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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
BianchIrpinia 2007: all’interno di Terra Mia un viaggio enologico e non solo
di Riccardo Brandi

ATRIPALDA (AV) - L’Irpinia è una terra difficile, per certi versi inospitale e ostica, dove l’uomo spesso si è trovato a fare i conti con l’asprezza del territorio, l’indifferenza della storia, il cinismo degli eventi o la tragica forza della natura. “Ricomincio da tre” recitava il compianto Massimo Troisi nel suo celebre film, ma terremoti e alluvioni hanno costretto più di una volta la gente d’Irpinia a ricominciare tutto addirittura da zero. Tutto ciò non ha fatto altro che sviluppare, nell’intimo di chi lavora in Irpinia, la forza necessaria per vincere le difficoltà e indurre la terra a concorrere, insieme all’uomo, nel grande progetto comune di valorizzazione della regione narrando, attraverso i suoi prodotti, l’anima dell’Irpinia stessa.

Così scopriamo una regione ad alto indice di vocazione eno-gastronomica ed agro-alimentare, con una predisposizione recondita a concepire un lungo elenco di prodotti di incredibile bontà. Grazie al duro impegno profuso da chi quotidianamente lavora la terra, rispettandone l’identità, ci vengono donate prelibatezze che imbandiscono le nostre tavole e appagano i nostri sensi. In questo quadro possiamo valutare più concretamente manifestazioni come quella a cui abbiamo avuto il privilegio di partecipare tra l’11 ed il 14 maggio scorsi.

Terra Mia è un’importante rassegna di settore organizzata dall’omonima Associazione di Atripalda (Av), che giunta al suo sesto anno di vita ha saputo cogliere l’ennesimo successo di pubblico e di immagine, contribuendo così a valorizzare e promuovere la cultura irpina attraverso le sue tradizioni ed i suoi prodotti di eccellenza. Un successo annunciato per un contenitore ricco di proposte e manifestazioni collegate, tutte a beneficio degli appassionati eno-turisti irpini e non solo. Gli elementi per consolidare gli apprezzamenti già acquisiti nelle passate edizioni c’erano tutti: un’organizzazione ad elevato standard qualitativo e di efficienza ormai collaudata, una presenza più che mai nutrita di espositori, interessanti itinerari gastro-culturali all’interno della sezione Irpinia in Viaggio e le illuminanti degustazioni di BianchIrpinia.

L’alter-ego vitivinicolo di Terra Mia, nato dalla collaborazione con il Consorzio di Tutela dei Vini d'Irpinia, giunge alla sua terza edizione e presenta l’annata 2006 delle docg bianche più famose di questa terra: il Fiano di Avellino e Greco di Tufo. All’interno dello stesso programma, anche le belle visite alle cantine di grandi viticoltori che hanno fatto la storia dell’enologia irpina e che per due sere ci hanno ospitato, permettendoci il sublime connubio tra la più tipica e raffinata cucina, locale e non, ed i suoi vini più pregiati.

A completare ed arricchire il già vasto e soddisfacente palcoscenico di Terra Mia, non possiamo non citare la novità di questa edizione: l’invitante programmazione di eventi inseriti nel calendario dello spazio tematico denominato Incontri del Gusto. All’interno di questo spazio si sono susseguiti laboratori, degustazioni e serate a tema in cui si sono alternati la pasta, il vino, il cioccolato, pane e pomodoro, sigari e distillati, in un susseguirsi di approfondimenti di assoluto piacere gustativo.

Insomma davvero un palinsesto ricco, in cui è stato gioco forza fare una selezione degli specifici appuntamenti cui partecipare: esperienze che in noi hanno tracciato solchi fatti di cromatismi, fragranze, versi, immagini, sapori, armonie, musiche e volti che vogliamo condividere, nella speranza di accendere in chi ci legge un focolaio di sana curiosità per la cultura irpina.

Il cuore della nostra spedizione non poteva non essere l’evento clou di BianchIrpinia 2007, che si è svolto sabato 12 maggio presso la Sala Consiliare del Comune di Atripalda, dove secondo un “rituale” consolidato ed efficientissimo sono state presentate in “degustazione alla cieca” le annate 2006 di Fiano di Avellino docg e Greco di Tufo docg. L’introduzione è del presidente del Consorzio per la Tutela dei Vini d’Irpinia Piero Mastroberardino, che riporta la positiva crescita del movimento orientato a costruire una rete dei consorzi di tutela della regione e preannuncia un protocollo di intesa fra i produttori stessi, volto a concertare un piano di comunicazione integrata con le istituzioni. Tutto ciò è confortante per lo sviluppo del settore e lascia presagire un futuro sempre più roseo.

Ma veniamo alle due sessioni di assaggio: mattinata per il Fiano e pomeriggio dedicato al Greco. In questa fase descrittiva ci limitiamo a tracciare le conclusioni che abbiamo potuto trarre anche attraverso il confronto con i colleghi presenti della stampa specializzata. Sembra proprio che il 2006 sia stata un’ottima vendemmia; gli esperti parlano di una inclinazione meteorologica più favorevole al Greco di Tufo, le cui bucce hanno potuto godere di una piovosità meno insistente, in favore di un grado di maturazione controllabile al meglio. Questo può riscontrarsi in un sensibile miglioramento di alcune etichette, che hanno raggiunto punte di eccellenza decisamente apprezzabili, aprendo però un netto divario con la grande maggioranza dei campioni in assaggio; la tipicità del Greco è sicuramente percepibile, ma nei molteplici assaggi effettuati sono state molte le bottiglie che hanno lasciato inespresso il potenziale di un vitigno dotato e di un’annata promettente.

In generale si sono riscontrati limiti di complessità, di fragranza e di eleganza; ma soprattutto una forte discrasia fra sapori e profumi, che è stata la nota più ricorrente, ha reso conflittuale l’analisi gusto-olfattiva, delineando così netta la frattura tra questi prodotti ed i migliori. Fra questi ultimi possiamo citare il Villa Raiano ed il Novaserra di Mastroberardino, subito seguiti dal Pietracupa, dal Torricino e dal Colle San Domenico; apprezzabili anche i prodotti della cantina D’Antiche Terre, di Tenuta Ponte, Di Prisco, Macchialupa e Terre D’Aione. Non esaltanti le performance dei campioni 2005 inseriti nella lista, a meno del Raone di Torricino. Più equilibrata, pur senza particolari punte di eccellenza, ma con un livello qualitativo mediamente superiore, si rivela l’annata 2006 dei Fiano di Avellino. Anche in questo caso alcune belle conferme e qualche stecca. Da menzionare tra i più buoni i prodotti dei fratelli Urciuolo, con il base un filo meglio del Faliesi, ma anche il Pietracupa e il Radici di Mastroberardino; bene I Favati, Rocca del Principe ed il Pendino di Colli di Castelfranci; lodevoli il Feudi di San Gregorio, il base di Mastroberardino e Macchialupa. Anche in questo caso non brillano le performance dei 2005, dove spicca solo il Villa Diamante e si rifà Vadiaperti con l’Aipierti.

Provate ad inizio degustazione anche due proposte di Falanghina, ottima la doc Irpina di Mastroberardino con un’apertura olfattiva considerevole ed un gusto fresco e beverino; in assaggio anche due etichette di Coda di Volpe. Per degustare al meglio alcuni dei vini più rappresentativi, ossia in abbinamento a pietanze che ponessero in risalto i sapori e le virtù della cucina irpina, fatta di piatti poveri ma ricchi, sono state organizzate due serate in due cantine significative e prestigiose; visite molto interessanti e azzarderei educative sull’impegno, la tradizione, lo stile, la ricerca e le peculiarità di due diversi modi di interpretare l’Irpinia. Due diapositive del lavoro che sta dietro alle grandi e piccole bottiglie che sorreggono l’economia di questa regione, trasmettendone all’esterno un’immagine sana, laboriosa, onesta, ingegnosa e poetica.

La prima serata l’abbiamo passata presso l’azienda Mastroberardino, con sede al centro di Atripalda, quasi a caratterizzare con il suo ingresso sobrio, la sua facciata pulita e il suo marchio storico, il cuore pulsante di questa terra vocata alla viticoltura. Piero Mastroberardino ci accoglie praticamente a casa sua, questa è la sensazione che si prova entrando nella corte dell’azienda, attraversando le file di barriques ed accedendo nella confortevole sala dove insieme ai colleghi della stampa ci siamo intrattenuti prima della cena. A dire il vero, prima di concedermi al cibo, ho voluto fare una visita guidata alla storica cantina dove, subito accontentato, confesso di aver provato quello stato d’animo che personalmente mi accompagna ogni qual volta mi trovo in luoghi simili: una sintonia intensa con il mondo. L’odore forte del rovere delle barriques, pregno degli umori dell’uva, è un effluvio che, ogni qual volta arriva ai miei recettori, mi ripropone l’immagine simultanea delle colline verdi, dei tralci rigogliosi e della vendemmia; insomma una sequenza di istantanee che mi riavvicinano al legame intenso che c’è fra il vino, la terra e l’uomo. Che dire della cantina, un vero museo in attività: lunghe file di barriques e grandi botti da invecchiamento; sotto i piedi tratti di selciato antico con le guide per i carri e le carrozze e, alzando lo sguardo, gli affreschi di recente tratteggio a decorare le storiche volte, crocevia dei vari segmenti di cantina. Tutto all’insegna di una grande sobrietà ed efficienza, di tradizione e semplicità. La cena è stato un piacevole incontro fra il nostro palato, i vini di Mastroberardino ed i deliziosi piatti che hanno proposto, in diverse vesti ed accostamenti anche originali, alcuni dei prodotti tipici del territorio.

La seconda serata ci ha proiettati nel magico mondo dei Feudi di San Gregorio a Sorbo Serpico. In questo caso ci siamo trovati a visitare un altro museo, anch’esso reso vivo dal percepibile svolgersi dell’attività di produzione, ma il tutto in uno scenario abilmente studiato per mettere a proprio agio, tutti insieme, attori e spettatori di questo spettacolo. Una cantina davvero interessante, dove l’impegno per dare all’ambiente una veste ricercata ed elegante si traduce nelle linee pulite e nette dell’acciaio a contrasto con le rotondità delle barriques, o nei colori freddi come il nero ed il grigio ad esaltare il caldo colore del legno. Grezze colonne di sostegno sono lasciate nude alla vista, l’idea che facciano da contrafforte al terrapieno dove in superficie si distendono i vigneti ci conquista; un corso d’acqua viene virtualmente rappresentato con un vero e proprio fiume artificiale che scorre nel cuore della “barricaia”, mentre le note classiche di un “madrigale” risuonano soffuse fra le volte della cantina. Un presepe che ricostruisce in scala uno scorcio di un vero Borgo Irpino viene a sua volta reso vivo dal gioco di luci che ripercorre i passaggi dall’aurora, all’alba, fino al tramonto ed alla notte.

In questo affascinante complesso di elementi il mio naso riconosce ancora il legno ed il vino accomunati in una profonda combinazione olfattiva. Il vino è vivo, respira attraverso il legno, evolve col trascorrere del tempo, ascolta la musica e gli piace, avverte lo scorrere dell’acqua e le cure dell’uomo. Da tutto questo trae la sua anima e restituisce emozioni. Siamo colpiti dal senso estetico di questi curatissimi ambienti, dalla cortesia dei nostri anfitrioni e dall’ospitalità di tutti coloro che hanno accudito la nostra permanenza prima in cantina e nel ristorante dell’azienda poi. Per un attimo perdo di vista il fuoco della serata ed accuso un picco di puro edonismo.

Ci pensa un’incredibile Falanghina a riportarmi con garbata decisione al tema della visita, alla cantina, alla terra irpina, ai Feudi ed ai suoi vini: si tratta del Dubl. Già, questa è una scommessa che sintetizza lo spirito dei Feudi di San Gregorio, sempre orientato alla ricerca ed alla sperimentazione con lo scopo di trovare nuove forme di diffusione della cultura, della tipicità e delle caratteristiche del territorio. Una Falanghina in purezza spumantizzata con metodo classico che è la storia di un incontro a tre: quello fra il grande Anselme Selosse, i Feudi di San Gregorio e la Falanghina stessa. Sono stato rapito da questo spumante dal perlage sottile e fitto, dal colore dorato brillante, dai profumi fragranti (nonostante la temperatura) di agrumi, biancospino ed un finale di crosta di pane che ne arricchisce la complessità. Il gusto è bello asciutto, netto, giustamente acido, corposo e lineare nella sua tipicità; non si avverte nessuna elaborazione all’inseguimento di sapori ricercati, ma si percepisce la valorizzazione della personalità propria del vitigno e della terra. Uno spumante che neanche prova a fare il verso allo Champagne, anzi sfrutta la tecnica champenoise per esaltare oltremodo il carattere dell’uva. Si accosta alla grande con la selezione di formaggi che fa da appetizer all’aperitivo, ed è un tripudio con le piccole fritture che ci hanno introdotto alla cena. Complimenti.

Decido che non mi staccherò più da questa bottiglia e chiedo ufficialmente di continuare a servirmela a tutto pasto durante la cena; puntualmente i nostri attenti ospiti mi accontentano con la consueta cordialità. La cena si svolge al Marennà, il ristorante dell’azienda, che ormai è un fenomeno di tendenza della regione, grazie alla cura dei dettagli che notiamo in ogni particolare. L’arredamento è moderno, fatto di ampi spazi, legni scuri, scorci di Giappone e poltrone Frau (create appositamente) che sono un esempio di eleganza e personalità. Ma il successo è la naturale conseguenza dell’elevato standard qualitativo dei piatti che lo chef Paolo Barrale propone con raffinata gustosità dalla sua cucina; una cucina a vista, realizzata per essere anch’essa elemento d’arredo e che è il cuore operativo del restaurant, nonché teatro ideale per uno spettacolo chiamato alta scuola di cucina.

Non sono in grado di ricordare la descrizione delle pietanze servite, ma conservo di questa serata un ricordo indelebile nella mia personale bacheca dei sapori … ed un numero di telefono per ordinare al più presto qualche cassa di Dubl. Bene, mi sono dilungato un po’, ma ammetto che sono rimasto incantato da tutte le attrattive incontrate in una terra, che visitavo per la prima volta e che certo mi ha soggiogato per la forza espressa da ogni goccia di vino bevuta, ogni briciola di cibo mangiato, ogni sguardo incrociato ed ogni mano stretta con rispetto.

Ci rivedremo sicuramente a dicembre, per Anteprima Taurasi, ma anche il prossimo anno, per vedere l’evoluzione naturale di questo fenomeno irpino che certamente nell’edizione 2008 di Terra Mia proporrà nuovi temi e nuove interessanti forme di promozione per la cultura irpina.


7 giugno 2007
 
 

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