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L’Etna fra forza tellurica e finezza

Il concetto di “finezza” nel vino è suggestivo, ma anche equivoco. Nella sua forma arcaica – “eh, questo è olio fino”, dice un personaggio intervistato da Mario Soldati in una puntata del suo Viaggio lungo il Tirreno (1960) – conserva una sua verità non leziosa. Una verità per così dire netta e austera.

Ma dal 1960 in poi fino è stato sostituito da fine: ed è stata la fine. Oggi l’idea di eleganza e di finezza inquina la lettura di un vino, più che aiutarla. Istituisce una distanza tra il vino “aristocratico” e quello comune, tra il vino “raffinato” e quello rustico. Ma il vino, per quanto mi riguarda, è sempre rustico: nella sua puntuale etimologia che vale per “campagnolo, di campagna”.

Detto questo, non ci sono dubbi sul fatto che alcuni vini – sempre rustici, se sono vini veri – abbiano caratteri più sfumati, più sottili, più ricamati. Prendiamo un territorio a caso, il variegato vigneto etneo. Qui si fanno vini impossibili da incasellare in una matrice stilistica omogenea. Ce ne sono di iperscapigliati/naturali, di leccati/furbeschi, di rozzi e di – appunto – fini.

Nel suo fondamentale Etna, i vini del vulcano (Giuseppe Maimone Editore, Catania), Salvo Foti riporta il giudizio dell’enologo Sante Cettolini, che alla fine dell’Ottocento arriva ad affermare: “Certi vini delle pendici marittime etnee sono di una finezza estrema e tali da poter essere paragonati ai migliori vini del Piemonte e da non cedere di fronte a quelli di molti Clos borgognoni”.

Nei casi più virtuosi la bevuta non fa che confermare una simile lode; e non per autosuggestione, ma per una precisa e percettibile evidenza sensoriale. Questo carattere di sottigliezza infiltrante del gusto è presente in forte misura in una bottiglia ahinoi rara, ma che vale senz’altro la pena di cercare sul mercato: il delicato rosato Vinudilice prodotto da I Vigneri (di Salvo Foti, appunto) in una delle parcelle vitate più rarefatte dell’Etna: la VignaBosco. Che si trova a ben 1.200 metri di quota. Il che ne fa probabilmente il più alto vigneto d’Italia e d’Europa.

Ricordo quando, forse una ventina di anni fa, Salvo mi raccontò della sua scoperta di questa sorprendente enclave: “Sono nato e cresciuto sulle pendici dell’Etna, esploro le sue pendici da decenni, eppure il vulcano riesce sempre a sorprendermi. Stavo camminando in un bosco di lecci (“vinudilice” = vino di ilice, il nome dialettale locale per leccio) in contrada Nave, sopra Bronte, quando si è aperta una radura, e ho trovato un vecchio contadino intento a lavorare una piccola vigna, ultracentenaria”.

Oggi Salvo vinifica poche bottiglie di un rosato ottenuto da tutte le uve originarie della parcella, tra le quali grenache, minnella nera, minnella bianca, grecanico. La vigna è di circa mezzo ettaro, ad alberello. Il testo aziendale precisa:

Il Vinudilice è un rosato che nasce tale direttamente nel vigneto: un misto di uve bianche e rosse raccolte e vinificate tutte insieme. La coltivazione del vigneto è fatta a mano e con il mulo, utilizzando prodotti naturali. In vinificazione non sono utilizzate biotecnologie. Travasi e imbottigliamento vengono svolti secondo le fasi lunari. Nelle annate in cui il vino non raggiuge, per difficoltà climatiche, in modo naturale un grado alcolico di 11%, è prodotto in versione spumante con metodo classico e con sosta sui lieviti, dopo la rifermentazione in bottiglia, per almeno 17 mesi. VignaBosco, l’unico vigneto della zona, è ubicato in un luogo selvatico, incontaminato e ricchissimo di biodiversità. Almeno dieci vitigni diversi, bianchi e rossi, convivono da più di cento anni insieme.”

Ho provato due versioni recenti del vino. Lo spumante (non millesimato, in questo caso dalla vendemmia 2016) ha una delicatezza di tocco, una sottigliezza della carbonica e insieme un’energia da far impallidire i già pallidi rosé champagnotti. Il vino fermo è altrettanto fino e ha le stesse virtù rinfrescanti e dissetanti. Per quanto mi riguarda, i rosati che più mi hanno colpito nell’ultimo decennio. E mi tengo basso.

 

2 Comments

  • lello burroni ha detto:

    Ho letto con piacere le considerazioni sul “vinudilice” in quanto ho la fortuna di conoscerlo nelle 2 versioni da diversi anni.
    A casa ho conservato una bottiglia dello spumante quando ancora era col vetro trasparente, ne tengo sempre alcune bottiglie per le occasioni importanti e lo bevo con estremo piacere anche al ristorante a Viareggio.
    Concordo pienamente sulla frase “i rosati che più mi hanno colpito nell’ultimo decennio”.
    buona giornata e buona Pasqua

  • Hans Castorp ha detto:

    Riguardo alla longevità potenziale della versione ferma, può dire qualcosa? Mi spiego meglio: a suo avviso, una 2016, oggi, è ancora “in forma”? Grazie.

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