Il vino
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Orazio aveva ragione? Note sparse dalla Sabina


Vile potabis modicis Sabinum
cantharis, Graeca quod ego ipse testa

conditum levi, datus in theatro
cum tibi plausus,
care Mecenas eques...
(Quinto Orazio Flacco, Le Odi, XX)


"Berrai in tazze modeste il vino scadente della Sabina, che io stesso riposi e sigillai con la pece in un'anfora greca quando in teatro, o caro cavaliere Mecenate, ti fu tributato l'applauso..."

Orazio, amante della terra e del cielo della Sabina che poteva ammirare dalla villa regalatagli da Mecenate, di queste cose si intendeva visto che amava molto mangiare, bere, e nelle sue pagine ricorrono spesso riferimenti, ricordi, metafore di tipo "gastronomico" e una particolare conoscenza di quella che oggi si chiamerebbe "materia prima" (si veda per esempio la IV Satira del secondo libro). Insomma, il vino sabino non era certo paragonabile al "limpido Falerno".
Ma Orazio avrebbe ragione anche oggi a non confidare troppo nella qualità dei vini sabini?

La DOC Colli Sabini

In generale il panorama vinicolo del Lazio, seppure in risalita, non si può dire attualmente ai vertici qualitativi e in questo ambito la Sabina, e più in generale la provincia di Rieti è stata sempre assente. Va detto che la provincia di Rieti fu ricavata, in epoca fascista, dai territori delle provincie di Ascoli Piceno, Terni e L'Aquila, e la Sabina va identificata con la zona del reatino più prossima alla provincia di Roma, dalla quale è separata, appunto, dai Monti Sabini. 
Il fatto che comunque sia stata recentemente istituita, in quella che può essere ragionevolmente identificata con la Sabina antica, la DOC dei Colli Sabini i cui i territori sono a cavallo fra la provincia di Rieti (comprendono i comuni di Cantalupo in Sabina, Castelnuovo Farfa, Fara Sabina, Selci e Tarano) e quella di Roma, può essere considerato un primo segnale di novità, assieme alla presenza di (vaghe) notizie di aziende del territorio che imbottigliano e commercializzano. 

I vitigni consentiti dalla DOC sono: per il rosso e il rosato Sangiovese (dal 40% al 70%), Montepulciano (dal 15% al 40%) ed altri vitigni a bacca rossa fino al 30%; per il bianco Trebbiano Toscano e/o Trebbiano Giallo (almeno per il 40%), Malvasia del Lazio e/o Malvasia del Candia (almeno per il 40%) ed altri vitigni a bacca bianca fino al 20%.

L'unica azienda che per ora imbottiglia vini Colli Sabini DOC è la Cantina Sociale dei Vini dei Colli Sabini (VI.CO.SA.) che risiede a Magliano Sabina, paese nei pressi di una uscita della A1 e posto a pochi chilometri dalle provincie di Viterbo e di Terni, e quindi molto meglio raggiungibile da Terni, Viterbo o Roma che non dal capoluogo della provincia di appartenenza. Sarà per questo che la presenza questo vino "autoctono" non è granché sentita in città.
La produzione della Cantina VI.CO.SA., oltre ai Colli Sabini DOC "Cavalier Manlio" Rosso e Bianco, comprende un Rosso e un Bianco da tavola, un Colli Sabini IGT Malvasia Bianca, un novello, spumante e grappa. Il costo dei vini non supera le cinque mila lire la bottiglia.

 

Il Colli Sabini DOC "Cavalier Manlio" Rosso 1998, di colore rubino di fittezza medio-alta presenta profumi di intensità piuttosto modesta a carattere soprattutto floreale. In bocca mostra un corpo leggero tendente al medio, e una certa morbidezza, che, assieme ad una contenuta componente aromatica, è la sua maggior qualità.
 
 

Di tutta altra piacevolezza il vino da tavola rosso (senza annata), stessa composizione me realizzato senza i vincoli della DOC. Colore rubino pieno piuttosto scarico. Al naso si mostra vivace, con profumi floreali e di frutti di bosco rossi di spiccata dolcezza. Anche in bocca conferma la piacevolezza aromatica, sostenuta da un corpo medio e bella morbidezza. Sicuramente un vino semplice ma godibilissimo.
 
Spostiamoci ora in quella che viene definita "alta Sabina", che, più lontana dal confine con la provincia di Roma, occupa la parte centrale del reatino; qui siamo ormai fuori della territorio della DOC. In queste zone, nelle quali tanto il paesaggio che il carattere della gente hanno un che di selvatico, siamo agli antipodi di quella che si chiama "valorizzazione" o "promozione" del territorio, e ci si sente fuori luogo a fare delle domande e persino a mostrare delle curiosità su luoghi e tradizioni.
 

Non sorprende dunque che la ricerca della seconda azienda di cui parliamo abbia avuto un che di romanzesco. Un vago accenno in un ristorante ci ha indicato genericamente la sua presenza nei pressi di un paese, Roccasinibalda, situato una quindicina di chilometri dal capoluogo ed impreziosito da un castello cinquecentesco fatto edificare da Giangiorgio Cesarini Sforza. Abbiamo dunque scomodato qualche negoziante del paese e alla fine uno di essi ci ha gentilmente ha richiamato per fornirci il nome dell'azienda (Azienda Poggio Fenice) e il telefono di una persona che, essendo i proprietari in vacanza, avrebbe potuto incontrarci.
L'uomo che incontriamo è di poche parole; il suo nome pare tedesco, ma nulla nel suo accento lo fa trasparire. Dopo qualche domanda si scioglie un po', e ci dice che l'attuale proprietario dell'azienda, l'avvocato del presidente della Lazio Cragnotti, l'ha rilevata da un inglese che le aveva dato un certo prestigio, come si può dedurre dalle fugaci apparizioni sulle guide a cavallo del 1990. 

Le uve coltivate (a circa 600 metri di altitudine) sono Sangiovese, Montepulciano, Cesanese d'Affile e Pinot Bianco. I prodotti tradizionali dell'azienda (chiamati con il nome di uccelli), tutti vinificati in acciaio, sono il Nibbio, un rosso a base di Cesanese d'Affile (40%), Montepulciano (40%) e Sangiovese (20%), (il "misto" come lo chiama il nostro amico), e i bianchi Rigogolo, un Pinot Bianco, e una piccola curiosità enologica (o residuo di abitudini antiche?), il Verzellino, un Sangiovese in purezza vinificato in bianco. Il loro costo in azienda è di otto mila lire la bottiglia.
Ad essi si affiancherà presto un Sangiovese in purezza (vinificato in acciaio), la cui produzione è stata consigliata al del proprietario da un amico  ("uno che se ne intende, un enologo"), e che, assaggiato dalla vasca per ora non dà sensazioni particolarmente positive. Diverso il discorso per l'assaggio dalla vasca del taglio Sangiovese/Montepulciano/Cesanese, dai bei profumi floreali, più morbido ed equilibrato.

Di questa azienda abbiamo assaggiato il Rigogolo 1998, Pinot Bianco in purezza, un vino di colore paglierino piuttosto carico il quale presenta profumi di agrumi che vengono in seconda battuta accompagnati da fiori, menta, erbe aromatiche e un netto sentore di anice. In bocca mostra una struttura media, note agrumose e un particolare ritorno aromatico dolce, quasi di pasticceria, che rimane a lungo in bocca.

Meno interessante il Nibbio 1996, colore rubino-violaceo piuttosto fitto, al naso mostra profumi di frutta di bosco nera con tratti vegetali piuttosto evidenti; in bocca si mostra alquanto aspro e di non grandissima godibilità.
 

Immagini: Porta D'Arci a Rieti, il castello di Roccasinibalda

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