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Ivan Giuliani e la sua Terenzuola: storie di cercatori di emozioni. O delle passioni che bruciano

Ivan Giuliani ha un’innata predisposizione alla scommessa: d’altronde gli piace vivere a cento all’ora, gettare il cuore oltre l’ostacolo. E’ una “vittima” felice dell’entusiasmo, questo è. E se ne sono accorti quasi subito, in famiglia. Dopo un’infanzia e una gioventù vissute a Stresa, sul Lago Maggiore, ecco che un giorno scatta il clic.

In trasferta nella terra natìa dei genitori, a Fosdinovo, sui Colli di Luni di sponda massese, nel mentre si dà daffare per aiutare a vendemmiare le uve del vecchio podere acquistato anni addietro dai suoi per trascorrervi le vacanze estive, il cervello inizia ad incagliarsi su un’idea ricorrente, un’idea di futuro, affascinante e misteriosa assieme. Clic.

A vent’anni è tutto ancora intero, a vent’anni è tutto chi lo sa”, cantava Guccini, il “modenese volgare”. E il ventenne Ivan, folgorato dai luoghi che furono degli avi e dal miraggio di poter produrre vino seriamente e per conto proprio, nel suo adrenalinico agire ha incominciato ad accogliere e a rimescolarvi tutte le pulsioni tipiche di un ottimismo di stampo giovanilistico, legandole a doppio nodo con il fatalismo incantato dell’accettazione: stare a vedere come andrà a finire. Si propone quindi per governare il podere. Nasce Terenzuola in qualità di azienda vitivinicola. Da lì a poco pianterà il suo primo vigneto di vermentino con criteri razionali. La “malattia” per il nuovo mestiere si farà conclamata. Da lì a poco, io e Ivan ci saremmo conosciuti.

Ritorno oggi a Terenzuola. Sono passate 27 vendemmie e intanto qui è cambiato il mondo, o quantomeno si è decisamente evoluto. Prima di tutto, cresci cresci, si è arrivati a 22 ettari di vigna, non proprio una bazzecola. Oltre al podere Terenzuola, che sta in località Corsano di Fosdinovo, lì dove tutto è iniziato, gli appezzamenti si trovano anche al Belvedere, a Caniparola, finanche nel pontremolese. E poi bisogna mettere nel conto certe scommesse pazze intervenute nel frattempo, ovvero le acquisizioni nel Candia massese e nelle Cinque Terre liguri, due incontrovertibili esempi di viticoltura eroica che al fascino indiscusso della sfida contrappongono la “meravigliosa” incertezza della sostenibilità economica. Niente di meglio per un cercatore di emozioni come Ivan Giuliani!

L’unicità di Terenzuola, da cui proviene il Vermentino Fosso di Corsano, etichetta iconica della casa, sta nelle altitudini e nella natura dei suoli. Ci troviamo infatti alle massime altitudini coltivate a vite dei colli di Luni ( ci si spinge fino a 370 metri slm), e i suoli, oltremodo magri e scistosi, derivano da antichi disfacimenti di arenaria. I bianchi che se ne escono da lì posseggono la luce della purezza, sono freschi in acidità, portati per il dettaglio sottile, pervasi da una salinità diffusiva, grondante, puntiforme.

La scelta iniziale eppure si ispirò all’Alsazia e alle vendemmie tardive. Quindi profumi, morbidezza e voluttà. Con l’esperienza e l’accresciuta sensibilità di interprete poi, le cose sono cambiate. Oggi Ivan può contare su selezioni massali, sulla messa a dimora di 13 cloni differenti di vermentino, su vendemmie impostate per diversi tri di raccolta, su pied de cuve di lieviti indigeni in qualità di starter delle fermentazioni. Soprattutto, su una visione sempre meno interventista focalizzatasi nella ricerca di freschezza, contrappunto gustativo e verticalità.

Da diverse vendemmie a questa parte, infatti, il “Fosso” sciorina un portamento nordico, una trama affusolata, un prezioso fraseggio aromatico e una naturale disinvoltura di beva. Insomma, possiede un’eleganza tutta sua.  La estemporanea piccola verticale inventata là per là da Ivan nel corso della mia visita in cantina di qualche settimana fa ci ha restituito luce su luce. Quel vino è la sua vita, ci sono dentro le certezze, e ci sono i cambiamenti. Quel vino sa di lui.

Ma non possiamo esimerci dal parlare dell’altro vino simbolo di Terenzuola, in questo caso rosso, ricavato dalle vigne basse di Fosdinovo e che ben evidenzia l’eclettismo della produzione tutta: Merla della Miniera, frutto di uno studio approfondito sulle varietà locali in via di estinzione come merla (o canaiolo nero) e tintoretto, condotto grazie all’assistenza di ampelografi di chiara fama come il professor Giancarlo Scalabrelli, scomparso prematuramente qualche settimana fa, a cui Ivan ha dedicato il suo amato vitiarum creato a Terenzuola, che al suo interno raccoglie moltissime varietà di uva.

Ebbene, nel solco di un pensiero enologico che cambia evolvendosi, il Merla delle ultime stagioni è stato ridisegnato  – coerentemente – nel verso della beva e della ariosità, per lasciar emergere il candore e la fragranza del frutto entro trame pulite, prodighe di dettagli e meno “costrette” da impicci o concentrazioni di materia.

Nel Candia massese, invece, il progetto Permano è cosa assai recente, ed è vòlto alla riscoperta delle antiche tradizioni locali: Vermentino Nero e Massaretta sono i vitigni su cui si fonda la proposta in rosso, mentre le uve bianche (vermentino ed altre autoctonie come malvasia, trebbiano giallo, verdello, durella, albarola…), ricavate da vigne centenarie situate ai piedi delle cave di marmo di Carrara, confluiscono in un vero e proprio uvaggio: raccolta delle uve tutte assieme, vinificazione in cemento dopo breve macerazione sulle bucce, sosta prolungata in bottiglia. La scelta sta ripagando gli sforzi con un carattere aromatico originale e un gusto saporito, incisivo, dinamico. E’ proprio un bel vedere.

E se con il Vermentino Nero della linea Permano si è inteso riproporre alcuni degli stilemi cari a certi ambiziosi rossi toscani affinati in legno piccolo, dove carnosità, consistenza, seta tattile e morbidezza appaiono come le dominanti del registro espressivo, con il Vermentino Nero delle vigne basse di Fosdinovo ( zona Caniparola), grazie a vendemmie anticipate, a più mitigati tenori alcolici, ad estrazioni soffici e a vinificazioni in cemento, l’idea di vino che ne esce fuori è agile e sbarazzina. Bevibilità e istinto giocano ruoli importanti, certo, così come gli accenti varietali, e potresti ben concedergli un grado o due di temperatura in meno rispetto a quella canonica di servizio, per potertelo godere con soddisfazione anche nelle calde serate estive.

Intanto, nelle Cinque Terre liguri, dopo lunga ricerca, Ivan sembra avere finalmente trovato una dimora ideale per poter gestire in piena indipendenza il processo produttivo, fino ad oggi garantito grazie all’aiuto e alle infrastrutture di amici vignaioli. Il suo Cinque Terre Bianco, (in)fusione di vermentino, bosco e albarola coltivati fra Riomaggiore e Vernazza su strette fasce pendenti che si arrampicano su dal mare (o che nel mare si tuffano, a seconda dei punti di vista), è saldamente e filologicamente legato a quella vertigine di sabbia e roccia: una freschezza acida temperata e poi un gusto placido, ampio, morbido, intrinsecamente gradevole, che è un po’ campagna e un po’ mare, su ricordi di frutti a polpa gialla, leggere infiorescenze, roccia calda. Un progetto in decisa crescita di focalizzazione, questo qua, portato avanti nel rispetto della autenticità dei luoghi, la cui salvaguardia attiene di diritto alla sfera delle discipline morali.

E niente, cosa possiamo dire, per concludere? Che sono passati 22 anni da quando ci siamo conosciuti la prima volta, io e Ivan. Ma la sua voglia di fare, di sperimentare, di costruire, di rischiare e di scommettere è sempre la stessa di quel ragazzino là. Un vulcano in fermento, con la testa perennemente in circolo alla ricerca di qualche sogno nuovo.

E a proposito di sogni, l’attuale (il definitivo?) sarebbe quello di poter vinificare il nebbiolo della terra in cui è nato e dove ha vissuto la sua gioventù, in Alto Piemonte. Chessò, un rosso delle Valli Ossolane, o addirittura un Boca, per ottenerne un vino aristocratico che danzi sulle punte. Forse solo così il cerchio si chiuderebbe, anche sulla felicità di un uomo rimasto eternamente ragazzo.

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I VINI DI UN GIORNO

Colli di Luni Vermentino Vigne Basse 2019 (vermentino più saldo di albarola da vigneti situati nel comune di Fosdinovo, in localtià Caniparola, a 50-100 metri slm)

Fresco, “alpino”, linfatico, sottile, affilato, mantiene ritmo e piacevolezza in un profilo essenziale senza risultare disadorno. Profumi da crescere ma stilisticamente ben connotato. Lo bevi a istinto, e tanto fa.

Colli di Luni Vermentino Superiore Fosso di Corsano 2019

Ancora embrionale nei profumi, con l’ossigenazione emergono sentori di erbe aromatiche, un brillantissimo fondo minerale e una raffinata florealità. Colpisce per ampiezza gustativa, senza che vi si disperdano tensione e tono. La salinità è evidente, l’idea di futuro che se ne può ricavare all’altezza delle migliori aspettative.

Colli di Luni Vermentino Superiore Fosso di Corsano 2015

Resine, balsami ed erbe in compendio sostanzialmente arioso annunciano un sorso di buon nerbo e sapore. E sì che ti aspetteresti opulenza, dopo un naso così intenso e presenzialista, e invece il nostro mantiene equilibrio, proporzioni, adeguata densità. Molto convincente.

Colli di Luni Vermentino Superiore Fosso di Corsano 2013

Stupendo corredo aromatico – minute infiorescenze, salvia, timo, mandarino, ricordi di frutti esotici -, grande portamento e droiture, finissimo, vivo, sussurrato, a toccare vertici assoluti di armonia gustativa.

Colli di Luni Vermentino Fosso di Corsano 2008

Il tempo non ne ha smorzato l’impronta alsaziana, segnata da una certa masticabilità e da una certa grassezza di forme. Epperò è ancora vitale, propositivo, sul frutto. Una ricchezza misurata la sua, non esonda e convoglia eleganza.

Permano Bianco 2017 ( vermentino; malvasia, trebbiano giallo, verdello, albarola, durella ed altro ancora da vigne centenarie in Candia, zona Carrara; densità di impianto 12500 ceppi/ettaro; rese 30 qli/ha; vinificazione a cappello sommerso in bianco)

Singolare spettro aromatico, di erbe e agrumi; è sferzante, intrigante, variegato, acceso da coloriture balsamiche e officinali. Scattante e saporito al palato. L’indole è terragna, il sorso sostanzioso, il ricordo convincente e personale.

Cinque Terre 2019 ( vermentino, bosco, albarola da vigne in Riomaggiore e Vernazza)

Di frutta bianca e gialla. E roccia calda. Poi quella dolce inflessione tipica dell’uva bosco, con la quieta solarità del tratto in un sorso ampio. Non un virgulto di acidità e propulsione, quello no, ma la schiettezza e il nitore non mancano. Per l’amalgama migliore, poi, meglio far passare l’estate.

Vermentino Nero 2018 (vermentino nero, piccolo saldo di pòllera; dalle vigne basse in Fosdinovo, località Caniparola)

Scattante, lindo, preciso negli assetti, di fiore e frutto, gioca su agilità e scioltezza. Chiusura tipicamente amaricante, officinale e speziata, senza eccessivi incrudimenti. Non approda a lidi di particolare complessità, ma gli appigli varietali e la sincerità di fondo ne certificano l’originalità.

Permano Vermentino Nero 2017 (da vecchie vigne in Candia)

Più ambizione qui, e presenza scenica da rosso toscano robusto e consistente, generosamente circonfusa dagli avviluppi del rovere dolce. Il tatto è setoso, il frutto tende a spalmarsi un po’ a centro bocca e lui non brilla per dinamismo ed articolazione, anche se è intenso, volenteroso, presente.  Certo l’annata non è stata delle migliori per propiziare nei vini capacità di dettaglio, da che alcol e legni piccoli non vanno sempre d’accordo coi millesimi siccitosi.

Merla della Miniera 2017 ( canaiolo nero con piccolo saldo di barsaglina, dalle vigne basse di Fosdinovo, in località Caniparola, su substrati ghiaiosi ad elevato contenuto di ferro e lignite; spremitura soffice, fermentazione e vinificazione in cemento, affinamento di 1 anno in botti grandi di rovere da 20 hl)

Cromatismi luminosi e leggeri fanno da specchio a una brillante articolazione aromatica. Aldilà del percepibile sbuffo alcolico, lui si muove con passo aggraziato, i tannini accarezzano e appaiono sapientemente estratti, c’è una propensione chiara alla scioltezza, alla chiarezza espressiva. Non era facile in una annata così, ma spingere di meno su concentrazione e legni, si sa, può condurre a fraseggi più ariosi ed intriganti, checchennedica il tasso di complessità.

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