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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Cronache, assaggi, anticipazioni. Librandi e gli autoctoni calabresi
di Andrea Gabbrielli

Per ora sono ancora dei “presunti cloni” contrassegnati da numeri, però le uve Gaglioppo, Guernaccia, Arvino e Magliocco, impiantate nei vigneti sperimentali dai Librandi, non sono più un’astratta ipotesi di lavoro ma una realtà tangibile. Infatti le prime microvinificazioni di queste uve sono un ulteriore passo avanti che tra qualche anno permetterà all’azienda calabrese di passare dai “prototipi” alla produzione vera e propria. Un po’ come in passato è successo con altri due prodotti aziendali, il bianco Efeso e il rosso Magno Megonio, entrambi espressione del nuovo corso aziendale. I nuovi vini sono stati presentati nell’ambito del convegno “La cultura della vite e del vino in Calabria: antiche tradizioni per una moderna viticoltura” organizzato lo scorso 16 Settembre a Cirò Marina da Antonio e Nicodemo Librandi. Lo studio, la ricerca e il recupero del patrimonio ampelografico regionale calabrese, ricchissimo ma altrettanto sconosciuto, è una delle operazioni di più lungo e ampio respiro sin qui organizzata da un’azienda privata in campo nazionale.

Chi scrive da tempo è convinto che il tema dei vitigni autoctoni spesso viene svilito e banalizzato per mere ragioni di cassetta, specialmente quando non è sorretto da una serio programma di studi. Oggi buona parte di ciò che concerne “gli autoctoni” sta diventando di moda (sic) e come tale viene utilizzato per attirare l’attenzione e coprire i vuoti di una comunicazione senza fantasia. Il convegno dei Librandi invece è stato un incontro di altissimo profilo scientifico che non solo ha riscosso un grande interesse di pubblico ma ha avuto il merito di indicare una strada all’intera vitivinicoltura regionale. Infatti a riunirsi nella città calabrese sono stati i maggiori esperti italiani in materia che hanno messo in luce le potenzialità di questi vitigni sulla base degli studi scientifici effettuati.

Coordinati con sapienza dal moderatore, il giornalista Cesare Pillon. Mario Fregoni, ordinario di viticoltura all’Università Cattolica Sacro Cuore di Piacenza si è occupato di “Protezione e valorizzazione internazionale dei vitigni autoctoni” con particolare riferimento al fatto che molti dei vitigni sono sconosciuti e quindi non sono nemmeno inseriti nel Catalogo nazionale delle varietà, una condizione che li mette fuorilegge. Vito Teti, ordinario di Etnologia all’Università di Cosenza è intervenuto su “Il vino nella storia e nell’antropologia della Calabria”, mentre Marilena De Bonis, autrice del volume “Terre d’Uve” è intervenuta su “Economia e cultura della vite in Calabria”. Stella Grando, responsabile dell’Unità Genetica Molecolare dell’Istituto Agrario di San Michele all'Adige, ha presentato gli studi sul Dna delle antiche varietà autoctone calabresi coltivate nel campo sperimentale dell’azienda vinicola Librandi, che su 126 varietà finora analizzate, hanno evidenziato ben 77 varietà risultate uniche, cioè non riconducibili a vitigni già conosciuti e catalogati, magari con altri nomi, fuori dai confini della Calabria. Anna Schneider, ricercatrice CNR dell’Istituto di Virologia Vegetale, Unità Grugliasco ha trattato la “Descrizione e valorizzazione di vitigni autoctoni minori in Calabria” mentre Franco Mannini dell’Istituto Virologia Vegetale Unità Viticoltura CNR ha relazionato su “Il ruolo del miglioramento genetico e sanitario per la valorizzazione dei vitigni autoctoni calabresi”. Ad Andrea Paoletti, agronomo dell’azienda, è toccato il compito di illustrare la “Viticoltura di qualità nella realtà Librandi e cirotana” mentre Donato Lanati, professore di Tecnologie Enologiche all’Università di Torino e dal 1997 enologo della Cantina è intervenuto su il “Profilo enologico dei vini sperimentali da antiche varietà calabresi”.

Per Librandi, azienda che si è saputa conquistare sul campo una solida credibilità in Italia e all’estero, la scelta degli autoctoni non è legata alle tendenze del momento ma è una scelta strategica operata nel “lontano” 1993. In tempi non sospetti, quando l’argomento non era “caldo” come oggi. All’epoca nacque il primo vigneto nel quale erano raccolte numerose varietà di uve locali, spesso di origine e di attribuzione incerta, selezionate nei vecchi vigneti. Per l’azienda di Cirò Marina non si trattava solo di decidere se piantare autoctoni o alloctoni ma soprattutto di capire le potenzialità delle uve locali. Una strada portata avanti con convinzione e senza cedimenti, che ha richiesto l’impiego di ingenti mezzi finanziari e ha riunito nel corso degli anni un formidabile gruppo di lavoro che ha accompagnato questo percorso.

Se il primo vigneto del 1993 aveva aperto la strada, nel 1999 con la creazione nell’ambito dell’azienda Rosaneti di un campo sperimentale con 2500 viti di 25 diverse varietà, inizia il lavoro di selezione clonale vero e proprio. Nel 2001 nasce un altro campo dove trovano posto 2786 piante di Gaglioppo, Magliocco e Arvino. Si tratta di un vigneto impiantato non con le usuali barbatelle bensì con delle viti ottenute dall’impianto dei semi (vinaccioli) al fine di ottenere la massima variabilità genetica. Successivamente le piante vengono sottoposte ad un serrato programma di ricerche che dà risultati molto positivi. L’azienda e i tecnici intensificano i viaggi nella regione per reperire i vecchi vitigni sopravvissuti alla fillossera e agli espianti, che porta all’individuazione di 156 differenti varietà. Nel 2003 viene impiantato un terzo campo con 2800 viti disposto a spirale su cui viene avviata un ricerca articolata che comprende lo studio del Dna, un’accurata analisi ampelografica, uno studio virologico e uno enologico coordinato da Donato Lanati consulente dell’azienda sin dalla vendemmia 1998.

Lo scopo del miglioramento genetico della vite è di combinare il maggior numero di caratteri positivi in un unico genotipo e permette di aumentare le conoscenze sull’origine varietale della vite. L’obiettivo è creare una nuova variabilità e quindi di selezionare vitigni che abbiano caratteristiche superiori, quali una maggiore ricchezza in zuccheri e polifenoli al fine di ottenere dei vini più colorati e aromatici, in grado di rispondere alle esigenze del mercato di oggi, rispettando i caratteri, l’origine e la territorialità dei vitigni stessi. In sostanza l’azienda con questo vasto e intenso programma di lavoro si è posta tre obiettivi fondamentali: il miglioramento dei vitigni presenti nel territorio cirotano che già danno vita a vini come il Cirò; un’indagine sulle potenzialità dei vitigni autoctoni regionali per la creazione di nuovi vini; la creazione di una collezione varietale che raccolga e conservi il patrimonio viticolo regionale. “Soltanto l’idea di avere a disposizione una piattaforma così ampia e quasi sconosciuta di vitigni dalla storia quanto meno plurisecolare, è per sé stimolo alla ricerca, nella palese speranza, ma da un po’ ormai, convinzione, di fare uscire da questi studi il grande vino da un vitigno antico” ha affermato in conclusione Nicodemo Librandi.


27 settembre 2006
 
 

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