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Diario di una quarantena. 17 – 31 marzo

Fuori uno scenario da film distopico: strade deserte come in “28 giorni dopo”; persone mascherate come in “Chernobyl”; file di gente davanti ai supermercati, alle farmacie, alle poste come ai tempi della guerra; uno strano silenzio che aleggia nell’aria, l’aria che diventa quasi un fardello, il respiro che si fa pesante sotto la mascherina; la paura del contatto, il terrore del contagio: l’amico, il vicino, il passante che potrebbero essere portatori di un virus come nell’”Invasione degli ultracorpi”.

Dentro, il perimetro domiciliare, una specie di bolla sospesa dalla realtà interrotta solo dalle sirene delle ambulanze; un’isola solitaria con uno spaziotempo differente dentro cui misurare la propria esistenza di reclusi; un contenitore di letture, visioni, assaggi, ricordi, pensieri.

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Martedì 17 marzo

Continuo a leggere Pirandello nell’edizione critica dei Meridiani Mondadori. Il teatro delle Maschere nude, i romanzi. Pirandello sembra essere entrato in un cono d’ombra: perché nessuno ne parla più? Eppure non c’è forse autore del Novecento che sia stato più influente: quanto gli deve Sciascia, quanto gli deve Landolfi? Nel naso di Moscarda in Uno, nessuno, centomila ci sono i futuri Baffi di Emmanuel Carrère, un libro che Adelphi ha appena ristampato in una nuova traduzione. Il Fu Matta Pascal – la disperazione dietro il ghigno beffardo della vita – è un libro memorabile. Il mondo raccontato nelle commedie – “una stanza della tortura”, com’ebbe a definirlo Giovanni Macchia – è un valzer di situazioni grottesche e dolorose. Persone che diventano personaggi (non solo quelli in cerca d’autore, ma quelli congelati dai manrovesci del destino, dalle miserie umane, dalle ipocrisie sociali), maschere nude cui si è alzato il velo della pantomima borghese, lasciate intirizzire di fronte all’assurdità della loro condizione. Tutto – la luce, l’aria, le facce – è «vano», ««livido», «sassificato». Pirandello è un prosatore magnifico. Conosce i pertugi del lessico, i ritmi della sintassi, le frasi al vetriolo.

A cena apro il Brda Veliko Belo 2009 Movia.  È un bianco sorprendente. Ha un colore dorato che arriva dalla vendemmia tardiva delle uve – ribolla (vitigno maggioritario), sauvignon e pinot grigio – e dall’affinamento in barrique, senza che il vino ne risenta. Ha profumi avvolgenti di erbe aromatiche, fragranze d’orto e di campagna. Al palato si accende di menta, ha tratto vellutato, saporito, e un lungo finale pieno di cose balsamiche.

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Mercoledì 18 marzo

Se n’è andato Gianni Bolzoni, patron del «Fulmine» di Trescore Cremasco. La prima volta che ne sentii parlare fu da Gianfranco Soldera, un altro che da circa un anno non c’è più. Allora stavo muovendo i miei primi passi nel mondo del vino. Mi disse, tra sincerità e provocazione, com’era nella sua natura, che il Fulmine era il miglior ristorante lombardo. Era un’isola del buon gusto dove il tempo sembrava essersi fermato. Ufficialmente era una trattoria, ma i buongustai sapevano che la cucina di Clemy, la moglie di Gianni, aveva un altro passo. Ci si andava per un culatello coi fiocchi, per un’oca cucinata a regola d’arte o per una squisita scaloppa di foie gras. La cantina era un archivio di classici, tra i grandi Barolo di Langa e il Barbacarlo, disponibili anche in vecchi millesimi. Gianni Bolzoni conduceva da cinquant’anni il locale del padre. Per come lo conoscevo io, era un uomo amabile e paziente, innamorato del proprio lavoro. Aveva ottant’anni, il coronavirus non l’ha risparmiato.

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Giovedì 19 marzo

Esco dopo quattro giorni interamente trascorsi ai domiciliari. Camminare ha quasi un effetto straniante, l’atmosfera per le strade è straniante. Non solo per le code, le mascherine, l’assenza di traffico. È il peso dell’aria, è il sentimento plumbeo che scaturisce dalla consapevolezza di vivere un momento epocale, il punto di non ritorno della storia contemporanea. C’è un nemico invisibile, impalpabile, là fuori, che mette a soqquadro le nostre sicurezze.

Cerco di mettere ordine nei numerosi file delle fotografie digitali. A metà giornata avrò fatto sì e no un quinto del lavoro che mi ero proposto.

Finisco di vedere The Outsider. È una serie sorprendente, la più bella e compiuta tratta da un romanzo di Stephen King. Di più, uno dei migliori adattamenti in assoluto di una delle sue opere. Un horror che gioca con le suggestioni anziché con il sensazionalismo, sul non detto anziché sull’esplicito, prendendosi tutto il tempo che serve per procedere: ha un ritmo ipnotico, meditativo, ellittico. Ben Mendelsohn è Ralph Anderson, un pragmatico poliziotto con un peso schiacciante sul cuore, uno che, come tutti noi, crede a quello che vede e non è disposto a prendere in considerazione ipotesi che arrivano dal mondo del fantastico e del perturbante. Un uomo non può essere contemporaneamente in due luoghi diversi. Gli farà cambiare idea l’investigatrice privata Holly Gibney (Cynthia Erivo), un personaggio che entra in scena a metà dell’intreccio e che da sola vale tutto il serial. Nel volto segnato di Ralph c’è tutta la sofferenza, la frustrazione, la rabbia, l’incredulità, il dolore di un uomo che ha guardato in faccia il mondo del possibile, e che dal possibile ha visto scaturire l’orrore. «Cos’altro c’è la fuori?», chiede a Holly nel finale, dopo un significativo scambio di sguardi. L’originale è ancora più efficace, perché si connette direttamente al titolo: «What else is out there?».

A cena stappo il Riesling Lage Windbichel 2011 di Castel Juval. Il colore è scintillante. Il naso vibra di roccia, di granito e profuma di agrumi. Al palato è limone in succo e scorza, è un susseguirsi d’agrume: cedro, lime, pompelmo. Che allungo, che profondità! Poi il frutto cede il passo alla pesca e all’albicocca, al kumquat, alle erbe, alla limonella, e nel tempo alla menta piperita, a una rinfrescante dimensione balsamica. È un Riesling a dimensione europea, degno interlocutore delle più conosciute espressioni trocken di Germania e Austria.

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Venerdì 20 marzo

Guardo The New Pope al mattino, perché i matinée in tv hanno un gusto trasgressivo. Mi convinco che questa seconda stagione è migliore della prima, anche se Sorrentino oramai non prescinde più dal proprio scintillante manierismo. Non è un regista capace di cambiamenti. Forse perché nasce come sceneggiatore e tale rimane. Che dialoghi!

Nel terzo volume dell’Antologia della poesia italiana, edizione Pléiade Einaudi, m’imbatto quasi per caso, sfogliando le pagine dedicate a Franco Fortini, in una poesia di Goethe, Wandrers Nachtlied, Canto notturno del viandante. Le «venti parole più famose della poesia tedesca» (Leo Spitzer) hanno un ritmo magnifico e una sonorità assoluta.

 

Über allen Gipfeln

Ist Ruh,

In allen Wipfeln

Spürest du

Kaum einen Hauch.

Die Vögelein schweigen im Walde.

Warte nur, balde

Ruhest du auch.

 

Traduco così:

Su tutte le vette

è quiete,

fra tutte le cime

senti 

appena un respiro.

Gli uccellini tacciono nel bosco.

Attendi solo un po’, presto

ci sarà quiete anche per te.

 

Giusto per un confronto, riporto la traduzione di Franco Fortini nello stesso volume:

Quiete tutte le cime.│ Su tutte le rame alte │ appena un fiato. │ Muti i piccoli uccelli del bosco. │ Fra poco, guarda │ requie anche per te.

E quella di Maria Teresa Giannelli (Goethe, Tutte le poesie, Meridiani Mondadori, volume primo, tomo primo):

Su tutte le vette │ regna la calma, │ tra le cime degli alberi │ non avverti │ spirare un alito: │

nel bosco gli uccellini stanno silenziosi. │ Aspetta un poco! Presto │ Anche tu avrai riposo.

 

La bottiglia del Brunello di Montalcino Riserva 1979 Lisini che ho davanti a me ha un’evidente scolmatura. Parliamo di un paio di dita sotto la spalla. La apro, non la apro? Propendo per la prima ipotesi (a che serve tenerla chiusa?), immaginando di trovarmi un vino ampiamente ossidato. Invece scende nel bicchiere con l’imprevista vivezza di quella corolla di piccole bollicine sul bordo che in genere manifestano un positivo stato di salute. E, benché naturalmente provato dall’abbassamento del suo livello liquido, il vino mostra un carattere integro e una bevibilità che hanno del miracoloso. Ha quel terriccio, quella corteccia, quell’umidore che sono il timbro e il nerbo del Brunello di razza, e poi la foglia di tabacco, il lato più animale della pelliccia. Ha un tannino ancora gagliardo che lo sorregge e un fondo di sapore. La bottiglia finisce in un amen, o poco più.

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Sabato 21 marzo

È una bella giornata di primavera, luminosa e tersa, giusto funestata dalla notizia della morte di Gianni Mura. Non è stato il coronavirus, ma un infarto. A Senigallia, lontano da Milano, lontano da casa. Conoscevo Gianni Mura e lo stimavo come persona e professionista. Ero, come tanti, un suo assiduo lettore, soprattutto di sport: leggevo le sue cronache di calcio e perfino di ciclismo, di cui non sono così appassionato. La sua rubrica domenicale su «la Repubblica» Sette giorni di cattivi pensieri era un appuntamento fisso della mia settimana. Gianni Mura era un professionista esigente e un uomo sincero, due doti rare e dunque rimpiante. Amava la poesia, la musica, il cibo, il vino e negli ultimi anni si era cimentato con successo anche come romanziere. Qualche anno fa mi fece un regalo, partecipando a un documentario su Milano che stavo realizzando, nonostante la sua naturale ritrosia. Se vi interessa, trovate qui Il volto di Milano

Era venuto all’anteprima al Cinema Arcobaleno con la moglie Paola, sedendosi poco prima che iniziasse la proiezione e andandosene via durante i titoli di coda. Ho poi saputo che gli era piaciuto. Finite le riprese, gli avevo regalato una bottiglia del Buttafuoco Bricco Riva Bianca di Andrea Picchioni, un rosso il cui carattere per molti versi lo rappresenta.

Che la terra ti sia lieve, Gianni.

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Domenica 22 marzo

Leggo della morte di Alberto Arbasino, avvenuta nella sua città natale, Voghera, dove diceva di aver incontrato il male di vivere, ma di non salutarlo. Aveva novant’anni compiuti da poco. L’ho incontrato una volta per un’intervista. Era come sempre vestito in modo elegante, impeccabile, ed ebbe un atteggiamento piuttosto bizzoso, scostante. Poeta, diarista, elzevirista, saggista, giornalista di costume, critico teatrale, scrittore sofisticato, digressivo, dalla prosa concettosa, brulicante di citazioni e sentenze, aveva un culto per Gadda e amava L’uomo senza qualità di Musil. Fu anche deputato dal 1983 al 1987 durante la IX legislatura della Repubblica Italiana tra le fila del Partito Repubblicano. Il suo libro più sperimentale è Super-Eliogabalo, quello più noto Fratelli d’Italia. Nel suo ricordo pubblicato su «la Repubblica» quattro giorni dopo la morte, Pietro Citati, che ne rievoca l’amicizia nata ai tempi del «Giorno», ha scritto che Arbasino «fece solo un errore: quello di architettare un libro come i Fratelli d’Italia, che correggeva di continuo, aggiungendo brani senza nesso, allungandolo, allungandolo, moltiplicandolo».

Dal 1977 al 1982 un Arbasino dai baffi spioventi e dall’impeccabile aplomb ha condotto per la RAI una trasmissione chiamata Match – Domande incrociate, disponibile gratuitamente su RaiPlay, che è d’obbligo vedere per recuperare un impagabile documento d’epoca, una televisione che non esiste più. Tra gli altri, non si può perdere il confronto tra un azzimatissimo – più ancora dello stesso Arbasino! – Mario Monicelli e l’allora ventiquattrenne, e già spocchioso, Nanni Moretti, che rappresentava il giovane cinema indipendente italiano, quello dei “cinemini off” (aveva appena realizzato in Super8 Io sono un autarchico), in contrasto con il successo mainstream di Monicelli (il quale riteneva che i blockbuster americani non avessero futuro e che il cinema americano degli anni Settanta non fosse in grande salute…). Oppure la singolar tenzone, decisamente più illuminante, tra Indro Montanelli e Giorgio Bocca.

Li trovate qui:

Mario Monicelli Vs Nanni Moretti

Indro Montanelli e Giorgio Bocca

Alla sera danno in tivù Il giocatore e, come capita ogni volta che lo adocchio sui palinsesti, lo guardo come se già non conoscessi tutti i risvolti della trama. È più di un “guilty pleasure”, è ormai diventato un personalissimo “cult movie”. Quante volte l’avrò visto: cinque, sei? Devo confessare di avere un debole per i film sul gioco d’azzardo: Lo spaccone, Il colore dei soldi, Io, Chiaro e lo Scuro, Cincinnati Kid, Casinò… Al pari di quelli sulle truffe e sui raggiri: La stangata, Il genio della truffa, Ocean’s Eleven

Un cult movie è qualcosa di diverso da un capolavoro. È un film che riguardi ogni volta che puoi anche se lo sai a memoria, è un film di cui guardi anche solo una scena. Il giocatore è uno di questi. Il cast è da urlo: Matt Damon, Edward Norton, John Malkovich, John Turturro, Martin Landau, più due attrici come Gretchen Mol e Famke Janssen che incarnano due antitetiche quanto irresistibili idee di bellezza. La storia, di perdizione e riscatto, è avvincente, i personaggi (maggiori e minori) perfettamente delineati: Matt Damon è quello che crede ancora all’amicizia e che capisce che non diventerà mai un avvocato, Norton è il balordo che non riesce mai a combinare la cosa giusta, Turturro è il giocatore che non rischia mai più del dovuto, Landau un uomo perbene e Malkovich è Teddy Kgb, mafioso russo e giocatore imbattibile. In più di un’occasione si vede alla televisione il grande bluff del due volte campione del mondo Johnny Chan ai danni di Erik Seidel al Main Event delle World Series of Poker del 1988: la mano, giudicata uno dei capolavori della storia del poker, sarà decisiva per le sorti del protagonista.

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Lunedì 23 marzo

Leggo della morte di Lucia Bosè. Si è spenta all’età di 89 anni a Segovia, città che ho visitato, stupefatto, molti anni orsono, quando ero ancora studente universitario. Ricordo il monumentale acquedotto romano che l’attraversa, il fiabesco Alcázar medievale costruito sopra uno sperone roccioso, l’imponente cattedrale tardogotica, la chiesa romanica di San Martín. Miss Italia nel 1947 (aveva come rivali Gina Lollobrigida e Silvana Mangano, che arrivarono terza e quarta ma che ebbero più fortuna con il cinematografo), Lucia Bosè faceva la commessa in una rinomata pasticceria milanese quando fu notata da Luchino Visconti. Considerata una delle più fulgide bellezze mai apparse sullo schermo del cinema italiano, conosce una breve, intensa stagione di successo negli anni Cinquanta (Cronaca di un amore e La signora senza camelie di Michelangelo Antonioni, Le ragazze di Piazza di Spagna di Luciano Emmer, Gli sbandati di Citto Maselli), prima di lasciare il set poco tempo dopo il matrimonio con il celebre torero Luis Miguel Dominguín, per tornarci in ruoli secondari alla fine degli anni Sessanta.

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Martedì 24 marzo

È una giornata interlocutoria, passante. Niente di particolare da segnalare sul fronte occidentale. Scrivo, leggo, faccio il bucato, cucino.

Riassaggio il Dolcetto d’Alba Coste & Fossati di Vajra, aperto domenica. Non cede un grammo del suo carattere e della sua succosa bontà. Tanta mora e quel tratto di umore vulcanico che non si capisce da dove esca ma che è una delle sue peculiarità. Ferroso, pepato, con un tannino al contempo vellutato e vigoroso. Che polpa, che vibrazione!

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Mercoledì 25 marzo

Giornata caliginosa. Dalla finestra della camera da letto vedo il giardino comunale deserto. Ogni tanto fa capolino qualche signora con il cane al guinzaglio.

Leggo Rilke. Mi s’imprime un verso, heureuse rose, “rosa felice”. È nella prima lirica del componimento Les Roses. È un verso magnifico, musicale, di ritmo assonante, quasi rimato. Rilke è un poeta grandioso perfino in francese, che non era la sua lingua madre.

Il Tal Lùc Cuvée 9 Lis Neris è un vino delizioso, succulento, luscious. Ha il caldo colore del tramonto, il profumo inebriante della frutta esotica, della botrite, dell’arancia candita, e un tatto viscoso, densissimo, esorbitante al palato.

Il tatto, il contatto. Nel vino è fatto personale, privato. Sarà così anche per noi dopo la pandemia, un’esperienza al singolare? Rimarremo a debita distanza l’uno dall’altro, rinunciando alle strette di mano, agli abbracci?

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Giovedì 26 marzo

Dalle prime pagine dei quotidiani. «Positivo il capo della Protezione civile Borrelli. Draghi: siamo in guerra, dobbiamo esser uniti. Altri 25 miliardi per la crisi» (Corriere della Sera). «Calano contagi e vittime. In isolamento Borrelli. Positivo Carlo d’Inghilterra. Scarseggiano i tamponi, medici troppo esposti. Conte: pericoloso se altri Paesi non adottano il nostro rigore» (la Repubblica). «Una rete globale di scienziati cerca il vaccino» (La Stampa).

Ci bevo sopra. Il Poiema 2016 di Eugenio Rosi conserva tutti gli spigoli acidi e il frutto selvatico del marzemino, conferendogli però una dimensione più matura e compatta.

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Venerdì 27 marzo

«In Lombardia i malati tornano a salire, allarme Milano. USA primo Paese al mondo come contagi. Scuola: maturità semplificata. Uno studente su cinque senza lezioni online. La UE spaccata rinvia le decisioni contro l’epidemia» (la Repubblica). «Scontro in Europa sugli aiuti. Lo strappo di Conte: se è così facciamo da soli. I Paesi del Nord contro i bond. Il ministro tedesco Maas: usare i fondi che ci sono» (Corriere della Sera). «Malagò riapre alle “scommesse”. Richiesta del Coni al Governo: “Sulla pubblicità del betting giusto cambiare”. Uefa e Figc: “La A può giocare a luglio”. “Cairo: sarebbe accanimento”» (La Gazzetta dello Sport).

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Sabato 28 marzo

«La preghiera di Francesco: “Nessuno si salva da solo”. Il Papa in San Pietro vuota: ci credevamo sani in un mondo malato. Messaggio di Mattarella: l’Europa agisca prima che sia troppo tardi. In un giorno 969 morti, contagi stabili. Positivo Boris Johnson» (la Repubblica).

Finisco di vedere la prima stagione del Trono di Spade. Dieci puntate bevute d’un fiato fino al traumatico colpo di scena finale. Per lungo tempo ho snobbato la serie, pensando – erroneamente – che fosse un fantasy mainstream sulla falsariga del Signore degli anelli. Mi sbagliavo e ora ne sono addicted.

Nottetempo, riguardo La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati. È un film che mi ha sempre fatto un po’ paura, non come Profondo rosso, ma poco ci manca. L’idea di girare un film del terrore in pieno giorno, nelle umide campagne della Bassa; il pittore delle agonie; Lino Capolicchio che sembra nato per quella parte; la rivelazione a metà tra il grottesco e il terrificante; il finale sospeso e quel senso di allarme che ti morde la nuca e ti costringe a tenere accesa la luce ancora un po’…

Bevo un bicchiere del leggiadro Col Fondo 2016 di Mongarda prima di coricarmi: una letizia effervescente che profuma di fiori e che ha il sapore sassoso delle dolomie.

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Domenica 29 marzo

Tempo incerto, un po’ velato, senza pioggia.

Muore a Cracovia all’età di 86 anni Krzysztof Penderecki, compositore e direttore d’orchestra polacco, tra i protagonisti della musica della seconda metà del Novecento (Anaklasis, I diavoli di Loudon, La passione di San Luca), ma la cui notorietà si deve soprattutto all’uso delle sue opere in Shining di Stanley Kubrick, dove alcune parti di Utrenja, De Natura Sonoris, Kanon e Polymorphia – quest’ultimo utilizzato anche in un altro celebre horror come L’esorcista di William Friedkin – contribuiscono a creare le indimenticabili atmosfere impregnate di tensione, allarme, paura di uno dei capolavori della storia del cinema.

Nel 2012 il musicista inglese Jonny Greenwood, noto per essere il chitarrista dei Radiohead, ha inciso un album insieme a Penderecki che includeva, accanto a Polymorphia e Threnody of the Victims of Hiroshima, anche un omaggio a Penderecki, da Greenwood considerato un maestro: 48 Responses to Polymorphia, presente nella colonna sonora del Petroliere di Paul Thomas Anderson.

A cena mi ristoro con lo Chambave Moscato Passito Prieuré 2009 La Crotta di Vigneron, che si presenta in uno stato di forma smagliante: una fusione irresistibile tra spirito mediterraneo (erbe aromatiche con rosmarino a gogò, albicocche secche, bocca pastosa) e verve montana (freschezza balsamica, contrasto acido, ritmo gustativo). Che delizia.

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Lunedì 30 marzo

Leggo su «la Repubblica» che, nonostante le esortazioni del presidente Mattarella, il decreto Cura Italia viene appesantito di ben 1126 emendamenti per un faldone di 1700 pagine, manco fosse la Commedia Umana di Balzac. Ma questa è decisamente una commedia peggiore.

Leggo su «Il Corriere della Sera» che Gabriele Lavia adatterà per il cinema L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello. Operazione non facile. «È la più difficile da tradurre nel linguaggio filmico: la vicenda è ambientata in un unico luogo con un solo protagonista e il testo straborda di parole: il teatro è parola, il cinema è immagine in movimento, quindi la mia operazione è un controsenso e sto portando avanti questo progetto con pudore, tremore». Una consapevolezza che speriamo si traduca in atto. Seconda Lavia, ai tempi dell’attuale epidemia, Pirandello avrebbe scritto «una novella dove marito e moglie, che si odiano, sono costretti a convivere chiusi in casa. Ma con loro c’è anche una servetta, soprannominata la Sgricia, che in siciliano significa topolina di campagna e che, pur essendo brutta, comincia a essere guardata dal marito con occhi diversi. E così di notte, quando la moglie dorme, lui va a bussare alla sua stanza e...».

Un amico mi invia via WhatsApp il pdf dell’album Panini dedicato ai Mondiali di Calcio del 1982. È stato il mio primo Mondiale. Si aprono una selva di ricordi. L’estate a San Terenzo, il borgo di Lerici; la pesca mattutina sugli scogli; le partite a calcio sulla spiaggia; i gialli di Agatha Christie ed Ellery Queen nelle edizioni Oscar Mondadori, quelli con le copertine di Ferenc Pinter, che compravo nella libreria di un carruggio e che divoravo in poche ore; i gol di Paolo Rossi; la parata di Zoff su Oscar nel finale di Italia-Brasile; la festa notturna per le strade dopo la vittoria contro la Germania…

Gli anni che al tempo avevo davanti a me, ora sono dietro.

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Martedì 31 marzo

È il giorno del mio cinquantesimo compleanno. Un cinquantenario trascorso in quarantena. Un assedio di ricordi, un affollamento di pensieri, una serie di consuntivi più o meno esistenziali.

A cena mi aspetta una torta con cinquanta candeline, una scena d’altri tempi. Lo Champagne N.P.U. 2004 Paillard unisce impagabilmente il lato terziario della noisette, del terriccio, degli champignon del sottobosco alla freschezza degli agrumi canditi, e incanta con una carbonica minuta e continua. Il Barbacarlo 2015 di Lino Maga è il consueto, invitante florilegio di frutto d’uva, di mora selvatica, di succo irresistibile, di effervescenza spensierata, di tannino vigoroso. Il Vino Santo 1970 Fratelli Rigotti, mio coetaneo, impressiona per l’inarrestabile complessità aromatica (menta, fragranze balsamiche, erbe aromatiche-officinali, noce, frutta secca, tabacco, caffè, liquirizia), la densità da capogiro, il contrasto vivificante, il finale interminabile. È uno dei più grandi vini dolci che abbia mai bevuto.

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