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5 sangiovese per 5 territori (pisani), a Pieve de Pitti

Sono tante le donne nella nostra viticoltura che sanno coniugare il pugno di ferro dell’efficienza e della decisione con il guanto di velluto del saper proporre e convincere con la dolcezza dei modi. Una di esse è sicuramente Caterina Gargari che ha affiancato ben presto il padre Sergio e la madre Ida nella conduzione di Pieve de Pitti, bellissima realtà (anche ricettiva) nel comune pisano di Terricciola, ad alta vocazione come dimostrano i “forestieri” che hanno investito qui, dai trentini Lunelli ai Rivetti da Barbaresco.

Nella gestione di una “macchina” che da una quindicina di ettari vitati dà vita a vini bianchi da uve trebbiano (Trebiana) e vermentino (Aprilante), ad un Merlot (Appunto) e ad un Syrah (Scopaiolo), Caterina negli anni si è progressivamente assegnata la missione di conoscere praticamente palmo a palmo il suo territorio, soprattutto per comprendere e catalogare le espressioni del sangiovese, che poi vanno ad armonizzarsi nel Cerretello, un Chianti Superiore, e nel Moro di Pava, un Chianti Riserva che prende il nome dalla boscosa Val di Pava.

Impresa non delle più semplici: siamo infatti su una collina che contiene un po’ tutte le tipologie di terreni della provincia di Pisa, da quelli dominati dalle argille marine o da quelle “blu”, a quelli più o meno sabbiosi. Con una caratteristica che affascina sempre, ossia l’estrema ricchezza di fossili, conchiglie naturalmente, e persino coralli. E i sedimenti che emergono anche semplicemente passeggiando in vigna non sono solo di origine marina ma anche fluviale e lacustre, e affiorano in una piana in cui chiaramente si distinguono strati e “lenti” in cui si alternano le varie composizioni.

In questa “babele geologica” si è immersa Caterina con passione (quella ce l’hanno in molti) ma soprattutto con la perseveranza della studiosa (che hanno in molti meno) e di chi ha uno scopo ben preciso: quello di delineare l’identità territoriale di un’uva, naturalmente il sangiovese, che diversamente dalle zone più vicine al mare dove ci si dedica con successo ai vitigni internazionali, qui (anche grazie proprio al mare, solo poco più lontano) ne possiede una forte, fatta ad esempio di tonalità gustative più “rilassate” e avvolgenti, meno concettuali e talvolta ispide di quelle che si incontrano nelle zone d’elezione fiorentine e soprattutto senesi.

Poi, tutto sta a trasferire l’identità dell’uva nel vino. In questo è prezioso il senso di rispetto che si deve verso l’ambiente e la terra che a Pieve de Pitti si è tradotto nelle scelte sempre più spinte in direzione di una agricoltura e una viticoltura naturali, che vanno dai qualcosa come 21 diversi miscugli da sovescio seminati a mano, all’uso di lieviti indigeni. E conta molto l’aiuto e l’indirizzo di un winemaker sensibile come Paolo Vagaggini.

Il risultato, riassunto e schematizzato, sono i “5 sangiovese per 5 territori” a cui è stata dedicata una degustazione assai utile per comprendere una volta di più come il territorio influisca sull’uva, anche se questa ha una grande personalità. In questa occasione si sono confrontate due annate molto diverse come la 2018 e la 2019: problematica la prima, buona e peculiare la seconda, con maturazioni avvenuta a strappi e fermentazioni i cui andamenti soni stati spesso imprevedibili e inaspettati. Ed è stato stimolante comprendere il condensato dei risultati di questi anni di riflessioni e consapevolezze, dubbi e ingenuità, che oggi fra i tanti dubbi sembrano aver raggiunto un certo numero di punti fissi, di certezze che incoraggiano ad andare avanti. Eccone gli appunti di degustazione.

Vigna Scopaio

Il colore rossastro dei terreni indica un ambiente fluviale, ed emergono piccoli ciottoli che qui vengono chiamati per il loro colore “colombini”; la disposizione dei filari è est-ovest. Il 2018 inizialmente si esprime con note piriche, affumicate e mentose; poi si aggiunge una bella frutta rossa ribadita in una beva che si allarga in modo prepotente. Nel 2019 ad un olfatto ancora chiuso fa da contrasto una bocca compatta e saporita, marcata ancora da un frutto rotondo.

Vigna Uccelliera

Qui c’è più argilla, più ventilazione e vigneti sono disposti nella direzione nord-sud. Ad un 2018 incerto, con spunti vegetali fa da contrasto un 2019 affascinante, con un olfatto dai tratti floreali e di bella profondità. Velluto, concentrazione e progressione gustativa portano ad un finale succoso e siglato da un tannino fine.

Vigna Ferragoni

Qui la natura invita all vigoria: tanta luce diretta, parete fogliare delle viti molto sviluppata, grappoli serrati e numerosi, bacche grandi. Il 2018 presenta un olfatto vivo, giocato fra note boschive e balsamiche, con un eucalipto penetrante. Medio impatto in bocca, con un fruttato più presente, un’acidità viva e un finale pimpante. Il 2019 ha un colore cupo e rilascia sensazioni terrose, di ciliegia nera e liquirizia; in bocca ha una materia ancora da equilibrare, e un finale dai tannini nervosi.

Poggio Turchi (vigna Poggio Turchi ed altre)

Tanta argilla blu nel terreno e anche tufo, poi luce e ventilazione e buona vigoria per il sangiovese. La vendemmia 2018 ha prodotto un vino sottile e succoso, mediamente espressivo. Il 2019 appare più esplicito: colore porpora e fruttato generoso che va dal ribes al lampone, alla visciola. Di buon spessore, è saporito e di bella ampiezza finale.

Vigne Vecchie (Cerrettello e Selva)

Le vigne affondano le radici in un mix di argilla e sabbia, che accomuna le due vigne che per il resto abitano contesti diversi: più intensa la luce e più ventilata la Cerrettello, dove i filari vanno in direzione est-ovest, forte pendenza e vigne lungo la direttrice nord-sud per la Selva. In entrambi i casi, comunque, tanta vigoria. Da qui provengono le uve del Moro di Pava, il vino più significativo di Pieve de Pitti, e non si stenta a capire il perché, viste le belle prestazioni in entrambe le annate. Il 2018 sfoggia un olfatto persistente, in cui ad una linea mentosa affianca un frutto puro con bella larghezza. In bocca è leggero, nervoso e dinamico e si conclude con un finale brillante con sfumature amaricanti. Il 2019 conferma la purezza olfattiva seguita stavolta da un palato equilibrato e scorrevole, di consistenza piena ma non ingombrante, e da un finale imperioso per larghezza e persistenza.

Nella prima immagine, Paolo Vagaggini e Caterina Gargari

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