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Varietà autoctone del Valdarno Superiore:
i risultati delle prime microvinificazioni


Non molto tempo fa sulle nostre pagine avevamo riportato gli esiti di alcune ricerche effettuate nell’ambito del patrimonio ampeleografico italiano, sottolineando il fatto che i vitigni minori, oggi pressoché dimenticati, possono e debbono essere rivalutati – e quindi studiati - (anche) perché possono aiutare le piccole aziende a produrre vini con quel tocco di specificità in più che li faccia rimanere impressi nella memoria del consumatore, il quale eviterà in questo modo di confonderli con altri.

La conferma di questa tesi ci è arrivata puntuale dall’azienda Mannucci Droandi, che ha ritenuto utile ed interessante “prestare” un po’ dei propri vigneti per coadiuvare l’Istituto Sperimentale di Viticultura (sezione di Arezzo) in un progetto volto al "reperimento, conservazione, caratterizzazione e valorizzazione del germoplasma di Vitis vinifera L. nel Valdarno Superiore". E i risultati concreti non si sono fatti attendere, visto che il foglia tonda, per ora la più promettente delle uve sperimentate, è stata impiantata “ufficialmente” e andrà a far parte della composizione dei prossimi vini.

I risultati delle prime microvinificazioni effettuate su alcuni dei vitigni esaminati sono stati presentati lo scorso 2 Luglio nella bella enoteca La Torre di Gnicche di Arezzo da Paolo Storchi, ricercatore dell’istituto aretino che ha spiegato come la viticultura italiana abbia attraversato in questo secolo (anzi, nello scorso) varie fasi: la fase prefillosserica (inizio del secolo), quella del passaggio dalla coltivazione promiscua a quella specializzata (accompagnata dall’avvento della meccanizzazione, anni ’50), quella dei "piani verdi" che hanno portato scompensi notevoli dai quali ci siamo ripresi solo di recente.

In parallelo, le piattaforme ampeleografiche hanno subìto anch’esse dei mutamenti: dalle varietà autoctone (anni ’60) si è passati dal ’70 al ’90 alle varietà più produttive (tipico esempio: il trebbiano) che ben soddisfacevano l’identità vino=alimento; solo negli anni '90 si è affermata la nuova identità vino=piacere alla quale si è risposto con la "conquista" dei vitigni internazionali. La decade iniziata nel 2000 potrebbe annunciarsi come quella dell’allargamento degli orizzonti verso una più ampia gamma di vitigni rossi di qualità.

Le limitazioni di cui soffre un produttore nella scelta delle uve utilizzabili sono date dalla legislazione comunitaria dei vitigni autorizzati e dei disciplinari delle DOC e DOCG che alla fine restringono le componenti di un vino di qualità a relativamente poche uve; d’altra parte va detto che l’utilizzo di vitigni autoctoni “peculiari” è limitato dalla scarsa offerta vivaistica, dalla scarsa qualifica delle piante, e finanche da problemi igienici. Ma se le grandi aziende trovano nelle uve internazionali il modo più conveniente per avere successo con i loro prodotti, probabilmente è in quelle autoctone che i piccoli troverebbero una soluzione ai problemi di identità e specificità.

Riportiamo, perché ne vale la pena, l’elenco delle varietà reperite all’inizio della ricerca, cioè nel 1998. A bacca bianca: albano (due biotipi, si tratta di trebbiano toscano), cascarella, lugliola, malvasia bianca lunga (tre biotipi), orpicchio, perugino (probabilmente appartenente alla vasta famiglia del “greco” o “grechetto”, con caratteristiche ampeleografiche simili al grechetto di Todi), salamanna, s. colombano (usato per la produzione di vinsanto), trebbiano dorato (due biotipi), vermentino bianco, zuccaccio. A bacca nera: aleatico, colorino del valdarno (due biotipi), foglia tonda, formicone (forse un biotipo del bonamico), grossolano, lacrima del valdarno (tre biotipi), mammolo, morellino (omonimo del sangiovese maremmano), passerina (probabilmente della famiglia del sangiovese), primofiore, rossone, sangiovese (tre biotipi: sanvicetro, sangiovese pianurino e sangiovese montanino).

Nel 2000 sono avvenute le prime vinificazioni, che si sono ripetute nel 2001 per i vitigni più interessanti, che poi sono quelli che abbiamo assaggiato nell’incontro di Arezzo. Il Vermentino 2001, di colore paglierino non particolarmente carico, mette in mostra all’olfatto un buon corredo aromatico, sufficientemente intenso e penetrante, fatto di fiori gialli, thè, camomilla, agrumi. In bocca l’attacco è fresco, succoso più che pieno, coerente aromaticamente con un addolcimento nel finale. Il Mammolo 2001 è in questo stadio non giudicabile, mentre il Sangiovese Montanino 2001 ha un colore rubino piuttosto fitto e limpido ed esibisce buoni profumi di viola e frutta di bosco molto matura. Al palato si avverte una leggera linea vegetale, nell’ambito di un corpo leggero, buona acidità ed equilibrio in un vino complessivamente gustoso. Il Colorino del Valdarno 2001 si mostra, come da aspettative, impenetrabile alla vista ed è molto interessante al naso, dove si caratterizza per profumi di frutta nera matura ed un bel corredo di spezie ed erbe aromatiche fra cui noce moscata ed alloro. In bocca è pieno e saporito, morbido, dolce, di grande spalla sempre sull’impronta della frutta nera. Nel finale qualche spunto alcolico di troppo. Infine, l’interessante Foglia Tonda 2000, dai profumi floreali molto puri ed eleganti, dove note di menta dolce rendono il palato molto intrigante.

Due parole, a conclusione, sull’azienda che ha coadiuvato lo svolgimento di queste ricerche. L’Azienda Agricola Mannucci Droandi (Fraz. Caposelvi 61, Mercatale Valdarno - Ar, tel. 055/9707276), condotta da Roberto Giulio Droandi con l’aiuto della moglie Maria Grazia Mammuccini, ha il suo “ceppo” originario nel podere Campolucci, tenuta acquistata nel 1929 sui colli aretini nei pressi di Mercatale Valdarno. Nel 1970 avviene il passaggio alla coltura specializzata a vite ed ulivo, e nei primi anni ’90 arriva la decisione dell’imbottigliamento e l’avventura nel mondo del vino di qualità. L’azienda si è arricchita di recente di un secondo corpo con l’acquisizione del podere Ceppeto nei pressi di Gaiole in Chianti.

Abbiamo assaggiato due dei tre i vini aziendali realizzati a tutt’oggi, che sono il Chianti DOCG e il Campolucci Sangiovese di Toscana IGT provenienti dalla tenuta dell’aretino e il Chianti Classico DOCG, prodotto nel podere gaiolese, la cui prima annata 2000 è ancora in affinamento. Il Chianti 1999 (sangiovese 90%, canaiolo ed altri complementari per il restante 10%, un anno di barrique di secondo e terzo passaggio ed un anno in bottiglia) ci si è presentato di un bel colore rubino cupo, e con profumi spiccati di frutta rossa con qualche cenno di surmaturazione che ne limitava l’eleganza dell’impianto. Al palato abbiamo sentito un ingresso dolce che anticipava un andamento di bocca cremoso, caldo e morbido sui toni dell’amarena matura, concluso con un buon finale. Più elegante e profondo il Campolucci Sangiovese di Toscana IGT 1999 (sangiovese 80%, cabernet sauvignon 15% e vitigni complementari per il rimanente 5%), realizzato da uve accuratamente selezionate, lunga macerazione e affinamento in barrique nuove per il 30% per un anno. Di colore cupissimo, al naso ci si ha evidenziato una bella componente floreale che andava ad accompagnare un corredo di frutta rossa e nera matura. L’ingresso in bocca, subito saporito confermava questo assetto aromatico sostenuto da struttura e, di nuovo, bella eleganza e profondità.

Riccardo Farchioni
(15/7/2002)

Le foglie riprodotte sono:
sangiovese montanino (in alto)
foglia tonda (in basso)

 

   

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