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Il Morellino e la panacea Toscana

E’ notizia relativamente recente (del 25 febbraio: praticamente una vita fa) la decisione dell’assemblea del Consorzio del Morellino di Scansano di avviare l’iter burocratico per una modifica del disciplinare della denominazione volta a consentire “la possibilità, per le aziende che lo desiderano, di poter aggiungere la dicitura ‘Toscana’ in etichetta.

Il comunicato stampa (peraltro non riportato sul sito del Consorzio: ahi ahi) recita che “è emerso come l’integrazione del nostro marchio con quello di ‘Toscana’ potesse essere uno strumento di forte riconoscibilità”. In pratica si tratta di sfruttare la popolarità del brand Toscana al fine di più facilmente accedere a mercati presso i quali il comprensorio non è ancora adeguatamente conosciuto.

Tutto chiaro, tutto benissimo. Dando per scontato che l’iter così avviato si concluda positivamente, viene da chiedersi come mai questa semplice e diretta soluzione non sia stata messa in pratica già da tempo. Ma al sottoscritto questa virtuosa consequenzialità non pare necessariamente così efficace, e per più di un motivo.

Innanzitutto il Morellino non avrà l’esclusiva del brand regionale. Anzi, esibire il termine “Toscana” in etichetta come ulteriore (quando non principale) asset di marketing vuol dire confrontarsi in modo cogente con una serie di nuovi concorrenti che lo sbandierano in etichetta come garanzia di un valore che non si ritrova necessariamente in bottiglia.

Ci sono molti vini a IGT da 3 o 4 € prodotti (e venduti) con una logica che non ha niente a che fare con la cura esecutiva e l’aspirazione a una superiore qualità di cui i produttori di Morellino possono giustamente andare fieri. In altre parole, il tentativo di agganciare nuovi clienti con la dicitura “Toscana” (perché “Morellino” non funziona altrettanto bene) è più verosimile in una fascia di mercato dove il prezzo è più importante del resto; e quindi veder adeguatamente remunerato il proprio impegno non sarà così facile.

Inoltre, ogni zona di produzione vinicola mondiale rivendica, a torto o ragione, una propria identità che per il Vecchio Mondo è territoriale. Si tratta di giustificare il prezzo dei propri prodotti con una riconoscibilità distintiva, la quale, peraltro, per essere efficace dal punto di vista commerciale, deve essere adeguatamente comunicata. Esigenza tanto più essenziale per produttori (o denominazioni) di ridotte dimensioni, e fortunatamente ad oggi più economicamente realizzabile con il ricorso ai nuovi media, la cui dilagante efficacia questi tempi tristi stanno dimostrando.

Ebbene, in tale contesto ha senso abdicare alla propria unicità per cuocersi a puntino in un calderone indistinto (leggi: il brand Toscana) insieme a tanti altri ingredienti meno ricercati? Con l’opportunità di un territorio unico da raccontare, vale davvero la pena di non provarci nemmeno, contando sul fatto che una nuova dicitura in etichetta costituisca l’Apriti Sesamo verso un paradiso commerciale inesplorato?

Le circostanze eccezionali che stiamo vivendo potrebbero far pensare che quando il mercato globale ripartirà sarà obbligatorio limitare le proprie pretese in termini di prezzo, e che occorrerà sfruttare qualsivoglia opportunità per VENDERE, non importa come. Ma è necessario anche ragionare in termini di sopravvivenza non solo nell’immediato (vedi le innovative e aggressive campagne di wine marketing on line convintamente perseguite da numerosi soggetti). Abbassare le proprie tariffe, come detto, implicherebbe per il Morellino combattere con rivali che possono giovarsi di economie di scala rilevanti; e successivamente, risalire dal baratro degli sconti e delle promozioni sarebbe tutt’altro che semplice.

Auguriamo ovviamente al delizioso rosso grossetano la migliore fortuna, e che la scelta fatta sia foriera dei successi così vaticinati. Mi permetto solo, nel mio piccolo, di consigliare una strategia un poco più differenziata, ché gli strumenti e le prospettive non mancano. Altrimenti il coronavirus, la globalizzazione e il mondo del vino tutto, non necessariamente in quest’ordine, potrebbero punire chi non ha il coraggio di osare.

3 Comments

  • Nino ha detto:

    Osare vuol dire dal mio punto di vista lavorare per un distretto biologico in maremma, a usare parte degli utili per migliorare la qualità della vita nel territorio che usi a vantaggio della popolazione e tutelare in modo etico la manodopera.

  • Fernando Pardini ha detto:

    Decisamente un buon proposito, Nino.

  • Riccardo Margheri ha detto:

    Rispondo in ritardo al commento di chi ha gentilmente letto il mio articolo. Numerosi consorzi si sono virtuosamente resi protagonisti di iniziative a sostegno del territorio, promuovono formazione per i loro associati in merito a pratiche di viticoltura il meno possibile impattanti sull’ambiente, ecc. Il Consorzio del Morellino, se non l’ha già fatto, ha certamente intenzione di muoversi su questa scia.

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