Ancora sui vini di Gaja in Polonia: la precisazione di Angelo Gaja e la risposta di Mario Crosta


Qualche tempo fa, in un articolo dal titolo “Angelo Gaja in Polonia! Quando in trasferta non si gioca come in casa”, il nostro collaboratore Mario Crosta ci riferì di una degustazione di vini di Angelo Gaja avvenuta in Polonia. La descrizione che ce ne fornì non era delle più esaltanti, a livello formale ed organizzativo.

Angelo Gaja, dimostrando sensibilità e attenzione nei riguardi della comunicazione del vino, ha inviato una lettera nella quale fa delle puntualizzazioni che però riguardavano un’altra degustazione, svoltasi a Varsavia e non a Cracovia dove aveva avuto luogo quella descritta da Mario Crosta.

Qui di seguito riportiamo la lettera di Gaja e la risposta di Mario Crosta, per completezza di informazione e perché riteniamo possano essere di interesse per i nostri lettori visto che nelle loro pieghe esse contengono una grande ricchezza di informazioni su cosa significa operare nel mondo del vino.

Ma, al di là del fatto contingente, vorremmo cogliere l’occasione per imparare qualcosa da questa vicenda. Primo: chiarito il punto fondamentale che nessuna colpa ha l’importatore polacco di Gaja (come ha ripetuto più volte lo stesso Crosta) quello che appare dall’episodio è una conferma di come tante volte il prodotto di qualità italiano non possa accedere all’estero ad una rete organizzativa forte che lo tuteli e lo presenti adeguatamente. E tutti sappiamo quanto conti una adeguata presentazione e contestualizzazione quando si ha a che fare con prodotti importanti, complessi, densi di contenuti.

Secondo, la antica questione dei vini assaggiati troppo presto. Il problema è ben noto: è comprensibile che un vino importante, con un potenziale enorme da svolgere negli anni, appena imbottigliato o immesso nel mercato possa avere ancora una espressività limitata, delle durezze e addirittura possa presentare difficoltà di beva. Non si è ancora trovata una soluzione adeguata a questo problema, perché neanche il legno piccolo (leggi barrique) spesso riesce ad arrotondare completamente un vino che (per sua fortuna) ha un grande potenziale di evoluzione. Forse una permanenza più prolungata in vetro, sia in fase di produzione che nelle cantine di chi lo compra, potrebbe dare una mano decisiva.

E dunque, cerchiamo di capire (cosa del resto ben nota) che i vini importanti vanno bevuti dopo qualche anno, che si possono provare cocenti delusioni portando ad una cena un vino importante appena uscito, dopo magari aver anche speso una bella cifra. Ma per aumentare la comprensione di questo dato di fatto ci vuole un deciso aumento della cultura del vino “vecchio”, quello che ha raggiunto la sua maturità, l’equilibrio delle parti e dunque può sfoggiare orgogliosamente tutto il suo patrimonio organolettico.

Questo è l’appello che rivolgiamo ai produttori, enotecari e ristoratori: che si aiutino a vicenda per far trovare al cliente uno spettro di proposte più ampio possibile. Ci guadagneranno tutti e ci guadagnerà il vino italiano.


Barbaresco, 20 Dicembre 2002
Da Angelo Gaja

Caro Crosta,
ho letto il tuo “Angelo Gaja in Polonia! Quando in trasferta non si gioca come in casa…” apparso sull'Acquabuona dell’11 dicembre 2002. La degustazione alla quale fai riferimento ebbe luogo lunedì 18 novembre 2002, e venne organizzata, a proprie spese (nel senso che non ci fu contributo di sorta da parte nostra, secondo prassi), dal nostro importatore: il quale scelse i vini offerti in degustazione, non senza avercene preventivamente sottoposto elenco, da noi visionato ed accettato. Alla degustazione partecipò un nostro collaboratore. I vini proposti all’assaggio erano i seguenti:

Per la cantina Gaja:
Rossj-Bass 2000
Sito Moresco 1998
Barbaresco 1997
Barolo Sperss 1997

Per Gromis:
Barolo 1997

Per Ca’ Marcanda:
Magari 2000

Mancavano vecchie annate, che l’importatore non aveva in magazzino. Però la scelta, per qualità di annate, non era affatto male. I sei vini vennero serviti in sei bicchieri, uno per vino. Le temperature di servizio erano quelle giuste. Ogni degustatore aveva di fronte una scheda con su indicati i vini proposti; le bottiglie vennero aperte da mezz’ora ad un’ora prima della mescita. A condurre la degustazione era un mio collaboratore esperto, multilingue, che si avvaleva di strumenti audiovisivi; e che era sicuramente in grado di rispondere in modo esauriente alle domande dei partecipanti.

Da quanto dici (penso che siano parole riferite, perché tu non partecipasti alla degustazione) l’assaggio dei vini non fu entusiasmante. Mi spiace. Voglio precisare che quello proposto è un modello di degustazione, ampiamente collaudato, per gruppi di 20-35 partecipanti, guidati da un collaboratore dell’azienda, che ha funzionato ottimamente in diversi paesi. La degustazione era riservata ad un gruppo di giornalisti, sommeliers, a qualche ristoratore, e ad un paio di appassionati: una trentina di persone in tutto. Non era nelle intenzioni nostre, e neppure dell’importatore, di organizzare un evento mediatico che potesse, anche lontanamente, confrontarsi con il “California Dreaming Festival” da te citato.

È possibile che siano stati commessi errori da parte nostre e da parte dell’importatore nella programmazione dell’evento. Non credo che abbiamo volutamente sottovalutato il paese, nonostante i consumi dei vini di prezzi elevato siano ancora oggi molto rallentati in polonia. Abbiamo letto con grande attenzione le critiche che ci hai mosso, e ti assicuro che cercheremo di trarne insegnamento per il futuro.

Con amicizia, Angelo Gaja
Da Mario Crosta, 21 dicembre 2002

Trovo molto esauriente questa lettera che però si riferisce alla degustazione di Varsavia, che avvenne infatti il lunedi, e non a quella di Cracovia nella cantina dell'Hotel Pod Roza di cui parlo nell'articolo, avvenuta dopo e con soltanto una ventina di partecipanti.

Collegium Vini di Cracovia, di cui faccio parte, ha avuto un invito per sole due persone e poiché è mio compito promuovere la conoscenza dei nostri vini più eccelsi tra i polacchi che organizzano corsi di degustazione sul vino, ho mandato alla degustazione di Cracovia il presidente in persona, Piotr Pietrzyk e l'organizzatrice. Io sono rimasto a piangere e ad attendere con trepidazione il commento dei miei due colleghi, osservatori acuti delle reazioni dei partecipanti polacchi, tutti conosciuti e molto sinceri nei giudizi.

Gli appassionati del vino in questa città della cultura non sono influenzati dalla fama o dal religioso ossequio per il prezzo dei più famosi vini del mondo, ma conoscono quei vini attraverso le degustazioni cui hanno potuto partecipare all'estero presso il Banco d'Assaggio di Torgiano o al castello di Grinzane Cavour, oppure presso i concorsi del Vinitaly, i corsi a pagamento per sommelier, la frequentazione della città del Gusto ed altri momenti altamente professionali. Posti dove si fanno degustazioni molto serie, orizzontali e verticali, ed i vini come Barolo e Barbaresco, che delle annate recenti soffrono l'incompletezza della maturazione e dell'affinamento (alcuni produttori aspettano anche otto anni a metterli in commercio), non fanno la miglior figura se non sono accompagnati anche dai fratelli maggiori che mostrano tutta la pienezza dei tesori organolettici sviluppati col tempo, specie con i polacchi che ne conoscono soltanto teoricamente la miticità.

Alcuni conoscenti tra i pochi partecipanti alla degustazione di Cracovia (non a quella di Varsavia) mi hanno riferito di aver avuto la conferma che il gusto di questi vini non è propriamente quello che si aspetta il polacco che li compra al ristorante per offrirlo agli amici come esempio del miglior vino. Poiché gli stessi erano al California Dreaming della settimana precedente, dove c'erano vini di livello molto inferiore ma già pronti e che non andranno oltre nell'età, pur giovani e dal prezzo conveniente, ho sentito personalmente la loro piccola, ma significativa delusione per l'assenza di almeno una verticale preparata con largo anticipo che avrebbe reso molto più comprensibile quei vini, difficili da valutare in gioventù, del mitico Gaja.

E si tratta di scrittori di vino, cioè di opinionisti, di leader della reclame vera, che ancora mi hanno ripetuto che sembrava una normale degustazione commerciale di vini abbastanza buoni anziché una grandissima opera d'arte come si sarebbero aspettati data la fama del produttore, presentato in Polonia come il numero 1 anche per sue scelte discutibili forse (gli ultimi Langhe, per esempio), ma molto coraggiose ed indicative. Persone che bevono i Petrus, i Cheval Blanc, i Romanee-Conti e non da pochi mesi, che mi hanno confermato che gli italiani amano i vini che sfrigolano (verbo "piszczec") in bocca.

E il giudizio, pur nulla eccependo sulle eccezionali qualità ancora da acquisire nel tempo ma effettivamente non riscontrabili al momento di quella degustazione, non è stato all'altezza della foga con cui li avevo sollecitati ad andare, anche da città lontane e con molti sacrifici. Perché quando hanno saputo che avevo rinunciato ad andare proprio io, che stimo enormemente Gaja ed i suoi vini, pur di fare andare loro al mio posto ad assaggiare quegli autentici nettari dell'Olimpo degli dei del vino (tappando quindi un buco dell'organizzazione, che ha distribuito troppo pochi inviti e in troppo poco tempo, per esempio il giorno prima, trattamento che si riserva solo ai vini non famosi), avevano pensato che avrebbero trovato il massimo livello italiano della perfezione. Il che non è stato, con mio profondo dispiacere.

Ho scritto quindi un secondo articolo, perché il primo è stato in polacco in forma di lettera al presidente di Collegium Vini, che poi è andato al mio posto alla degustazione, mentre io piangevo per l'esigua limitatezza dei posti (qui si contano normalmente almeno sessanta persone, quando non sono più di duecento se ci sono più produttori), questa volta in italiano, per poter evitare che in futuro si presentassero i vini top, i vini bandiera, i vini che aprono le strade a tutti gli altri, in modo non più che perfetto, anche se collaudato in altri Paesi (occidentali, non dell'Europa orientale, altri mercati, altri intenditori) e con il sostegno dell'ICE. L'importatore di
Gaja (cioè Centrum Wina di Jaroslaw Cybulski, questa volta lo nomino perché è ben nota la mia grande stima nei suoi confronti, ho scritto tre articoli molto positivi sulla sua organizzazione) ha affrontato spese enormi e da solo, questo è quello che emerge dal mio articolo come il difetto maggiore, la solitudine di Gaja e dei suoi uomini all'estero, quel battersi da vero leone, ma non con il completo appoggio di tutta una squadra che dovrebbe essere sempre al loro fianco con mezzi e persone adeguati.

Abbiamo questo ICE che in Polonia, ma anche altrove, può sovvenzionare simili manifestazioni, ci sono persone altamente competenti, e Gaja si è trovato ancora una volta lasciato solo, stavolta soltanto perché nessuno ha pensato ad interessare l'ICE nella collaborazione, nella preparazione e nella riuscita dell'evento. Sono molto contento che Angelo Gaja abbia capito il profondo sentimento di solidarietà nei suoi confronti che è alla base del mio articolo, di rispetto e amicizia ricambiata faccio sempre tesoro, ma soprattutto dell'impegno a far meglio, il massimo, le prossime volte e non da solo. Lui personalmente, che ha dato e che dà tanto al mondo dei Barolo e del Barbaresco, ma anche gli altri produttori di vini eccellenti, troveranno in Polonia in Mario Crosta, nell'ICE di Angelo Vinci e nel Collegium Vini sempre un valido sostegno.

Onoratissimo di aver potuto iniziare a fare concretamente qualcosa, stringo fortemente la mano ad Angelo Gaja e a Jaroslaw Cybulski, che sono sicuro d'ora in poi giocheranno in trasferta con il tridente e vinceranno la coppa.

Mario Crosta


23 gennaio 2003