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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Degustivina: vetrina del vino siciliano e occasione per riflettere
di Riccardo Farchioni, nostro inviato

Palermo - Le strategie europee per ridare competitività al vino del vecchio continente si sono abbattute sulla sonnolenta realtà italiana come un improvviso temporale. All’iniziale stordimento, sono seguite reazioni quasi quotidiane di consorzi, enti locali, associazioni di categoria, e focolai di protesta si sono accesi un po’ ovunque. L’onda lunga della perplessità (quando non della indignazione) non poteva non giungere anche qui in Sicilia, e ha preso corpo nell’ambito della settima edizione Degustivina, vetrina del vino siciliano di qualità svoltasi il 17 e 18 novembre: oltre trenta aziende siciliane e qualcuna dal resto d’Italia ad esporre nel bel Palazzo Butera con terrazza sul mare i propri vini (ed olii, nella sezione Volio) ad un pubblico intervenuto numerosissimo (4000 presenze in due giorni), oltre a “laboratori del gusto” e convegni come quello sull'impatto sulla realtà siciliana della modifica dell’Organizzazione Comune di Mercato (OCM) del settore vitivinicolo che ha visto confrontarsi gli esponenti della provincia di Palermo e della regione Marcello Caruso e Giuseppe Bursi.

Venendo al punto: a fronte di una perdurante crisi di mercato, il Commissario europeo Mariann Fischer-Boel ha spronato l’Europa vinicola a reagire. Ad aumentare la competitività, allargare la fama dei propri vini, occupare nuove quote mercato, preservare la tradizione e migliorare il tessuto sociale dei coltivatori della vigna. Ma come fare? Qui viene il bello. Le ricette proposte sono state: estirpazione “volontaria” di 400mila ettari di vigneto, corroborata da uno stanziamento di 2 miliardi e 400 milioni di euro, una cifra che corrisponde a due intere annualità di fondi che l’UE dedica al vino. Abolizione di tutti gli aiuti di mercato a favore delle eccedenze (distillazione di emergenza e non, agevolazioni per stoccaggio e immagazzinaggio), no all’aggiunta di zuccheri nel mosto. E poi: “snellimento” delle procedure produttive, il che significa ampliamento delle pratiche ammesse, semplificazione nelle etichettature, vitigno e annata anche nei vini da tavola (una deregulation che cancellerebbe di fatto le nostre IGT). Infine, e mai come stavolta “last but not least”, apertura delle frontiere all’importazione dei mosti extracomunitari e, dal 2013, liberalizzazione dei diritti di reimpianto.

L’interpretazione sintetica che si può dare del quadro appena presentato, volendo essere pessimisti, è la seguente: siccome difficilmente passerà l’abolizione dello zuccheraggio dei mosti (sarebbe cancellare la produzione vinicola del Nord del continente) allora vuol dire che l’Europa del vino ha deciso di “ridare le carte”. Ai territori più vocati (e che hanno peccato di imperdonabili lassismi) sarà dato un deciso stop, mentre potranno diventare produttori paesi senza un ettaro di vigneto, impiantando nei posti strategici del centro Europa cantine industriali che elaboreranno “semilavorati” importati, con i mercati spalancati e a portata di mano. Tutto questo fino al 2013, quando i sopravvissuti nel deserto di un “day after tomorrow” ripartiranno con la piena libertà data dalla liberalizzazione degli impianti di vigna.

A fronte di tutto ciò, la risposta continua ad essere piuttosto confusa, anche perché gravata di problemi passati e mai risolti che sono puntualmente venuti a galla. Il caso della Sicilia è emblematico: parte da una biodiversità molto spiccata, con 120mila ettari di vigneto, oltre a 21mila disponibili per diritti di reimpianto e 5mila non ufficialmente censiti. La Regione, anche attraverso il nuovo marchio “Excelland” finanzia ogni anno il rinnovamento di 5mila ettari di vigneti e nel nuovo bando di ristrutturazione incentiverà le uve tradizionali, che hanno percorso la strada aperta dalle varietà internazionali. Il ritardo da colmare è grande, visto che solo il 20% della produzione (anche se in crescita verso il 23%) viene venduta in modo qualificato, preferendo tuttavia alle DOC la più attraente IGT Sicilia. Il resto rimane sfuso se non preventivamente distillato. Sperando che il tempo non sia già scaduto. E sperando che per evitare l'estirpazione dei vigneti, come ha auspicato Elio Marzullo, nuovo consigliere delegato di Assovini, l’associazione che raduna molte aziende siciliane di punta, basti trovare una quota di mercato alle eccedenze produttive e nel contempo ridurre la quantità a favore della qualità attraverso la ristrutturazione dei vigneti, assieme ad uno sforzo culturale e di repressione nei confronti di chi si arricchisce con il meccanismo della distillazione di emergenza.

Ma Degustivina è stato anche altro: è stata l’occasione per presentare l’iniziativa “Adotta una capra, adotta la Qualità" (adottaqualita@libero.it), lanciato dalle due aziende zootecniche DiMarco (Tel. 3409381612) e Cassata (Tel. 3404933654), che operano tra il Parco naturale delle Madonie e quello dei Nebrodi. La proposta è l’adozione a distanza di una capra o di una mucca per assicurarsi, in cambio delle spese di manutenzione e di allevamento (200 euro l’anno), l'equivalente in formaggi di prima qualità, carne di capretto o di vitello. Ma anche per aiutare la salvaguardia della porzione di territorio presidiato dal gregge: un meccanismo ideale per mettere a contatto produttore e consumatore accorciando drasticamente la filiera e con essa gli incrementi di prezzo.

E si è potuta apprezzare in pieno la differenza fra vini realizzati con un lievito commerciale (al quale accedono normalmente i produttori per realizzare vini di buona qualità) con uno indigeno, selezionato dall’Istituto regionale della vite e del vino dopo uno screening del DNA di oltre 900 campioni prelevati da mosti opportunamente scelti. Il confronto fra due vini da uve frappato ha visto il primo finemente floreale, con una bocca di buona dolcezza, morbida e dal tannino addomesticato. Più generosamente fruttato e maturo in bocca il secondo, ma dal finale un pochino spigoloso e asciugante. Gli esiti del confronto fra due Nero d’Avola è stato: fine, fragrante, di medio corpo, finale prugnoso e dal tannino dolce il primo; di nuovo con un naso dalle più calde sensazioni olfattive di amarena il secondo, e con bella partenza matura in un palato maggiormente morbido ed avvolgente.

Nelle immagini:
gli intervenuti al convegno sui nuovi scenari per il vino siciliano, due momenti della manifestazione, e il la presentazione dell'iniziativa “Adotta una capra, adotta la Qualità"

24 novembre 2006
 
 

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