Sul mangiarbere giudizi meno altezzosi

I vini italiani selezionati e privilegiati dagli opinionisti competenti, autorevoli promotori in campo mondiale delle nostre produzioni di qualità, sono in grandissima parte rossi, toscani soprattutto e anche langaroli ma pochissimi di altre regioni, le varietà più usate sono cabernet, merlot, sangiovese e nebbiolo, anche in uvaggi tra loro e l'uso della barrique è in gran crescendo. Sono vini favolosi, meravigliosi, emozionanti, di qualità eccelsa, fiore all'occhiello dell'enologia mondiale, fanno veramente un grande onore sulle tavole più qualificate e migliorano l'immagine della vitivinicoltura del nostro Paese.

Il loro successo è pienamente meritato e si è sicuramente fieri di poterli gustare ed offrire ai più intimi. Sull'onda del plauso a questi grandi rossi d'autore, molti produttori in gamba di altre zone d'Italia particolarmente vocate al vino hanno voluto provare a realizzare un proprio gioiello di cantina utilizzando in parte o in toto gli stessi vitigni, le stesse tecniche in vigna e tecnologie in cantina, ma anche botticelle di legni simili e vinificazioni dello stesso tipo. Le già affermate produzioni di vini DOC e DOCG dei medesimi produttori ne vengono sinceramente migliorate quando possono fruire anche di preziose esperienze, indicazioni e accorgimenti emersi appunto con la produzione dei nuovi superlativi vini aziendali, che sono in via di costante sperimentazione altamente qualificata senza obbligo di rispetto di qualsivoglia disciplinare.

Benvenuto dunque il rifiorire della ricerca del nuovo, l'enologia italiana saprà senza dubbio trarre profitto dalla piacevole contesa sul piano di rinnovate qualità stimolate, come sembra in questo caso, dalla richiesta del mercato americano, dove altre culture e altri gusti spadroneggiano. Bisogna tenere conto infatti che i gusti cambiano anche in ciascuno di noi a secondo dell'età, cambiano da una generazione all'altra, che bevande e alimenti forestieri si affermano nella nostra dieta quotidiana integrandosi secondo le fantasie creative di quelle sane e sapienti cucine che accanto al tipico e gustosissimo prodotto locale sanno offrire anche una loro personale interpretazione di quello esotico.

Esattamente ciò che è sempre avvenuto dopo la scoperta dell'America e i grandi viaggi in Africa, estremo Oriente, Oceania, che hanno diffuso nei nostri territori prima le spezie, poi la patata, il pomodoro, caffè, tè, kiwi e quant'altri ottimi prodotti ormai entrati a pieno diritto nelle nostre dispense o che stiamo ancora assaggiando con curiosità. Ma è vero anche il contrario, abbiamo esportato barbatelle e costruito vigneti in ogni angolo di paradiso e ormai nei Caraibi, in Terra del Fuoco, in Australia, California e Sud Africa si fanno vini non soltanto a livello del mare ma anche su fianchi di montagne e ai bordi dei deserti. Gli abbinamenti con la pizza e gli spaghetti ormai presenti in ogni cittadina del globo e poi con tutte le altre prelibatezze della cucina italiana diffusa nel mondo dagli intraprendenti emigranti hanno fatto apprezzare meglio il vino agli altri popoli, portando il sorriso a tavola dovunque. Il mondo è senz'altro più bello cosi. Bello perchè vario.

In questo vivace fermentare di novità, salutare per l'enologia, a volte si rischia però di toccare il cielo con un dito dimenticando di lasciare almeno i piedi per terra. Di assoluto c'è solo il buon Padreterno, tutto il resto è pur sempre relativo, anche in degustazione. Dev'essere perciò una gran fatica proporre un elenco dei vini migliori in assoluto, da cui emerge appunto quel gruppo tipologico di vini rossi superlativi dalle caratteristiche comunque sempre più vicine, quando si sa che nel giudizio non si può prescindere troppo dal contesto in cui sarebbe sempre meglio bere, cioè in compagnia ed a tavola o almeno con gli stuzzichini, diversamente rimarrebbe soltanto una piacevole contemplazione di magra consolazione.

E non ci saranno sempre a disposizione selvaggina e cacciagione o arrosti e brasati da accompagnare con quei magnifici rossi di barrique nelle meravigliose scampagnate fuori porta oppure quando si invitano in campagna gli amici e parenti che tornano una volta l'anno al paese in ferie coi bambini, ma c'è senz'altro tutto il bello della cucina mediterranea, tanto saporita e salutare per incommensurabile varietà, nata da sane tradizioni e che prevede un posto a tavola per tutto e per tutti. Qui le pietanze più entusiasmanti sono preparate con grande amore da generose casalinghe che dirigono ai fornelli autentiche sinfonie di gustosità dai sapori finalmente ritrovati e il buonumore nasce dalle fumanti zuppiere di ceramica bianca delle nonne che intavolano superbi primi piatti assolutamente tipici e veramente favolosi a interrompere il saccheggio di succulenti antipasti. Al secondo, infatti, spesso i bambini non ci arrivano nemmeno e gran parte delle donne ne assaggia soltanto un pizzico, avanza sempre tanto pesce e tanta carne proprio perché ci si è sollazzati a spaziare su di tutto un po'...

Momenti che si ricordano a lungo con quei profumi, quei sapori e quei vini, meravigliosamente in sintonia eppur tanto diversi fra loro quanto tutte le ricette tipiche locali. Non riusciremo mai a dimenticare le autentiche emozioni suscitate da vini superbi e irripetibili, tanto piacevolmente gustati quanto difficilmente ritrovabili, purtroppo, nelle cosiddette classifiche dei più osannati. Sani vini scelti sul posto da smaliziati e generosi intenditori che leggono poco i libri ma conoscono vita, morte e miracoli di ogni cantina ed osteria del luogo e anche i segreti tramandati di tutte le fermentazioni anno per anno fino alla generazione che precede, poi la parola passa per rispetto ai racconti del padre, del nonno o del bisnonno se sono presenti com'è giusto che sia.

In quelle occasioni splendide salgono all'Olimpo, dipende dalle regioni, anche spumeggianti lambruschi (italianskoje sciampanskoje li chiamano ancora a Mosca, come a dire "champagne italiano"), rabosi del Piave (ci abbiamo vinto la Grande guerra, parola degli Austriaci), rosati del Salento (assaggiandone uno, degli ufficiali americani sbarcati a liberare l'Italia dal nazismo lo chiamarono Five Roses che vuol dire "cinque rose", grande onore perchè il loro miglior bourbon si chiamava Four Roses, "quattro rose" soltanto) grignolini bellicosi e speziati, altezzosi teroldeghi e malbeck, negroamari da sporcare i bicchieri col sapore delle bucce d'uva, sagrantini, cerasuoli, verdicchi, vernacce, cesanesi... a farne l'elenco forse non finiremmo domani mattina perché ciascuno di noi ne avrebbe almeno una decina da ricordare, non è forse vero? Tutti con amore e ammirazione, qualcuno oseremmo perfino alla pari con i grandissimi di ogni tempo. Escluderli dall'impietosa lista dei capoclasse sarebbe come uccidere un pezzetto della nostra vita.

È vero, non saranno dei capoclasse, ma dei fuoriclasse sicuramente e quanta gloria meriterebbero soltanto per averci deliziato in un momento magari particolarmente allegro, quando qualcuno per non lasciarne bere troppo ad altri, tanto erano buoni, è poi finito a dormire sotto il tavolo, con gli amici magari a far pipì in venticinque tra due filari di vite... Il vino è festa, non è polemica, se fosse altero, arcigno e stereotipato morirebbe nella sua preziosa e decorata bottiglia tesaurizzata da qualche ingenuo collezionista, al massimo verrebbe degustato da ristretti gruppi di eletti in seriosa atmosfera che di magico ha ben poco. Anche a quel vino re dei vini augurerei ben diverso destino in un convivio spensierato e gaudente come invece hanno quegli altri, grandissimi eppure esclusi, nel consenso delle tavolate alla buona dove si comincia a barzellette e si finisce a cantare, quando anche i nonni per una volta ritornano bambini.

Capirei di più il riconoscimento dei vini più buoni tra quelli della stessa denominazione d'origine o della stessa tipologia, che non penalizzano gli ottimi vini di grande personalità di un'altra produzione tipica completamente differente per terreni, vitigni e zone ma anche per gli ingredienti in cucina, le abitudini alimentari e gli accompagnamenti consigliati. Senza volare troppo alto con la fantasia, vorrei ricordare che la varietà di vini del nostro paese è cosi ricca che consente di abbinare il giusto vino ad ogni piatto, quel vino che con le sue tipiche doti, sfumature di colore, profumo, corpo, sapore e retrogusti esalta quella pietanza e ne rimane esaltato.

Un quarto di secolo fa un famoso giornalista amante del vino scrisse il più bello dei suoi libri, una piccola edizione economica e divulgativa sull'arte del mangiarbere, peccato che non ce l'ho più e devo scavare nella memoria. Suggeriva in modo molto semplice criteri di acquisto, conservazione, servizio, degustazione che mi si rivelarono veramente utili e nella parte finale c'era un lungo elenco di ricette delle varie cucine regionali, accanto ad ognuna era proposto un vino, consigliata una temperatura di servizio e indicata un'età approssimativa. Non c'erano classifiche... Uno cosi lo ristamperei ogni cinque anni e lo distribuirei agli studenti che superano l'esame di maturità, per quanto è stato utile almeno a me per scoprire un mondo che non potevo conoscere altrimenti, tanto era vasto, ed è servito appunto per esplorarlo con curiosità uscendo dal piccolo guscio, dall'orizzonte limitato che giudicava fino a quel momento migliore soltanto ciò che era già diventato nient'altro che un'abitudine alla cucina ed ai vini famigliari con poche eccezioni e ancor meno emozioni.

In alto i calici, alla salute di tutti i presenti e assenti e crepi sempre il lupo, ma dentro l'acqua!

Mario Crosta
(13/11/2001)