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I vini del mese e le libere parole. Agosto 2020

Fabrizio Bianchi Sangioveto Grosso 2016 – Castello di Monsanto

Evidente traccia minerale, invidiabile freschezza, propulsione prodiga di minuzie. E una spazialità che irradia sapore fin negli anfratti, propiziata da un profilo dinamico e al tempo stesso sostanzioso. A commento, un’elegante dote di frutto, una integrità di forme a tutto tondo, l’evocativo conforto del fiore e delle spezie.

Due o tre cose, pescate a caso fra le tante, a rimarcarne il passaggio: le indubbie potenzialità del vigneto Scanni, sia pur rinnovato da poco con vecchio materiale genetico ricavato da selezione massale; l’importanza di una annata come la 2016 in Chianti, che non ce n’è per nessuno; la capacità di mischiare brillantemente due sensazioni in apparenza dicotomiche: la flessuosità, il candore, l’armonia di un fraseggio sottile da un lato, la robustezza, il tono muscolare e la fisicità dall’altro.

E’ matrimonio d’amore. E uno dei migliori Sangioveto (grosso) dei ricordi miei.

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Fara Bartòn 2015 – Gilberto Boniperti

Che vino ragazzi!
Oggi peraltro in versione “antidoto contro la calura”.
Dissetante, ecco, dissetante. Un alito continuo di freschezza. Come brezza.
Tutto digrada sfumando, nessuna asserzione, solo slancio. E profondità sottese. Ed eleganza pura. E sfida perenne alle leggi gravitazionali. Il nebbiolo (con la vespolina) che ha imparato a volare.

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Colli di Luni Rosso Riserva Terrizzo 1997 – La Colombiera

Ecco un Terrizzo della prima èra, la cui paletta è costituita da sangiovese (in prevalenza) con saldo di canaiolo e ciliegiolo provenienti dall’allora vigneto ultra trentenne della Colombiera, nella Liguria frontaliera di Castelnuovo Magra, in provincia di La Spezia.

Ora, identificare il territorio dei Colli di Luni con un vino rosso parrebbe uno sgarbo, da che non usa, non sta. Perché è la patria del vermentino quella, ed è il vermentino che resta e resterà a fondamento di una identità e di una storia condivisa. Pur tuttavia il piccolo grande Terrizzo rappresenta una storia a sé, che ha accompagnato la vitivinicoltura della zona nel corso del traghettamento dagli anni della ingenuità a quelli della consapevolezza. Lo ha fatto disegnando eloquenti, a volte straordinarie, traiettorie espressive.

Ed oggi infatti è ancora qui, saldo sulle proprie gambe, fremente di vita, a sorprenderci. Carnoso, sensuale, intenso, volenteroso. Ha da dire, e te lo dice.

La conoscenza di questo vino la debbo a mio padre, che lo ha amato fin dagli esordi. Correvano gli Ottanta. Per questa ragione, fra i vini di Luni e dintorni, è quello a cui sentimentalmente sono più legato. Non saprei dirvi se sia in assoluto il miglior rosso di Luni, o se quantomeno lo sia stato, ma so per certo che in etichetta riporta da sempre una statua-stele di origine preistorica, messaggio al futuro di coloro che della Lunigiana furono considerati i padri. E’ solo un segno, e tanto basta.

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Scasso dei Cesari 1994 – Tenuta di Valgiano

Mamma mia che tuffo nel passato. La Valgiano di quei tempi là, i tempi in cui la conobbi, agli albori di tutto.
Un’etichetta che oggi non c’è più ma che allora segnò uno scarto in avanti nelle possibilità e nelle consapevolezze della vitivinicoltura lucchese. La vigna da cui tutto è partito. E poi il sangiovese dei vecchi ceppi, retaggio e testimonianza di una antica cultura contadina che già aveva preso dimora a Valgiano.

L’annata derelitta (1994) stasera è in subordine: questo vino mi emoziona, ha sentimento, forza espressiva, profondità. Evoca e sorprende. E fa miracoli.

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Chianti Classico Riserva 1988 – San Giusto a Rentennano

Ecco, è arrivare fin qui in tale stato di forma, con questa superiore eloquenza, con questa raffinatezza, con questa disinvoltura, mostrando con orgoglio le proprie insegne chiantigiane anche a distanza di decenni, che si certifica l’attitudine di un territorio alla bellezza.
Nei vini identitari si nasconde la strada, e qui la strada era stata bell’e che tracciata.

Indimenticabile.

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Chianti Classico Riserva 1970 – Badia a Coltibuono

Cinquant’anni e….sentirli. Sentirli tutti, eh. Ma non perché le ingiurie del tempo ne abbiano offuscato il tratto o incrinato l’espressività, macché, per il fatto che capisci fin da subito trattarsi di un vino di quegli anni là.

Perché ancora oggi in lui vi rintracci una stupefacente anima chiantigiana, fatta di colori tenui e luminosamente trasparenti, di uve bianche a corredo, di acidità portanti (quelle acidità che oggi io mi guardo in giro e non le trovo più), di vendemmie fuori orario, di struggente naturalezza. Anche di ingenuità.

Eppure lo slancio, l’ariosità, la scioltezza e il nitore (nessuna lordure aromatica dovuta a legni incerti, nessuna rugosità di trama) appaiono doti incrollabili di fronte alle quali il tempo nulla ha potuto.
L’ossidazione ricopre i profumi di un velo, la vita che pulsa quel velo lo straccia.

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Immagine di copertina: ” Postumi di sbornia” ( Henry de Toulouse-Lautrec, 1887)

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