innanzitutto per farci vedere che il futuro, a volte, sta scritto.

Enozwine di Roberto Zeno e Mimmo Sacco. Custodi di un Fiano da suolo vulcanico affinato in anfora. La pietra nera trasmette ricordi di iodio e zolfo, il vino ne è lo specchio.

Cantine Matrone di Andrea Matrone. Oltre all’Aglianico, alla Falanghina e al Greco, Andrea ha messo a dimora Sciascinoso, Piedirosso e Caprettone che apportano un timbro originale alla produzione. Dalle pendici meridionali vulcaniche vesuviane.

Tanca Nica di Francesco Ferreri. Giovane vignaiolo in quel di Pantelleria. Qui il territorio si esprime al meglio grazie a uve Zibibbo, Moscato d’Alessandria, Pignatello e Catarratto. Vini originali e “tonalità” ancora nuove per me. Bottiglie già difficili da trovare.

Distribuzione Case Contrade. Mi sento di annotare qualcosa a favore di questa piccolissima agenzia di distribuzione. Una selezione accurata fatta da Maurizio Ferro. Persona umile e discreta. La base è costituita da piccolissime aziende a cui però si sostituisce subito una comunione di intenti. Il piccolo gruppo dei vignaioli si muove come un unico stormo perché ha trovato in Maurizio una persona trasparente e sincera a cui affidare le poche bottiglie. Fra loro si è creato una sorta di patto fiduciario. Ferro non è solo il rappresentante ma vive assieme ad ogni vignaiolo i problemi del lavoro e le singole vicende umane. E’ netta la percezione che più che una distribuzione si tratti di una sorta di “ riserva indiana “.

Soddisfatto degli incontri e dell’energia in fase di costruzione giù ai Cantieri della Zisa, mi avvio verso il B&B passando per il mercato del Capo. Voglio vedere la vita notturna di questo storico quartiere. A quest’ora è più sornione della Vucciria, quasi più d’élite se vogliamo.  sabato sera e il palermitano doc si trasferisce in questi rioni per l’apericena. Il mercato è quieto, come a risvegliarsi dalle fatiche della giornata. Gesti lenti e suoni cantilenanti fra un banchetto e l’altro mi riportano al teatro della strada, dove tutto è.

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