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Un grande bianco altoatesino nel Molise

Dietrologi, terrapiattisti, complottisti, negazionisti assortiti sostengono che il Molise non esista. Io, che mi trovo a Termoli da qualche giorno, posso affermare che non solo il Molise esiste, ma che si tratta di una bellissima regione. Sono peraltro felice di constatare che la terra molisana stia rapidamente diventando di moda: influencer, raffreddorer, riniter delle più varie estrazioni postano sempre più foto e video delle sue coste e dei suoi scenografici panorami interni.
Non sto tuttavia seguendo una moda, ci mancherebbe. Con significativa lungimiranza, e per risparmiare qualche soldo, ho infatti prenotato questa breve vacanza nell’autunno del 2016.

Dunque, per parafrasare Renato, il Molise è fatto: “tutto davanti… no, di dietro: di dietro le case, poi venendo avanti si incontra tutta una struttura che viene giù a repentino. Davanti una roba buttata giù per terra, tipo farina; però essa è sabbia. Ma non messa giù a mucchi, tutta spianata bene, sinistra destra… tipo spiaggia.”

E difatti a Termoli la roba spianata bene è senz’altro definibile una bella spiaggia. Sui vini locali, pochi ma buoni, sto approfondendo ora, e magari ne scriverò in un prossimo futuro. Per un cortocircuito curioso, in vacanza in Molise ho invece scoperto uno dei bianchi più intensi ed espressivi provenienti dall’Alto Adige. Possibile? Certo, in modo semplice: mi sono portato un po’ di bottiglie da stappare la sera. Tra queste, alcuni bianchi di vignaioli giovani – e meno giovani – fuori dal circuito mainstream delle etichette altoatesine.

Ho così potuto constatare ancora una volta che da appezzamenti vitati piccolissimi possono venire vini grandissimi. Non sempre, eh. Ma càpita che il singolo tiro di una vigna di poche migliaia di metri quadrati colga il bersaglio con più precisione della mitragliata di colpi di un vigneto esteso e magari plurifronte per esposizione e varietà (che in teoria ha spalle più larghe per minimizzare gli effetti di un’avversità climatica e per massimizzare, in un taglio, i pregi di varie materie prime).

Così accade per la parcella minima di vigna che Andi Sölva coltiva nei pressi del lago di Caldaro: poco meno di un ettaro e mezzo in tutto. Per una produzione complessiva assai confidenziale di 8.000 bottiglie annue, all’incirca. O almeno, così è accaduto nel Pinot Bianco 2018, unico specimen che ho bevuto del produttore. Per essere precisi l’etichetta riporta: Südtiroler Weißer Burgunder wir Mußten Künstler sein. Secondo il traduttore automatico di google “wir Mußten Künstler sein” starebbe per “dovevamo essere artisti”, ma tenderei a non fidarmi. Magari significa “dobbiamo fare il vino ad arte”, oppure “noi siamo obbligati a studiare storia dell’arte”, oppure ancora “noi di cognome facciamo Künstler”.

Sta di fatto che il vino è semplicemente magnifico. Forte, deciso, per così dire assertivo, segnala da subito l’ambizione di mostrarsi bianco di caratura superiore: colore giallo carico, aromi di grano e nocciola tostata, sfumature di alga marina, ricordi più sfumati di agrumi. Al palato rafforza questa impressione sprigionando un’energia sorprendente, una spinta gustativa da motore aeronautico a turbina. Solo il finale, velato da una sottile vena amarognola, ne attenua appena la luminosità: come un’innocua nuvoletta estiva che passi per pochi secondi davanti al sole. Rimane comunque un raro conseguimento, al quale mi sentirei di appioppare, con buona pace degli antipunteggisti, un rotondo 94/100.

E scusate se è poco.

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La foto di Andi Sölva è di Florian Andergassen

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