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Diari dei Colli di Luni. La Colombiera: in una botte di Ferro, con il Terrizzo nel cuore

Se dovessi costringermi ad una forzata sintesi di quella che è stata la storia di La Colombiera, ebbene questa non potrebbe che riassumersi nei contorni della “classicità”. La quale “classicità”, calata nell’enomondo, da un punto di vista caratteriale e dell’animo umano significa discrezione, basso profilo, lavorìo silenzioso e senza compagnie cantanti; da un punto di vista enoico coerenza interpretativa, rigore tipologico, dignità territoriale. E forse non è un caso se le etichette dei vini della casa riportano a mò di logo le preistoriche statue stele della Lunigiana.

Un percorso lineare e coerente, quello della famiglia Ferro, fatto di decisioni ponderate e mai influenzate dai venti mutevoli delle tendenze modaiole: apprendimento sul campo, dedizione alla causa e vini identitari ben connotati stilisticamente. Non ci si inventa niente ad inquadrare La Colombiera come una delle realtà storiche di quel territorio “frontaliero” posto a cavallo fra Liguria e Toscana, nelle province di La Spezia e Massa, che chiamiamo Colli di Luni; non c’è azzardo alcuno ad incasellarla nel novero delle più accreditate, non foss’altro per la capacità di esaltare con rigore ascetico le doti distintive e insopprimibili del Vermentino dei luoghi.

Pieralberto Ferro, l’anima tecnica aziendale, unisce introspezione e socievolezza in modo efficace, senti che gli piace pensare e senti anche che è piuttosto refrattario alle luci della ribalta e al circo mediatico che gravita attorno al vino. Ci siamo conosciuti ventuno anni fa. Andai a trovarlo perché avevo nella testa un piccolo mito, un vino rosso prodotto nei colli di Luni. Sorprendente, buonissimo, pure longevo. Terrizzo il suo nome, La Colombiera il produttore. Una rarità.

La conoscenza avvenne grazie a mio padre, che a quell’etichetta si era affezionato ed era solito acquistarla già dagli anni Ottanta. Un affetto doppio quindi, che mi sarei portato appresso per sempre. Piero mi portò a vedere il recentissimo investimento a Celso, su in collina, nel comune di Fosdinovo, dove da lì a poco sarebbe nato un nuovo vigneto e iniziato il nuovo corso, con il Terrizzo che avrebbe cambiato pelle e il Vermentino che avrebbe assurto a una dimensione più ambiziosa.

Torno oggi alla Colombiera e incontro anche le generazioni nuove di famiglia, le figlie Valeria e Benedetta: la prima vera e propria front woman aziendale, la seconda che si occuperà del nascente agriturismo. Undici gli ettari vitati complessivi per soli tre vini prodotti: un Vermentino (Trevigne) proveniente dai vigneti di Castelnuovo Magra e Sarzana, un Vermentino (Celsus) dalla vigna di Fosdinovo e -ovviamente-  il Terrizzo, sì, sempre lui, colui che ha letteralmente scandito la storia vinicola dei colli di Luni nel traghettamento dai tempi della ingenuità a quelli della consapevolezza.

Il Vermentino della Colombiera, oggi Trevigne, riassume alla perfezione il significato più significante di tutta questa storia: una enorme classicità di forma e di sostanza. Un piccolo paradigma, se vogliamo, dove i richiami varietali e l’indole “campagnola” felicemente si fondono, annunciati dai sentori di frutta bianca e cereali, e dove non viene mai meno la vocazione gastronomica.

Il Vermentino Celsus, invece, proveniente dalla vigna di Fosdinovo di cui vi dicevo, disposta a 250 metri slm, gioca la sua partita più in profondità, offrendosi con una maggiore tensione aromatica e sciorinando un portamento compassato che ammicca a signorilità.

Poi viene lui, il Terrizzo. Rispetto agli esordi già cambiò pelle negli anni Duemila, andando ad affiancare merlot e cabernet sauvignon al sangiovese, ma non ha abbandonato mai, se non per una breve parentesi temporale, le amate botti grandi per l’affinamento. Ecco, qui giocano pesantemente i ricordi, e per questo, solo per questo, potrebbe vincere facile.

Non mi dimentico certo di Francesco Ferro, il padre di Pieralberto oggi novantenne, iniziatore di tutta questa storia e indiscusso personaggio del territorio lunigianese, sia pur non essendo lui un autoctono (proviene dalla Sicilia). Ma non perché vanti una idea precisa della persona, quanto per l’assidua frequentazione di mio padre del ristorante che Francesco aveva aperto a Bocca di Magra già negli anni Settanta, una palafitta proprio all’estuario del fiume Magra chiamata La Lucerna di Ferro, con in faccia il mar Ligure e dall’altra parte le Alpi Apuane, che nei ricordi miei di bambino resta pura suggestione e vertigine di acqua che scorre sotto ai piedi. Ecco, furono le crescenti attenzioni della clientela del locale verso il “vino della casa” che spinsero Francesco a pensare seriamente alla vitivinicoltura e all’imbottigliamento in proprio. A me invece quel luogo – che è ancora là, riattato con sentimento in un romantico avamposto gourmet –  ricorda semplicemente mio padre, ed è come una spina che fa sanguinare il cuore di affetto.

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I VINI DI UN GIORNO

Colli di Luni Vermentino Trevigne 2019

Carattere fruttato, stimoli cerealicoli, pulizia e cura formale, trama che si allarga e scorre placidamente, con ordine. Non una forza acida che si distingua ma un profilo schietto, gourmand, di dichiarata vocazione gastronomica, che si lascia ben apprezzare. Un po’ terragno e un po’ marino, è un Vermentino sincero e delicatamente sapido che sa della terra sua.

Colli di Luni Vermentino Celsus 2018

Tensione aromatica che vira sul linfatico e sull’agrumato; grip, corpo e determinazione. Profilo austero e compassato, gusto ampio e ben scandito. Più profondo che meramente varietale, quindi lontano dall’accademia. Un passo in più per compiutezza e personalizzazione.

Colli di Luni Vermentino Celsus 2017

L’annata tribolata si sente: si affaccia un’ombra di evoluzione, i profumi fondono sensazioni dolci e agrumate, l’articolazione gustativa sconta una certa farraginosaità. Opulento fino a centro bocca, poi più affilato nel finale in odor di frutta secca, la proverbiale sobrietà espressiva resta trasfigurata dallo speciale millesimo.

Colli di Luni Vermentino Celsus 2016

Austero, introspettivo ma teso e inflessibile, emerge anche in questo caso un’elegante compostezza che è poi la sua cifra, assieme a un coté idrocarburico molto interessante. Ridondanza e presenza scenica non gli appartengono; è nei risvolti di una silhouette avvezza alle sfumature che vi rintracci oggi le linee portanti della signorilità.

Colli di Luni Rosso Terrizzo 2018 ( sangiovese; merlot, cabernet)

Giovane e aitante, ancor vinoso, con l’afflato vegetal balsamico che si innesta su una dote di frutto eloquente ma mai fuori misura, ne apprezzerai, se non ancora l’armonia del sorso, la schiettezza e la succosità. E quella chiusura asciutta, netta, ammandorlata e senza fronzoli, ad amplificarne la dignità e a ricordarci da dove provenga.

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Azienda Agricola La Colombiera – Via Montecchio, 92 – Castelnuovo Magra (SP) – www.cantinalacolombiera.it

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