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Occhio di falco

Sì, non lo nascondo, ce l'ho con l'anonimato perché è quasi sempre una fregatura.

Potrei togliere anche il "quasi", ma il Don Matteo televisivo ha invitato tutti ad avere anche fin troppa fiducia nella coscienza delle persone, si sa mai che qualcuno si penta e decida di presentarsi come si deve: nomi, cognomi e indirizzi per esteso sulle etichette dei vini, delle bevande e di tutti i generi alimentari.

Quando si sa da chi si compra, ci si può regolare scegliendo sulla base della fiducia che si ha nel produttore, acquisita con l'esperienza, oppure grazie ai consigli di persone cui si da credito e a volte anche per provare qualcosa di nuovo suggerito dalla pubblicità. Se la qualità corrisponde alle aspettative, il cliente soddisfatto ricompra, rimane solo una pura questione di prezzo. Si apre il portafoglio, si decide se e quanto si può spendere, ma di quel prodotto ci si è già fatti una precisa idea personale del rapporto qualità/prezzo. I clienti stessi diventano veicoli pubblicitari, in positivo o negativo, del prodotto ben identificato. Se invece non si sa da chi si compra, perché nelle etichette ci sono indicazioni stringate, molto vaghe della ditta che confeziona e spesso manca l'indicazione del produttore, la sorpresa negativa è quasi sempre dietro l'angolo.

Mi riferisco in particolare a quelle bottiglie di vino che in etichetta dichiarano denominazioni famose, entrate ormai nel bagaglio culturale di tutti, per definire un contenuto sul quale ci sarebbe molto da discutere. Purtroppo, la legge ammette che si possa indicare una sigla fatta di lettere e di puntini, anziché la ragione sociale per esteso dell'azienda imbottigliatrice. In questo modo risulta quasi impossibile, al consumatore anche attento, individuare da chi è messo in commercio quel vino, l'acquisto dipende soltanto dalla scelta del livello di spesa e non anche della certezza del livello di qualità.

Tutte le grandi case vinicole che producono ed imbottigliano all'origine ci tengono a firmare le bottiglie con il marchio e la ragione sociale per esteso e ben evidenti. Invece gli imbottigliatori, spesso lontani centinaia di chilometri dalla zona di produzione, stanno seguendo la strada opposta e cioè quella dell'anonimato, cosa che non succedeva quando anche in questa categoria si puntava al buon rapporto qualità/prezzo con un grande rispetto per la clientela. Basta scrivere I.C.P.T. di Vattelapesca o S.C.O.P.L. di Casto, magari C.S. di S.P. Caresto (solo per fare qualche esempio di modalità di siglatura senza offendere nessuno) e l'obbligo di legge sarà anche rispettato ma il cliente sicuramente no.

C'è da tirare le orecchie a qualcuno che non ha avuto coraggio a firmarsi per esteso, come hanno fatto certe Cantine Sociali, forse temendo che quel nome glorioso che portano non piacesse a qualche "intenditore" un po' sprovveduto e non rendesse merito all'ottimo vino contenuto nelle proprie bottiglie, speriamo vivamente che si ravvedano presto. Ma in genere, dietro queste diciture troppo accorciate, smaccatamente usate per disinformare meglio, c'è il vecchio trucco delle dittarelle che durano una stagione o poco più, create soltanto per lo smercio di partite di vino che non si deve sapere né da dove vengono né come circolano. Forse non saranno proprio dei vinacci, magari nemmeno dei vinoidi, ma sicuramente sono vini di scarso livello qualitativo e che pretendono però di strappare prezzi più alti sfidando la capacità di lettura dei clienti, che non hanno sempre gli occhiali giusti al supermercato oppure sono obbligati a fare la spesa di corsa.

Il vino è una bevanda diffusissima anche fra gli anziani e i meno informati, che non hanno l'occhio di falco e vanno particolarmente difesi da bottiglia selvaggia. Fino a quando la legislazione permetterà di speculare in questa maniera? È vero che ci sono anche imbottigliatori con pochi scrupoli che si firmano per esteso e produttori furbastri che inventano altisonanti nomi per i loro vini, vigneti e sottozone che non hanno nessuna tradizione ma si vogliono vestire di nobiltà, cosi come ancora esistono i delinquenti della sofisticazione, ma quando un nome commerciale è chiarissimo, la veloce radiofanta tra i consumatori è senz'altro più efficace della limitatezza dei controlli e dell'esasperata lentezza delle cause giudiziarie.

È solo una questione di etica, di civiltà. Non deve essere necessaria la lente d'ingrandimento, ma un semplice obbligo normativo.


Mario Crosta
(18/1/2002)

 

   

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