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COVID, la scienza e i vini naturali/2

Inizio questa seconda puntata con una citazione presa al volo da una fonte inaspettata. Qualche giorno fa il presidente del consiglio Conte ha esordito in un suo intervento alla camera nel seguente modo: “la filosofia antica, da Platone ad Aristotele, distingueva la doxa, intesa come l’opinione, la credenza alimentata dalla conoscenza sensibile, dall’epistème, la conoscenza che invece ha salde basi scientifiche.” Per lui si trattava ovviamente di esaltare la seconda, in questi momenti in cui non si può certo procedere a caso. A me invece, man mano che questo articolo si formava nella mia mente, ha rinforzato l’idea di non procedere a suon di epistème, che risulterebbe probabilmente noioso e anche meno convincente per chi non voglia addentrarsi in una discussione scientifica.  Non procederò quindi a suon di citazioni, tanto meno di dimostrazioni, ma come già detto basandomi sul comune buonsenso, un concetto invero vago, ma mettiamolo alla prova.

Il sovescio

Pratica diffusa fin dall’antichità, consiste nel concimare il terreno senza apporti esterni, ma crescendo erbe spontanee, o meno, sullo stesso, e interrandole in determinati periodi dell’anno. In particolare, utilizzando leguminose, si può aumentare il contenuto di azoto dei terreni. Una pratica che senza dubbio possiamo definire naturale, ma che certo necessita di una certe esperienza agronomica, sia per la scelta delle essenze da coltivare (se non si utilizza l’inerbimento naturale) sia per la periodizzazione. Esperienza che non manca, vista appunto l’origine antica, e che probabilmente avrà dato origine a tecniche simili ma diverse, dipendenti dai terreni, dal tipo di coltivazione e, ovviamente, anche dalla tradizione.

Comunque sia, nessun dubbio, VIVA il sovescio! Certamente una pratica naturale, rispettosa dell’ambiente e che non si fatica a considerare positivamente, se non altro perché la si fa da 2000 anni. Una pratica che mi permetterei di definire biologica, non proprio biodinamica.

Se l’efficacia del sovescio è comprovata dall’esperienza, e anche dal desiderio di naturalità che ci fa sentire meglio quando vediamo un bel campo fiorito, piuttosto che una brulla distesa di terra lavorata meccanicamente, vorrei però tornare per un momento a Galileo, per discutere come i rapporti di causa/effetto debbano essere chiari e leggibili.

Lo scienziato pisano voleva dimostrare, contro la credenza aristotelica, che due corpi di peso diverso cadono alla stessa velocità. Per questo si narra, ma è probabilmente leggenda, salì sulla Torre di Pisa (comoda per il lancio, vista la sua pendenza) e lasciò cadere due corpi di diverso peso, verificando che entrambi toccavano il suolo simultaneamente. L’esperimento di caduta dei gravi, indipendentemente dalla veridicità o meno della storia, è stato recentemente riproposto. Due sfere di ugual forma, ma di peso diverso (ad esempio una piena e una cava) cadono con la stessa accelerazione e raggiungono il suolo nello stesso tempo. Il fatto che le sfere debbano avere la stessa forma è giustificato dalla presenza dell’aria, visto che una forma diversa muterebbe la resistenza dell’aria e quindi renderebbe meno leggibile il risultato.

La lezione è chiara: se si vuole capire l’effetto di un qualche parametro, in questo caso il peso, si deve agire solo su quello, si deve cambiare una cosa alla volta. Ci potrebbe infatti venire la curiosità di chiederci se una sfera rossa si muova più lentamente di una verde (nessun riferimento agli ultimi campionati di Formula 1), e allora dovremmo prendere due sfere di ugual peso ma diverse per il colore. Utilizzare una sfera “leggera e rossa” e una “pesante e verde” ci impedirebbero di capire se un qualsivoglia effetto sia da attribuire al peso o al colore. Tutto ovvio, vero?

Tutto ovvio e facilmente verificabile nel caso della caduta dei gravi, in una mattinata di lavoro si possono far cadere e cronometrare quante sfere si vuole, di peso diverso, colore diverso, ecc. ecc. Meno facile se quello che si vuole verificare è l’effetto di una pratica agronomica sulla qualità di un vino (intesa nel senso migliore, di bontà ma anche di salubrità, naturalità, o come lo si voglia dire), visti i tempi dilatati dell’esperimento, e viste le mille variabili che entrano in gioco (terreno, clima, vite, vignaiola/o, ecc. ecc.).

Alla luce di quanto appena scritto, ovvero della semplicità quale strada per comprendere gli effetti di una azione, ecco un esempio di “sovescio autunnale biodinamico” (liberamente tratto da www.biogiardino.it):

Pulire il terreno da erbe infestanti. che andrebbero asportate con la Luna in Capricorno…

Lavorare la terra, con un estirpatore o un ripuntatore per rompere la stratificazione del terreno e di conseguenza portare aria in profondità.

Irrorare su tutta la superficie il preparato biodinamico “500”

Seminare il miscuglio di sementi in maniera omogenea … ricoprire il seme con il passaggio di un erpice e se possibile effettuare una leggera rullatura.

Seminare in giorni di “terra-radici” (vedi calendario biodinamico)

Attenzione ai passeri

A metà primavera, si trincia sminuzzando la parte aerea prima della fioritura, il tutto va interrato con un erpice a dischi o a mano con attrezzo manuale.

Dopo l’interramento va distribuito il FLADEN in luna crescente in capricorno

Infine per i più scettici controllare con la vanga la struttura e il colore del terreno per cominciare a capirne la fertilità e l’efficacia del sovescio autunnale.

Nel “ragionevole” sovescio già compaiono gli altri due aspetti peculiari della biodinamica, ovvero i preparati e l’attenzione ai cicli cosmici. E diventa evidente quella complessità che renderebbe difficile associare causa ed effetto anche in un esperimento da laboratorio. Se aggiungiamo il fatto di utilizzare sovescio composto da numerose varietà diverse, magari variando la composizione percentuale delle sementi tra un filare e l’altro, con in più le addizioni di sostanze e varianti cosmologiche di cui sopra, come discriminare cosa sia effettivo e cosa no? Chi può saperlo? Io no di certo, non sono un contadino, ma anche per il vignaiolo più attento e volenteroso, nel tempo delle sue “cinquanta vendemmie”, sarà difficile dipanare un groviglio di azioni così intricato.

I preparati

È con i “preparati” che in effetti si entra nel campo proprio della biodinamica, differenziandola decisamente dall’agricoltura biologica. I preparati vennero descritti già da Rudolf Steiner in un corso sulla sua visione di agricoltura tenuto poco prima della morte. Lezioni pubblicate postume dai suoi seguaci, che svilupparono anche le idee del maestro, dando vita all’Agricoltura Biologico Dinamica contratta oggi in “biodinamica”.

Individuati con numeri crescenti, a partire dal 500, i preparati sono sostanze di origine animale, vegetale o minerale trattati in modo particolare e utilizzati secondo precise regole che, come abbiamo visto, si collegano anche ai cicli astrali. Divisi in due classi, quelli da spruzzo, ovvero da irrorare sulle piante o sul terreno, e quelli da cumulo, quindi da aggiungere al fertilizzante che, in biodinamica, è essenzialmente basato su compost di letame e vegetali.

Ecco la descrizione dei preparati da spruzzo 500 e 501, ovvero del cornoletame e del cornosilice, tratto da L’azienda agricola biodinamica di Sattler Wistinghausen, edizione italiana a cura di Editrice Antroposofica, 1989: “Lo sviluppo delle piante mostra l’effetto congiunto delle forze terresti e di quelle cosmiche. Il cornoletame (500) favorisce il flusso delle forze terrestri e il cornosilice (501) quello delle forze cosmiche. La forza di concentrazione del corno di vacca è utilizzata da una parte per comprimere e fissare nel letame in esso contenuto le forze che d’inverno sono presenti nella terra, dall’altra per irradiare verso l’interno e conservare gli influssi trasmessi in estate dal cosmo sulla Terra. […] Per preparare il cornoletame si raccoglie all’inizio dell’autunno letame di buona qualità di vacche da latte che vanno foraggiate con fieno e si riempiono corna di vacca fino alla punta. Sotterrate in una buca in un terreno vitale esse restano esposte fino alla primavera alle già citate forze terrestri di cristallizzazione e formatrici.”

Per il cornosilice invece si parte da polvere di quarzo che va mescolata aggiungendo acqua piovana, goccia a goccia, per ottenere una “pappa ancora liquida” che verrà poi inserita nei corni e fatta riposare similmente al letame. Dimenticavo, i corni devono essere di vacche che hanno già figliato ma non più vecchie di otto anni.

A questo punto, non uno scettico, ma un curioso potrebbe chiedere: perché utilizzare corna di vacca e non qualche altro recipiente, magari più capiente e più comodo da reperire? Ecco la risposta di Steiner: “La vacca ha le corna al fine di inviare dentro di sé le forze formative eterico-astrali, che, premendo verso l’interno, hanno lo scopo di penetrare direttamente nell’organo digestivo. Proprio attraverso la radiazione che proviene da corna e zoccoli, si sviluppa molto lavoro all’interno dell’organo digestivo stesso...” quindi le corna sono degli ottimi digerenti, anche per il letame o la polvere di quarzo.

Non voglio proseguire citando Steiner. Come dicono i suoi seguaci, la sua prosa non va presa alla lettera, così come non prendiamo alla lettera la Bibbia. L’importante è l’insegnamento. Bene, cosa ci facciamo allora con questi preparati? Intanto li conserviamo nel modo giusto, il cornoletame in vasi di terraglia immersi nella torba contenuta in una cassetta di legno, il cornosilice in un posto dove arrivi il sole. Poi li applicheremo secondo metodologie ben codificate, partendo dalla loro dinamizzazione.

In questo processo si nota l’influenza dell’omeopatia, in auge ai tempi di Steiner (1861-1925) in quanto fondata dal medico tedesco Samuel Hahnemann nel secolo precedente. La dinamizzazione, in poche parole, è la diluizione di un composto (in questo caso dei preparati) in acqua (piovana o di fonte). Una diluizione che però avviene in modo particolare, citando ancora da Wistinghausen: “Per un ettaro occorrono 40-60 litri di acqua e 250-300 grammi di cornoletame o 4 grammi di cornosilice. Per la dinamizzazione sono più adatte botti di legno alte e snelle. Una scopa di betulla con un manico di 3,5-4,5 metri appesa al soffitto deve arrivare a un palmo dal fondo della botte. Mescolando con energia in modo concentrico dalla periferia fino al centro si forma un vortice che raggiunge quasi il fondo della botte. Poi si mescola in direzione opposta fino a formare di nuovo un profondo cratere. Si procede così per un’ora.

Notiamo subito due cose, intanto che la quantità di sostanza utilizzata è piccola, nel caso del cornosilice solo 5 grammi che andranno a essere utilizzati su un ettaro, quindi ben mezzo milligrammo a metro quadro, e poi la lunghezza del processo, un’ora di rimescolio. Possiamo aggiungere che sarebbe meglio mescolare a mano, ma è ammesso (grazie a Dio) l’utilizzo di macchine mescolatrici. La preferenza per il mescolamento umano è dovuta a una illuminante coincidenza: il cuore umano, durante la fatica della dinamizzazione, batte a un ritmo di circa 4320-4380 pulsazioni all’ora, mentre “in un semestre anche il Sole ha 4380 pulsazioni,” visto che 182,5 giorni moltiplicato per 24 ore fa, appunto, 4380.

Senza infilare ulteriormente il coltello nella piaga, ché di citazioni sorprendenti nella letteratura biodinamica se ne trovano a bizzeffe, vorrei tornare al proposito iniziale, all’esaminare la cosa col buon senso.

Prendiamo ad esempio il preparato 501, che come abbiamo visto è silice sciolta in acqua. Silice, ovvero biossido di silicio, in natura quarzo, componente del vetro e, incidentalmente, uno dei materiali più abbondanti delle crosta terreste. L’utilizzo del cornosilice è appunto da spruzzo, dopo la suddetta dinamizzazione viene nebulizzato entro le due ore (“altrimenti la dinamizzazione perde effetto”) sulle piante. Lo scopo è molteplice, nominalmente di concentrare gli effetti della luce solare, allo scopo di combattere infestazioni fungine e batteriche, ma anche di migliorare la qualità del prodotto, tra gli altri “colori, sapori, profumi, aromi, gusto, conservabilità, olii essenziali e gradi alcolici.”

Non spaventino le piccole concentrazioni di cui dicevamo, intanto non sono omeopatiche (in omeopatia le diluizioni successive sono tanto spinte che non c’è traccia della sostanza iniziale nella “medicina”) e poi mezzo milligrammo di sostanza può avere effetti importanti (pensiamo alla tossina botulinica, ne basterebbero pochi chilogrammi per sterminare l’intera umanità). Certo, qui abbiamo a che fare con polvere di quarzo, che è un materiale abbastanza neutro, ma ipotizziamo che abbia un qualche effetto sulla vegetazione. La domanda allora è: “come verificarlo?“, e la risposta è, ovviamente: sperimentando!

Bene, lo si faccia, ma come ci insegna l’esperimento di caduta dei gravi, lo si faccia sistematicamente, ovvero discriminando l’effetto di ogni singola azione nel processo di preparazione e applicazione. Ad esempio, andando a caso, qualcuno ha mai provato ad irrorarne di più, o di meno? Se fosse troppo magari avrebbe un effetto ben visibile, magari negativo. Qualcuno ha mai provato a girare la scopa di betulla in un solo verso, o magari per mezz’ora, o magari a non usarla di betulla, o magari a sciogliere il 501 nell’acqua senza creare vortici? E poi, qualcuno ha provato a usare polvere di quarzo sciolta senza stare a “cristallizzare le forze cosmiche” tramite un corno di vacca? O infine, a non utilizzarlo proprio il preparato, mantenendo però le altre pratiche?

Ci sarebbero poi i preparati da cumulo, ovvero quelli da aggiungere al compost per renderlo “biodinamico.” Senza perdere altro tempo vi rimando a una buona descrizione che ho trovato in rete, e richiamo quanto appena scritto: perché fare tutto questo? Qualcuno ha mai provato a fare qualcosa di meno? Magari il normale fertilizzante da letame, che ha la sua indubbia storia ed efficacia, funzionerebbe ugualmente?

Il cosmo

Ho lasciato per ultimo questo aspetto su cui vorrei soffermarmi il meno possibile. L’agricoltura biodinamica giustifica e intreccia ogni sua azione con l’influenza delle forse cosmiche, astrali, planetarie. Per i non addetti, la vulgata è che si rispettano i cicli lunari. Una affermazione che trova facile credito, se non fosse per la tradizione contadina, o perché, argomento tipico dei sostenitori, la luna ha effetti visibilissimi sulla nostra vita, “si pensi alle maree!”

Sulla luna e sui suoi effetti ne abbiamo già parlato anche su L’AcquaBuona, il nostro Vincenzo Zappalà, astrofisico, ha sicuramente più autorevolezza del sottoscritto. Ma agli estensori della biodinamica non bastava lasciare alla Luna il suo ruolo, e infatti il calendario biodinamico non segue le semplici e conosciute fasi lunari, bensì i movimenti della luna rispetto alle costellazioni, nonché le posizioni dei pianeti e le congiunzioni relative. Insomma, non si pensi che un povero agricoltore possa guardare il cielo e decidere in che fase siamo, è tutto molto, molto più complicato, e per conoscerlo bisogna acquistare il calendario biodinamico delle semine, nessuna libera conoscenza.

Pensare che la posizione dei pianeti e delle costellazioni, che non sono altro che nostri raggruppamenti di fantasia di stelle del tutto estranee una all’altra, possano aver influsso sulla vita equivale a credere nell’oroscopo. E non parlo solo del fatto che un sagittario sia attivo, estroverso, mobile, desideroso, o che i nati sotto il segno della bilancia siano acculturati, raffinati e amino le cose belle, ma proprio all’affermazione che oggi io “dovrei apprezzare di più ciò che mi viene concesso e ridurre la mia ambizione,” come suggeritomi da oroscopo.grazia.it (un suggerimento a dire il vero ben azzeccato, visto quanto sto scrivendo).

Conclusioni

La spinta verso una viticoltura e un’agricoltura naturale è fonte di speranza ed entusiasmo. Il contadino non deve rimanere più l’ultima ruota del carro, il produttore di materia prima viene spesso sfruttato dal resto della filiera. È piuttosto un attore consapevole, da cui dipendono l’armonia del territorio e la nostra salute. Sul cibo si gioca la battaglia del futuro, tra il profitto di pochi senza regole e quello condiviso e giusto.

Oggi abbiamo i mezzi e le conoscenze per procedere nella aspirazione di avere cibo per tutti, cibo migliore e un ambiente sano. Mezzi e conoscenze teoriche e tecniche, ma, con atteggiamento oscurantista, ancora si tende a reagire alle difficoltà in maniera irrazionale; si combatte un eccesso, una stortura, ricorrendo all’irrazionale arroccamento nella magia, nella fede.

La medicina soffre di troppo business? Invece di combattere questa tendenza nego la medicina stessa, e mi faccio prendere per i fondelli dagli spacciatori del nulla omeopatico (che fanno anch’essi il loro business). L’agricoltura eccede di chimica e distrugge il suolo? Allora lo proteggo con buone pratiche, ma perdendomi dietro a rituali magici imbarazzanti.

Veramente il pensiero è ancora così debole da non poter trovare la sua strada senza l’aiuto di un libro sacro, di un vate che, ai tempi in cui Einstein rivoluzionava il mondo scientifico, raccontava nei suoi libri della vita su Saturno, di Atlantide, di Lemuria?

Ma poi tutto questo in agricoltura! Proprio dove la nostra società fonda le sue solide radici: il regno del concreto, della prassi!?

La viticoltura biodinamica ha l’indubbio merito di aver incrementato l’attenzione verso la naturalità, verso il rispetto dell’ambiente, anche verso l’importanza della figura stessa del vignaiolo. In tanti suoi aspetti (alcuni non li ho neppure citati, quali il modo di lavorare i suoli) è senza ombra di dubbio portatrice di innovazione (o riscopritrice di buone pratiche) che possono migliorare anche il mondo più prosaico dell’agricoltura biologica. E questo pregio lo dimostra tra i produttori così come tra i consumatori che, seppur inconsci di cosa biodinamica voglia nei fatti significare, la percepiscono come un fattore positivo. Un fattore che ha anche un valore economico, retribuendo così gli sforzi di chi abbandona le più facili tecniche industriali per questa.

Purtroppo, tutto quanto di “dinamico” differenzia la biodinamica da sensate e benvenute pratiche biologiche e naturali è basato su assiomi, ovvero su verità indimostrabili, e neppure così evidenti come gli assiomi dovrebbero essere. Indimostrabili e basate su presupposti filosofici che ritengo, scusate se mi ripeto, imbarazzanti.

Non sarebbe molto più efficace separare il grano dal loglio, buttare a mare tutta la paccottiglia esoterica e concentrarci su quanto di ragionevole, e di buon senso, i vari filoni “naturali” portano avanti? Che poi ognuno sia libero di vivere come vuole la propria spiritualità, ma non la si trasformi in credenza o, peggio, in certificazioni.

Cara/o vignaiola/o biodinamica/o, davvero volete che, parlandoci negli occhi e bevendo insieme il vostro vino, spesso ottimo, quando mi raccontate di preparati o di intersezioni astrali io debba sentire il disagio di pensare: “ma ci crede veramente?”

 

Alcuni riferimenti, non esaustivi, per saperne di più:

Foto tratte da: www.facebook.com/palazzotronconiholidays, www.labiolca.it, www.iozappo.it, www.biointegrale.it

 

 

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