Cronache, ricordi, assaggi, anticipazioni. Vino, bufere e qualche tentativo di riflessione
di Andrea Gabbrielli

Credo che la violazione di un qualsiasi disciplinare, da parte di una o più aziende che hanno liberamente deciso di fregiare il proprio vino di una Doc/Docg accettandone implicitamente tutte le implicazioni, deve essere sanzionata nei modi previsti dalla legge. Perché questo avvenga la violazione deve essere dimostrata senza ombra di dubbio alcuno. (Parafrasando si potrebbe dire: meglio un colpevole in libertà che un innocente in galera). Personalmente sono convinto che i nostri disciplinari abbiano molti difetti, e più che difendere e garantire seriamente l’origine e quindi il territorio, si perdono nella rigidità di vari particolari (parametri analitici, periodi di invecchiamento e/o di affinamento in bottiglia, cervellotiche percentuali dell’uvaggio, uvaggi con uve con diversi periodi di maturazione, ecc.) che poco hanno a che vedere con la qualità di un vino. In compenso però producono una marea di carte e tanta burocrazia. La consolazione è che se c’è l’accordo di tutti i produttori, i disciplinari si possono modificare: succede abbastanza di frequente. Anche se i problemi sono a monte. Sul Corriere Vinicolo del 18 aprile 2005 – quindi in tempi non sospetti – pubblicai un pezzo scaturito dopo un incontro dove per la prima volta alcune aziende ilcinesi si pronunciarono pubblicamente a favore della modifica dei disciplinari del Rosso e del Brunello e per la introduzione di altre uve. Diciamo che il pezzo ebbe risposte stizzite da parte del Consorzio del tipo “Nessuna discussione è all’ordine del giorno”. Poi si è visto come è andata a finire perché le discussioni c’erano, eccome se c’erano.

«L’apprezzamento del vino può risentire della capricciosità dei gusti quasi come ne risente la moda... i vini da pasto di grande commercio subiscono variazioni dovute ai grandi avvenimenti sociali e anche politici, e a una specie di moda che passa lentamente nel gusto generale». Arturo Marescalchi (1869 -1955), un grande personaggio del vino italiano lo scriveva già nel 1927 anche se sembra oggi. D’altra parte il gusto è un prodotto della storia: è per questo che nel tempo si modifica e si evolve. La chiave di volta come sempre è il rapporto tra il vino e il mercato che da alcuni è vissuto in modo molto sofferto e non come un’opportunità da sfruttare ma un pericolo per l’identità del vino stesso. Ora in Italia il mondo del vino, secondo le ultime stime, muove circa 8.000 milioni di euro mentre l’intera filiera vitivinicola sfiora i 50 miliardi euro (fonte Facoltà di Agraria di Bologna/Federvini). Sempre secondo questa ricerca il settore occupa 1,2 milioni di persone compreso il settore della distribuzione. Nel 2006 l’export vinicolo italiano è ammontato a 16,5 milioni di ettolitri per un valore di 3.195 milioni di euro: in sostanza con una quota del 20% è la prima voce dell’export alimentare italiano. Questo formidabile risultato si è ottenuto grazie a circa 2.000 cantine che esportano vino all’estero. Negli anni a venire è auspicabile che questo numero aumenti ancora visto che il mercato interno, a causa del consumo procapite calato ormai a 45 litri, è sempre più asfittico. Ultimo dato, i due terzi delle aziende hanno una superficie vitata inferiore ad un ettaro; 7.000 una superficie superiore ai 10 ettari, poche centinaia più di 50 ettari di vigneto. Questi pochi e sintetici dati di sistema, esprimono bene l’idea di una filiera vitivinicola molto complessa, che ha profonde e intrecciate le relazioni con i territori di produzione e numerose sinergie con gli altri settori economici collegati al territorio stesso e altro ancora. Qualsiasi ragionamento non può prescindere da questa realtà.

Una realtà molto variegata – dal Tavernello a Gaja - che se ha raggiunto dei successi nonostante mille difficoltà e impedimenti, li deve proprio a tutti quegli imprenditori che nel corso di questi anni sono stati nel mercato, interpretando i bisogni dei consumatori e filtrandoli in base alla propria esperienza e alle proprie possibilità. E proprio il confronto con il mercato che in questi trenta/quarant’anni ha permesso al nostro vino di cambiare faccia e di spiccare il volo. Non bisogna mai dimenticare da dove siamo partiti, come eravamo e quali problemi abbiamo dovuto affrontare. La mia impressione è che in diversi blog, riviste, ecc. questa complessità che esprime il vino italiano nella sua interezza sia scarsamente rappresentata a favore di piccole o anche minuscole nicchie di mercato, seppur rispettabilissime, che si rivolgono ad aree di consumatori altrettanto ristrette. L’impressione è che molti siano mossi da una grande passione ma tale sentimento - ampiamente condivisibile da tutti quelli che si occupano di vino – non può far dimenticare che il vino non è e non può essere solo passione, poesia o nutrimento dello spirito ma è un’attivita eminentemente economica che deve produrre reddito per le persone e utili per le aziende e soprattutto deve essere in grado di competere con una concorrenza agguerritissima. Al Concours Mondial de Bruxelles di quest’anno – tanto per dire - erano presenti vini da ben 48 Paesi. E il nostro vino italiano deve competere all’interno di questo scenario e non di un altro. Può non piacere ma è così.

Il vino specialmente negli ultimi anni, ha avuto con i media un rapporto di crescente interesse/curiosità declinato nei modi più diversi. Tuttavia rispetto al passato il vino non svolge più la funzione di un tempo cioè di essere un alimento indispensabile, o quasi, sulle tavole degli italiani., oggi si deve ‘accontentare’ di essere una delle tante opzioni di consumo tra cui scegliere. Non solo, ma a parte un ristretto gruppo di consumatori su cui il vino esercita un fascino che non ha eguali rispetto ad altri generi merceologici, il sentimento prevalente sembra la disaffezione verso questo prodotto tanto che la quota 40 litri pro-capite è sempre più vicina mentre ormai i 104 litri del 1975 sono diventati un lontanissimo ricordo. Le note vicende di questi ultimi mesi mi hanno portato a riflettere sul fatto che in realtà il vino è stato trattato né più né meno come tutti gli altri settori economici in presenza di “turbolenze”. È mia personale convinzione che, paradossalmente, questo atteggiamento della stampa sia un riconoscimento indiretto del nuovo ed importante ruolo che oggi ricopre il vino nell’economia e nell’immagine del nostro Paese. Il problema, più che altro, sono i nervi scoperti di cui molti soffrono. Questa ipersensibilità, un po’ scontata, sembra più che altro frutto della vecchia cultura del vino – alimento quasi indispensabile – che non quella del vino come commodity.

Credo che l’Appello sul Vino del terzo millennio, al quale L'AcquaBuona a suo tempo ha dato ampio spazio, non abbia perso nulla della sua capacità di inviduare i punti critici. Chi poi volesse, si può sempre andare a cercare sul sito Ais la lunga intervista che mi fece Franco Ziliani, che ringrazio ancora oggi, perché con le sue domande stringenti ha costretto me (e gli altri firmatari) ad articolare sempre meglio ciò che avevamo sintetizzato nell’Appello.

Nell'immagine: Il mercato del vino in piazza Carlina, acquatinta di Ferdinando Castelli su disegno di A. Duquesnay (da www.comune.torino.it)


13 giugno 2008