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Sean O’Callaghan e la Tenuta di Carleone in Chianti classico. Elegia di un cacciatore di vigne

Tutto sommato la storia della Tenuta di Carleone è roba recente. Principia nel 2012, come a dire ieri, e si sviluppa grazie alla intraprendenza di Karl Egger, imprenditore austriaco innamoratosi del Chianti. Succede, da queste parti. Eppure, quello che risalta nella fattura dei vini è la loro cifra stilistico/espressiva, tutto men che incerta o approssimativa, ciò che non ti verrebbe di associare ad una realtà novella. Squadernano semmai, essi vini, una maturità da veterani, trasmettendo, ciascuno a suo modo, una invidiabile sensazione di autenticità, trasparenza e onestà. Al punto da diventare un caso.

In realtà le fondamenta tecniche su cui poggia Carleone sono ben solide. Alla guida della cantina troviamo infatti Sean O’Callaghan, per gli amici Sean Il Guercio, vecchia conoscenza del territorio, per tanti anni l’anima della celebre firma Riecine di Gaiole in Chianti. E’ a Riecine che ha cominciato a prender forma la sua visione sentimentale del “vino di territorio”, fortemente intrisa di idealità e di vissuto, approdata oggi ad una visione quanto mai personalizzata e “militante”.  Ed è ancora lì che ha iniziato a manifestarsi la sua instancabile bramosia di ricercare vigne sparse qua e là nel vasto territorio chiantigiano, vigne che gli avrebbero consentito di sviluppare le sue idee, soprattutto in tema di sangiovese. Ancor meglio se rintracciate in contesti poco o niente antropizzati, magari di alta collina.

Questi intendimenti e questo approccio “metodologico” stanno alla base del progetto Carleone, che si estende su di un parco vigneti variegato con base a Radda, nella zona di Selvole (località Pian Vecchio), contrapposta a Montevertine, e può pure contare su un ulteriore appezzamento a La Villa, sempre a Radda, scenograficamente disposto su di un cocuzzolo, per un totale di otto ettari.

Poi ci sono le recentissime acquisizioni di Vagliagli, nel comune di Castelnuovo Berardenga, a 500 metri di altitudine, culla di vini affilati, freschi e austeri ( 3 ettari già presenti e piantati nel 2000, 5 ettari piantati nel 2017, tutti a sangiovese). Infine  – novità fra le novità – due ettari strappacuore sulle alture di Lamole, nel comune di Greve, concessi in affitto da un contadino del luogo, da cui potrebbe nascere – chissà – Il Guercio del futuro, vino-simbolo di Sean O’Calllaghan, fino ad oggi prodotto con le uve provenienti da un appezzamento disposto a 700 metri di altitudine sopra Barbischio, in località Mello, nel comune di Gaiole. E, tanto per non farsi mancare niente, ecco spuntare una vignetta di mezzo ettaro che intercetta il nord ad alta quota, lì dove è stato piantato nientepopodimenoche riesling!

L’enologia di Sean non ammette interventismi. Non fa uso di enzimi, coadiuvanti o lieviti selezionati, predilige lunghe, quando non lunghissime, macerazioni (dai 40/60 giorni per il Chianti Classico ai 5 mesi per Il Guercio!), sporadiche dinamizzazioni dei mosti e dei vini, l’uso di vasi vinari non convenzionali come il cemento o quello di bins aperti da 1000 litri per le prime fasi di fermentazione.

Nella attuale (provvisoria?) sede della Tenuta di Carleone, alle porte di Radda, vi respiri un’aria naif e un senso di provvisorietà, ciò che restituisce la giusta dimensione al mestiere dell’agricoltore e ti fa sentire maledettamente a proprio agio. La cantina è pressappoco un garage, il suo inquilino un visionario: Sean, per l’appunto.

L’assaggio delle nuove annate consolida le impressioni avute in precedenza. Ciascun vino è percorso da un anelito di autenticità che fa passare in subordine il tasso di complessità più o meno accentuato di una etichetta rispetto ad un’altra. Quando però ti accosti a vini quali UNO (2017 e 2016) o Il Guercio (2018), declinazioni di puro sangiovese proveniente rispettivamente da Radda e da Gaiole, il tutto sembra tramutarsi in un nuovo paradigma con aspirazioni all’archetipo. Perché sono intessuti a macramé, e la loro filigrana restituisce l’idea che vi si nasconda un dono prezioso. A quella luce interiorizzata, a quella bontà disarmante e magnificamente disadorna, non sai resistere. Nuove brecce emozionali ti si spalancheranno davanti, sorprendendoti.

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I VINI DI UN GIORNO

Pian Vecchio 2019 (trebbiano/malvasia)

Millecinquecento bottiglie e una destinazione ancora da decidere, forse un vino solo per gli amici. Balsamico, nature e gentilmente speziato, la schiettezza fa il paio con il sapore. E’ nitido, incisivo, non un’ombra di rusticità nei paraggi. Possiede un’espressività diretta e senza orpelli, quello sì, a lasciar spazio al grip più che alle sfumature. Ma è un buon bere pulito.

Rosato 2019 (da uve sangiovese provenienti da vari siti; solo pressato, senza salassi)

Davvero centrato e caratteriale questo Rosato, in grado di coniugare sapore e carnosità di frutto con dettagli più sottili  (rosa, peonia, melograno), che ne propiziano lo slancio aromatico e l’articolazione gustativa. E’ vino saldo, pieno e versatilissimo, da maritarsi ai cibi per innata predisposizione.

Meticcio 2018 (cabernet franc 50%, merlot 50%; lungga macerazione, affinamento in cemento)

Qui si rovescia la logica interpretativa dei classici supertuscan di ispirazione “forestiera”, elaborati di solito per motivi di ambizione. Vuole essere infatti il rosso entry level della casa, quello che dovrebbe palesare una gioiosa bevibilità sbarazzina, facendo affidamento sulle argomentazioni aromatiche dei simpatici vitigni in gi0co. Ma se ai profumi è fragrante, nitido e persino sfaccettao, con richiami ai frutti neri del bosco, al peperone, alla china, al pepe e al terriccio, più rugoso, ruspante e abrupt ti apparirà al gusto. Non lesina in schiettezza, comunque.

Chianti Classico 2017 (sangiovese proveniente dai vigneti in Radda)

Polposo & maturo – per i tratti vinosi e fruttati ricorda un ciliegiolo -, è un vino a trazione anteriore del tutto fedele al mandato affidatogli da una annata difficile e siccitosa, a cui manca la profondità delle edizioni migliori ma che si lascia ben apprezzare per il pregio dell’equilibrio espositivo, per la dignità territoriale, la spigliatezza e l’onestà di fondo.

Chianti Classico 2016 (sangiovese proveniente dai vigneti in Radda)

Tutta un’altra storia. Elegante, teso, slanciato, disegnato in bello stile nel registro sapido-minerale, qui la trasparenza espressiva gira a mille. Aereo e rinfrescante, è quando istinto e complessità si mischiano in tutt’uno. Fra i migliori Chianti Classico d’annata !

UNO 2017 ( sangiovese da unico appezzamento in Radda; affinamento cemento, acciaio, tonneau (10%); macerazioni di 60 giorni, fermentazione in cemento e bins aperti)

Impronta mineral-floreale coinvolgente, appena caldo il frutto ma filigrana tattile di invidiabile sensualità.

Una delicatezza e un savoir faire che aprono alla meraviglia. Una luminosa trasposizione di intenti.

UNO 2016 (sangiovese da unico appezzamento in Radda)

Elegantissimo, succoso, dinamico, di grande “nudità” e naturalezza. Tutto sussurri e niente grida, la persistenza e la pervasività lo pongono ai vertici assoluti del territorio tutto. Una prestazione eloquentissima che certifica di nuovi paradigmi.

Il Guercio 2018 (sangiovese proveniente da Mello, 700 metri slm, sopra Barbischio, Gaiole; cinque mesi di macerazione, affinamento in cemento con il 20% di grappoli interi)

Un soffio di pura eleganza, la florealità struggente, il candore, su suggestioni di pietra e agrume rosso. Vive di rarefazioni, preziosi contrappunti, levità. Snuda il suo di dentro, e te lo dà.

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