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Tutte le certezze perdute, più – bonus – una buonissima bottiglia a 5 euro

Il vino non dà certezze. Davanti a un’evidenza magari del tutto imprevista, negli anni ho dovuto mettere in discussione convinzioni in apparenza incontrovertibili, e renderne conto con onestà. Mi sono così attirato le critiche e anche le derisioni dei “veri conoscitori”. Come quando – orrore! – ho descritto la bontà sorprendente di una bottiglia rimasta in un balcone, al caldo e al freddo, per diversi anni.
Ma che, davéro davéro?

Al lungo elenco di disorientamenti e stupori assortiti si è aggiunta da poco la trasformazione di un vino “da supermercato” in vino-sosia di un ottimo cru borgognone.
Ma lo vediamo alla fine.

QUELLI CHE VOGLIONO LEGGERE SUBITO DELL’OTTIMO VINO A CINQUE EURO SALTINO I PROSSIMI PARAGRAFI

Ecco intanto alcune certezze vinose scardinate dall’esperienza, almeno nella mia considerazione. Attenzione però. Come ho premesso in altre occasioni, che un dato empirico considerato fondato nella maggioranza dei casi venga smentito – del tutto o in parte – da una controprova occasionale non comporta automaticamente la sua falsificazione assoluta. In altre parole: se una bottiglia tenuta in piedi in una sauna finlandese per sei mesi alla fine si può ancora bere non significa che il pacchetto standard della conservazione dei vini (temperatura bassa/umidità alta/buio/assenza di vibrazioni) non sia valido.

Le bottiglie di vino si conservano in orizzontale
Non è mica detto. Ho toccato con mano – con lingua – la bontà di vini da bottiglie tenute in piedi per anni ovvero decenni. I collezionisti/cani da tartufi che rinvengono fortunosamente una bottiglia di Spanna del 1955 ritta in piedi dal 1957 sullo scaffale di una bettola di paese; la prendono all’oste per due lire – due euro –; la stappano per pura curiosità; e poi la trovano incredibilmente buona, sanno di cosa parlo.

Le bottiglie non si mettono mai in freezer
Mah. Sarò un criminale da denunciare all’ASI (Association de la Sommellerie Internationale), però io l’ho fatto: non una ma decine di volte. Avete presente, no? Tornate a casa e avete una voglia irrefrenabile di quel bianco, o anche di quel rosso, o anche di quel rosato; insomma di quel vino. Ma sono le nove meno un quarto e la cena sarà pronta di lì a una ventina di minuti. Che fate? prendete dall’armadio la glacette, togliete dal frigo le vaschette del ghiaccio, sgranate i cubetti nella glacette, la riempite di acqua fredda, ci mettete dal sale (“che abbassa la temperatura più velocemente”), ci schiaffate la bottiglia e aspettate la canonica mezz’ora? Tutta l’operazione vi avrà richiesto tre quarti d’ora, se va bene. Piazzate la boccia in freezer per una ventina di minuti e bell’effatta finita. 

Il vino non si allunga con l’acqua

Uno dei comandamenti più sacri. Guai a dire a un connaisseur che la sera prima si è bevuto un Bolgheri diluito con un po’ di acqua. Se è un cacciatore può andare a prendere la sua doppietta e farti secco senza pensarci due volte. Se è un pugile, ci mette ancora meno a stenderti.
Ma io me ne sbatto (con risp. parl.) spensieratamente degli esperti e quando càpita – e càpita, càpita – nei rossi troppo legati dai tannini, troppo densi, troppo alcolici, dell’acqua ce la metto. E magari ci tiro fuori pure un vinello simil-elegante, guarda un po’.

QUELLI CHE SALTANO LA PARTE DISSACRATORIA RIPRENDONO DA QUI

Ma veniamo allo spiazzamento più recente. Lunedì scorso sono invitato all’ultimo momento a pranzo da amici non enomaniaci. Il menu prevedeva linguine alle cozze. Non potendo passare in cantina mi presento a mani vuote, certo della comprensione degli ospiti (anche per la lunga tradizione di buone bottiglie recate in occasioni precedenti).

La padrona di casa tira fuori dal frigo una boccia già aperta di un bianco “che ho comprato al Pim qui vicino. Non ti piacerà, scusa, ma intanto noi ce la beviamo come aperitivo”.
Anche se sono appunto uno scardinatore di certezze e un dubitatore di schemi consolidati, la percentuale di enosnob rimasta in me – tuttora robusta – mi ha fatto subito assumere un’aria di sufficienza.
Sufficienza rafforzata dall’esame visivo della bottiglia:

– etichetta dal nome latino pretenzioso “Ante Hirpis

– firma del selezionatore in caratteri dorati (ahi ahi ahi)
– controetichetta poco rassicurante, con timbrature di lotto (2018) storte e indicazione Beneventano Falanghina
– indicazione di un’azienda, Vinicola del Sannio, che non conoscevo

Perciò ho pensato: “eh, vabbè, sarà il solito bianco da battaglia, giallino anemico nel colore, neutro nei profumi e nel gusto”.

E invece manco per niente. Colore dorato luminoso, profumi tra la nocciola tostata, la foglia di limone, il gesso e la roccia di mare, sapori netti, frutto appena accennato ma coda salina e buona freschezza a sostenere il finale. Insomma, una specie di Premier Cru di Chablis. Cui una punta di leggera ossidazione (precoce per un 2018, certo: ma chissene) donava anche un abbozzo di complessità.

Cazzarola, come direbbe il mio amico Steve. Un bianco che messo alla cieca accanto a un vino da 50 euro non sfigurerebbe per niente. Anzi.
Per essere sicuro che non si trattasse di un effetto dell’aria post stappatura – dopotutto che ne so quanto tempo i miei amici lo avevano tenuto in frigorifero? – ho subito cercato di comprarne qualche altro specimen.
L’ho trovato online, pagandolo tra un balzello e un altro sugli otto euro.
E il vino era proprio lui.

Un collega, storico esperto dei vini campani, cui ho riferito la curiosa epifania, mi ha liquidato con un dubbioso “mah, fanno sei milioni di bottiglie… io non ne ho mai trovato di superlative”.
Gli sarà uscito per caso? Staranno migliorando la gamma? Non so. Approfondirò.

Eppure intanto quel vino è lì. Ennesima testimonianza che nel vino non si hanno – non si possono avere – certezze.

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