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La scomparsa di Luigi Veronelli. Gli eroi son tutti giovani e belli

dai suoi amici: Fernando, Lamberto, Luca, Vincenzo, Riccardo

Ieri è mancato Luigi Veronelli, l'uomo il cui pensiero ha segnato ed intriso profondamente le sorti della cultura enogastronomica del nostro paese, e forse anche più in là. Ieri è mancato un giovane guerriero di 78 anni, 78 anni -crediamo di poter dire- vissuti intensamente per le cose in cui credeva. Vissuti bene. Un esempio per tutti, da sempre. Sì, perché a dispetto di quanti nel settore - settore insidioso, invidioso, arrivista - amano dipingerlo al passato, la sua azione, la sua verve, la sua sensibilità sociale, la sua idea di agricoltura consapevole e di gusto, erano oggi più vive che mai. Raro incontrare in una persona tanta giovanile prorompente vitalità. Una fucina ed un sentimento, la sua mente.

Inutile negarlo, per quanto ci riguarda, fin da ragazzini lui è stato il faro, lo stimolo che ci ha portato ad appassionare della terra e dei suoi frutti. Ed ancora adesso è là, a guidare, e lui non lo sa. Il suo pensiero non lo acchiappi, è agile e veloce, perché è molto più avanti di te, in continuo sommovimento, da farti navigare per trovare l'approdo. Sono stati tanti gli approdi che Gino aveva in mente. Tante le battaglie in loro nome. Quasi tutte vinte, a volte contro tutto e tutti. Noi sappiamo della purezza dei gesti, delle cose a cui lui teneva più di altre. Con lui scompare oggi il riferimento sicuro, la voce della coscienza, l'idealità e lo spirito critico per tutti coloro che la terra amano e sudano veramente. I contadini, gli artigiani, gli amanti, gli ingenui e i sognatori, tutti, con la scomparsa di Luigi Veronelli, perdono un po' di se stessi.

Oggi, per gli scribacchini delle cose della terra, è uno dei giorni più difficili da raccontare. Perché le parole sono restie ad uscire dalle penne e i pensieri a chiarirsi. Oggi è un giorno di confusione, pieno di nuvole, da restare in silenzio e meditare. Altri ne seguiranno, perché la figura di Luigi, naturalmente, se solo pensiamo alla profondità e all'acume dei suoi scritti, si fa irraggiungibile come la Storia.

Per quanto ci riguarda, resta e resterà un piccolo grande eroe. Creatore di sogni e provocazioni. Rivoluzionario per vocazione, coerentemente sentimentale. Capace di dare l'assalto alla vita per far sì che tutti, ma proprio tutti, potessero gioire dei frutti liberati. La sua vita, della vita, è stata un inno. Noi, da qui in avanti, ben più attentamente che prima, non potremo far altro che ascoltarlo.

Caro Luigi, non possiamo terminare il pezzo più difficile del mondo se non citandoti: abbracciando Te, e ciascuno che ami.

30 novembre 2004


Nato a Milano nel 1926, Luigi Veronelli è stato un maestro della cultura enograstronomica, ma non solo, ha speso oltre cinquant'anni della sua vita in battaglie, intuizioni, stimoli, idee a favore della dell'agricoltura e di una cognizione del gusto che tenesse assieme la sensibilità sociale.

In gioventù fu assistente del filosofo Giovanni Emanuele Bariè (con cui pubblica la rivista Il Pensiero) e collaboratore di Lelio Basso (edita I problemi del socialismo). È stato amico di Luigi Carnacina (con cui ha redatto testi importanti come La grande cucina, Mangiare e bere all'italiana, La cucina rustica regionale), di Gianni Brera (con cui è autore di La Pacciada), di Giangiacomo Feltrinelli (a cui fa pubblicare, imperdibili, Mangiare da Re di Nino Bergese e il suo Alla ricerca dei cibi perduti, ripubblicato da DeriveApprodi nel 2004), dell'architetto-designer Silvio Coppola, di Mario Soldati. Condannato a sei mesi di carcere per istigazione alla rivolta dei vignaioli piemontesi (oppressi da burocrazia e contrastati dai grandi monopoli) e a tre per la pubblicazione di De Sade (l'edizione di Storielle, Racconti e Raccontini, 1957, fu l'ultimo rogo della censura italiana). Negli anni Sessanta e Settanta è autore di trasmissioni televisive (ricordiamo, per esempio, A tavola alle sette, con Ave Ninchi) sulla cultura dei vini e dei cibi, di grande efficacia ed eleganza.

La teoria dei cru, l'elevazione dei grandi vini, la limitazione delle rese per ettaro per favorire la qualità e non la quantità, il recupero dei vitigni autoctoni, la vinificazione in luogo, la classificazione dei vini con puntuali esami organolettici, la teoria della distillazione secondo monovitigno, sono solo alcune delle intuizioni, delle lotte e delle vittorie condotte in cinquant'anni. È stato l'unico maestro dei migliori wine-writers, italiani e non. Ha inventato un linguaggio, un lessico, ormai entrati nell'uso corrente: "Bocca piena e calda", "Vino da meditazione", "Vino da favola", "Di zerga beva", "Rossi dialettici".

A settantanove anni aveva nel cassetto un romanzo giallo e una miniera di idee per continuare il divenire della qualità (vedi per esempio le recenti battaglie a favore delle Denominazioni Comunali dei giacimenti gastronomici, dell'autocertificazione, del prezzo sorgente e dell'olio d'oliva, condotte con la collaborazione di molti centri sociali occupati autogestiti e il progetto Terra e libertà/Critical wine.
Da parecchi anni scriveva su "Corriere della Sera", "Carta", "Libertaria" e su "Veronelli EV", rivista da lui diretta. I suoi libri più recenti: Le parole della terra (assieme a Pablo Echaurren), Viaggio in Italia per le città del vino; Vietato Vietare; Breviario libertino; Il San Domenico di Imola; la ristampa di La Pacciada e le Guide ai Vini e ai Ristoranti. Per le edizioni DeriveApprodi aveva scritto le prefazioni a tre libri dallo spirito libertino di autore anonimo: La cucina impudica, La cuoca di Buenaventura Durruti, La cuoca rossa, e " assieme al collettivo tl/cw - redatto il volume Terra e libertà/Critical wine. Sensibilità planetarie e rivoluzione dei consumi.

   

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