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Si giudica il vino o il suo autore? Elogio della coerenza e dell’incoerenza

Apprezzo la coerenza nelle idee, nel lavoro, nella vita privata: come un nefrologo che abiti in via Guido Reni, per esempio. Apprezzo anche l’incoerenza, quando è nelle cose: cioè quando è più naturale constatarla che tentare di incastrarla in una qualche spiegazione convenzionale.

Per questo ho rinunciato da tempo ad abbracciare una linea interpretativa univoca nel vino. Perché il vino, da materia vivente e sfuggente, è sia coerente che – di quando in quando – incoerente. Segue percorsi di solito lineari (un rosso appena aperto è spesso in riduzione e con l’aria si pulisce; i Bordeaux sono vini molto longevi; e simili), ma sorprende con scarti improvvisi, quando gli gira disegna linee arabescate imprevedibili.

Non si spiega infatti come, per dirne una, i vini di certe annate deboli e senza struttura si ostinino a rimanere freschi, vitali, insomma buoni da bere per decenni, e allo stesso tempo vini figli di vendemmie altrettanto scarse e dai parametri paragonabili si spengano in bottiglia dopo due o tre anni.

Ciò mi spinge a valutare caso per caso, senza sovrapporre griglie ideologiche al vino che sto bevendo. Non sono soltanto un ammiratore dei nostri padri della patria vinosi, Mario Soldati e Luigi Veronelli detto Gino. Sono un loro devoto. Ammiro la profondità poetica della visione soldatiana – e quella veronelliana in sostanziale sovrapposizione, e quella di altre firme illustri via via più vicine a noi nel tempo e nello spazio –, una visione che si può definire territoriocentrica e vignaiolocentrica. Però per me un buon critico giudica il vino e non le persone che lo fanno.

Poiché la personalità del vignaiolo può essere affascinante, la sua filosofia bellissima, le sue strategie astute, il suo rispetto del territorio ferreo, la sua fedeltà al terroir senza ombre, la sua onestà intellettuale ammirevole; e il risultato finale mediocre.

Per Veronelli, se tutte le suddette virtù sono presenti, il risultato non può comunque essere mediocre. Per definizione: “il peggior vino contadino è migliore del vino d’industria”. La trovo toccante, difende con fierezza valori in cui credo, è una forma centrale di resistenza all’omologazione. Ma è in tutta evidenza una visione idealizzata.

Non berti l’etichetta”, recita uno dei primi mantra dell’appassionato. “Non berti il produttore”, aggiungo.

La personificazione del vino, e dell’artista, è un aspetto importante. Soldati di questo se ne fa un modello narrativo. Non ha senso descrivere un vino se non si conosce chi lo fa”. Così Nichi Stefi, apprezzato critico e biografo veronelliano.

Mi scuso ma per me si può descrivere un vino anche se non si conosce chi lo fa. Anzi, vado oltre: per dare un giudizio davvero indipendente in certi casi è meglio che non si conosca chi lo fa. Soprattutto se si opera preparando pubblicazioni come le vecchie e ormai poco amate guide dei vini, e si è costretti ad assaggiare batterie di vini della stessa annata e/o della stessa zona. Altro conto è proporre al lettore il racconto di una singola azienda, di un singolo produttore. In questo caso la narrazione non può ovviamente prescindere da una lettura, per sommi capi o più attenta, del carattere dell’autore.

In altre parole, difendere la voce del territorio – declinata secondo tradizione o rimodellata plasticamente adattandola alla modernità -, fare vini onesti e artigianali, lavorare con lealtà, sono valori centrali che cerco con coerenza in un vino. Però questo non mi fa velo, non deve farmi velo se giudico un vino del quale non conosco la storia familiare. Mi serve soltanto sapere da quale zona proviene, e la mia valutazione sulle sue qualità cercherà di essere comunque equilibrata. È incoerente? in parte. Ma seguendo questo metodo, o meglio questa libertà interpretativa, ho scoperto e fatto scoprire decine di vini dei quali non sapevo nulla all’atto della stappatura. Perché un bicchiere di vino è molto eloquente, anche senza la voce del suo artefice.

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3 Comments

  • Luca ha detto:

    Già , viviamo di percezioni e contesti, atmosfere e sentimenti, persone e luoghi. E tutto quello che affrontiamo, come l’analisi del vino davanti a noi, vive cullato da tutto questo. E per quanto spesso vogliamo rimanere asettici e ‘tecnici’, saremo sempre condizionati da qualcosa… Perlomeno tutto non rimane fisso com’è, un dogma. Mutiamo anche noi, volenti o nolenti, e per fortuna direi. Alla salute!

  • Stefano Capone ha detto:

    Questo articolo risolve il mio dubbio ricorrente: é meglio partire dal vino nel bicchiere… e poi, se piace, approfondire tutto il resto per cercare di contestualizzare odori gusto e sapori percepiti?. Specie in questi tempi in cui prima di bere ti bombardano con il suolo, il sottosuolo, fermentazioni spontanee, lieviti indigeni, altimetria…. e come insegnano Spence e Sheperd non fanno altro che creare aspettative che forzeranno la nostra mente a trovare quelle caratteristiche nel vino!

  • Sara Cintelli ha detto:

    Secondo me è vero, verissimo e approvo! Non per nulla tante belle bevute sono fatte alla cieca e quante volte ci si scopre incoerenti con noi stessi, apprezzando o no un vino che, bevuto senza conoscere alcunché,ci piace assai o non ci piace affatto…giudizio esattamente opposto a quello dato quando lo abbiamo invece assaggiato, in precedenza, “con cognizione”.
    Scevro da ogni pre-giudizio buono o cattivo che sia: non beviamoci il produttore o l’etichetta, davvero. Grazie Fabio Rizzari!
    ciao,
    Sara

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