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La nobiltà si nutre di silenzi. Varramista: il vino, la fattoria

Recarsi alla Fattoria Varràmista in una giornata plumbea e decisamente invernale ti offre l’opportunità di un’esclusiva: l’incanto nudo immortalato nella sua meravigliosa fissità. L’atmosfera struggente che permea di sé la natura e le cose attorno ti rende il senso esatto di un beato spaesamento, dove la malinconia si fa conforto e i pensieri ti sembra possano scavare più giù, dando risposta a qualsivoglia struggimento. Il fatto è che proprio non te lo spieghi come quel posto così silenzioso e fuori dal tempo possa essere sorto a pochi passi dai frastuoni del mondo e dalla FIPILI (strada grande circolazione che collega Livorno e Pisa a Firenze), perché ti sembra di essere in un altrove lontano.

Si respira aria da château, alla Fattoria Varramista, e te ne accorgi dalla vastità, dal lungo viale alberato che ti introduce a un mondo, dall’aura signorile e vagamente decadente che traspira da ogni angolo della tenuta, dal parco al limitare del bosco, dagli alberi plurisecolari come vedette del tempo, dai curatissimi giardini, dalle antiche glorie racchiuse dentro mura spesse che hanno visto passare la storia, dai poderi sparsi qua e là a punteggiare un orizzonte di campagna, dalla sagoma rassicurante ed elegantissima della villa rinascimentale progettata dall’Ammannati cinquecento anni fa e che dà il nome alla tenuta. Te ne accorgi da quel misto di sfarzo ed esclusività alto borghese che se da un lato ti irretisce, dall’altro ti trasporta in una dimensione trasognante che raramente hai avuto modo di incontrare nelle cantine toscane, ed italiane in genere.

Quella visione non basta agli occhi, i colori di cui si veste in una giornata uggiosa la riempiono di una dolce intimità. Al suo fascino non saprai resistere. Quel luogo, lo senti, potrebbe vivere e respirare da solo senza che si renda necessario un coinvolgimento umano. In realtà sai che non è così: dietro ogni storia ci stanno le persone, e anche Varràmista non sfugge alla regola.

Questa tenuta è stata il grande sogno di Giovanni Alberto Agnelli, detto Giovannino, rampollo di una famiglia che non abbisogna certo di presentazioni e che, nel mentre dirigeva la Piaggio di Pontedera impersonando con merito il giovane industriale dal volto umano, si stabilì qui in quanto rapito dal posto e dall’idea di riconvertire i vecchi vigneti di proprietà per ricavarne qualcosa di speciale. Puntando essenzialmente sul sangiovese e sulla syrah, coadiuvato fin dagli inizi dall’enologo Federico Staderini, creò le fondamenta di una bella storia. Purtroppo il suo sogno si è infranto prematuramente: Giovannino muore a soli trentatré anni. E da lì a poco stessa sorte toccherà alla madre, Antonella Bechi Piaggio, appena sessantenne, colei che a Varramista, un giorno del’59, si sposò.

In loro nome e nel ricordo di quella che fu una autentica passione, la fondazione a loro dedicata sta portando avanti l’azienda agricola, nel frattempo divenuta anche prestigiosa dimora agrituristica. Il vino bandiera, quello che ha fatto la storia della tenuta e ha rappresentato per lunghi anni una sorta di unicità in ambito regionale, si chiama Varramista. Fino alla vendemmia 2001 è stato un blend di uve sangiovese/syrah, da lì in avanti un syrah in purezza. Oggi sono tornato a Varramista proprio per lui, dopo lunghi anni di assenza.

Da pochissimi ettari di vigna, su un totale di otto, distribuiti su diversi appezzamenti e disposti su lievi avvallamenti a non più di 70 metri sul livello del mare, da un clima dal temperamento caldo i cui equilibri sono però provvidenzialmente regolati dal bosco, da suoli argillo-sabbiosi, da una viticoltura super minuziosa e da vendemmie parcellari, nasce un vino su cui nessuno all’inizio avrebbe scommesso. Di più, nessuno avrebbe riposto fiducia sulle potenzialità del terroir a partorire qualcosa di speciale. Ma i fatti – i vini –  ci raccontano il contrario.

Qui, proprio qui, a due passi dalla FIPILI, nel comune di Montopoli Val d’Arno, in provincia di Pisa, nel centro più centro della Toscana, è nato e cresciuto un vino identitario, il quale, rispetto al mainstream stilistico/espressivo cavalcato dai millanta supertuscans che gli sono nati attorno, non ha mai fatto gioco sulla presenza scenica, sull’impatto materico o sulla concentrazione di frutto, mostrando invece una naturale vocazione a ben sfumare e un disegno raffinato, dove le dominanti aromatiche e gustative tipiche della varietà sono andate trasponendosi in un compendio per niente omologato, dal prezioso tessuto tattile e dall’armonia sottile.

Il chiaroscuro dei sapori, la discrezione, la compassata signorilità del tratto, assieme a una carezzevole flessuosità, ne hanno tracciato una traiettoria a sé rendendogli un’aura “franciosasilente e interiorizzata, assai distante dalla visceralità di un classico Syrah in salsa toscana.

Francesca Frediani, di Varramista, è una delle anime più belle. Memoria storica, vent’anni di lavoro in azienda, la stessa identica passione di allora, possiede un forte background agronomico-enologico messo al servizio del settore commerciale, di cui è l’attuale responsabile. E’ lei che mi accompagna in questa giornata melanconicamente crepuscolare. La verticale che ha pensato per me è un regalo che non scordo e che mi ha aiutato a capire un po’ più a fondo tutta questa diversità. Soprattutto, che non ci sono limiti al miglioramento, anche ad alti livelli di compiutezza. Varramista 2013 e 2015 sono lì a testimoniarlo, da che hanno la luce dentro.

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Varramista 2001 (sangiovese 80%, syrah 20%)

Elegantemente sfumato da un timbro minerale, gli umori di sottobosco e bacca selvatica ne indirizzano fin da subito il tratto aromatico verso l’ascendente “sangiovesista”. Il sorso è dritto, dai modi compunti e dalla trama profilata. E se c’è un filo di diluizione a centro bocca, e se la sua tattilità ti appare un po’ rugosa, in lui dimora la dignità e un senso spiccato per il dettaglio sottile.

Varramista 2005 (syrah 100%)

Una corolla di spezie in un quadro profondo e chiaroscurale, che odora di balsami e ancora conserva vitalità, tono e freschezza aromatica. In bocca è fine ed affusolato, dalla chiusura lunga, dolce e gustosa. C’è che ha misura, e portamento, e non c’è una voce che prevalga sulle altre. Tutto si piega alle regole di una spontanea armonia.

Varramista 2006 (syrah 100%)

Carnoso, viscerale, mediterraneo, “abbracciante”, più frutto che fiore per una versione di Varràmista esplicita e meno interiorizzata del solito. Erbe, peperone, spezie, cuoio, oliva verde a commento di un gusto incisivo, impattante, sicuramente avvolgente. La chiusura salda e asciutta disvela qualche contrazione, ma lo spirito che lo pervade è aitante e caloroso, la vitalità nient’affatto compromessa.

Varramista 2011 (syrah 100%)

Compattezza e materia qui, e c’era da aspettarselo, vista la coda torrida di quel millesimo, con un naso che sconta quindi un minor grado di dettaglio a fronte però di una sostanziale integrità, senza che strabordi in toni surmaturi.  Il sorso è soffice, ampio, avvolgente, con una appendice vegetale che se lede un pelo alla finezza, fa maledettamente comodo al contrasto gustativo.

Varramista 2013 (syrah 100%; annata attualmente in commercio)

Compostezza ed eleganza, ed ecco che il “timbro” Varràmista se ne esce brillantemente dispiegato. E’ una pienezza buona la sua, di puro conforto e seducente levigatezza tattile. Mirto, spezie fini, erbe officinali… e poi il passo felpato, la disinvoltura, la continuità, il fulgore, espressi nel nome di una esemplare nobiltà di carattere, sempre discreta e splendidamente sfumata.

Varramista 2015 (syrah 100%; imbottigliato nel 2017, in uscita nel 2021)

Eleganza che gira a mille e coinvolge ogni aspetto, dentro e fuori. Vanta proporzioni perfette, è morbido e arioso, fiore e frutto sono un compendio ispirato, il tenore alcolico è ben imbrigliato, la trama seducente, i modi garbati, l’allungo deciso. Si apre a ventaglio, e così si diffonde. Un grande conseguimento. Davvero.

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