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Con gli olii alla rivoluzione



Avrei potuto iniziare titolando "la rivoluzione agli olii" oppure "gli olii della rivoluzione", il senso non ne avrebbe sofferto poi tanto. Ciò che importa, davanti ai fatti di oggi, è che anche da un titolo se ne possa misurare la portanza. Di roboante, innovativo titolo si doveva trattare, quasi un dovere, per anticipare emozioni ed accadimenti altrettanto nuovi, che vi narro d'appresso.

Ebbene sì, li ho incontrati, li ho visti passare, si sono fermati un attimo vicino a casa mia - quale privilegio! - quel tanto che basta per lasciarsi sfiorare, accarezzare, guardare, odorare, bere. Le strade di Camaiore questa primavera mostravano cubitali parole: "Ad Enolia l'olio secondo Veronelli - Anteprima mondiale".

Si sono uniti sotto l'egida di un manifesto nuovo, ferreo, chiaro, trasparente, autonomo; tutti insieme, per essere più visibili e più forti, per mostrar le insegne finanche negli anfratti, quale densa sintesi di un operare certo, diverso, più vero, più rispettoso, estremi come solo la naturalezza di un prodotto genuino della terra può esserlo. E tu, ammirato ed ingenuo curioso, beatamente frastornato dagli umori novelli, più ci pensi e più ti chiedi: "ma perché non era così da prima!?".

Sono - di olii io parlo- i testimoni principe del tempo che cambia, di un vento caldo che soffia da sud a nord lungo la nostra penisola a scuotere dal torpore, dalla disillusione e dalla mancanza di prospettive l'asfittico mondo olivicolo, a significare che qualcosa di più è possibile, che rialzare la testa -e la dignità- da parte dei contadini olivicoltori, è un atto dovuto. Contro l'abbruttimento di una accezione assolutamente bieca e commerciale che ha lasciato fuori dai sentieri del gusto e della qualità un prodotto essenziale della nostra storia umana e sociale, oggi come ieri.

Contro l'abbruttimento di una fruizione cieca di un olio spacciato per tale (a cui ci siamo assuefatti senza colpo ferire) e che continuiamo a chiamare olio nonostante voci e rumori - purtroppo ancora di fondo ma non per molto - insinuino essergli solo lontano parente. È stato il mio un approccio istintivo ed ingenuo, spinto come sempre dalla curiosità, che d'un botto ha come superato tutte le ragioni politiche, commerciali e sociali che poteva trovare a conforto, da quando i sensi si sono lasciati trasportare per strade sconosciute, da quando cioè non ho potuto fare a meno di essere travolto dalla prepotenza e dalla presenza scenica di quegli olii.
Sono sensazioni nuove, pagane, golose e terrene, sale della vita e della terra, senso in più ed appagamento, vissute in un girovagare oliandolo ammirato e frenetico che mi ha lasciato in uno stato d'animo diverso, trasognante, fin'allora non praticato. Da quel giorno in me una volontà in più, una voglia in più: aspirare ad un rincontro, comunicarne il passaggio.

Ma più ancora mi hanno affascinato le parole degli olivicoltori, persone che ho ascoltato ammutolito per impararne la determinazione e la volontà, tutte nuove, il bisogno tanto atteso di trovare una cassa di risonanza per un sentire comune già intuito e perseguito in silenzio nei loro uliveti, ed ora finalmente gridato e condiviso.
Ho partecipato - senza rendermene conto fino in fondo - ad un evento che mi ha lasciato intuire la creazione di fondamenta nuove, di nuovi abbecedari, da riscrivere insieme, da imparare insieme. Mondi di odori e di aromi dalla spiccata personalità, dalla elettiva diversità l'un l'altro, a comporre un affresco italiano dalle mille tinte, dalle altrettante peculiarità, dove sarà bello un giorno poter riconoscere terroirs, cultivars, tempi, metodi, estri e stili, in una rincorsa verso l'identità, la qualità e la trasparenza. È un vero piacere, di quegli olii, leggerne oggi le etichette, quelle etichette che ho sempre sperato trovare siffatte anche nei miei amati vini. E sapere che dietro l'etichetta ci sono requisiti e controlli certi da doversi rispettare. Sicuramente rispettati.

C'è un "giovane guerrigliero", il cui nome è stampigliato sulla fascetta di ogni bottiglia, che ha intuito ed elaborato, riunito a se un insieme di competenze tecniche e commerciali, messo in piedi un manifesto per i comitati oliandoli rivoluzionari, fissato principi ispiratori, per il fine ultimo dell'innalzamento della qualità della vita di milioni di persone che ci onorerebbero grandemente con i frutti veri, perché figli della rabbia e della determinazione, delle loro terre. Luigi Veronelli, compendio fatto uomo di intuito e ragionamento, non è nuovo a tali imprese, volte alla creazione di "idealità" terrene e materiali dal lungo respiro.

"La strada è lunga ma ne vedo la fine", cantava il buon Dylan della mia gioventù nervosa: ebbene, da quel giorno a Camaiore, e da quella strada, grazie alle intuizioni e ai ragionamenti, mi incalza progressivo un fremito "giovanile", di quelli buoni però, che mi avrebbero portato un tempo a quelle adrenaliniche, partecipate digressioni sul personale e sul politico, a parlare e a gridare, ad espormi.
L'ho sentito arrivare - semplicemente- ascoltando la famiglia dei leccini, e lì confondermi: dalla soave rarefatta armonia del leccino di Comincioli, dal Garda bresciano, alla eleganza dinamica e coinvolgente del Guerrieri Rizzardi, sull'altra sponda, od ancora dalla caratteriale presenza, eppur raffinata, dei leccini toscani - fruttato e persistente il Podere San Matteo, avvolgente e tattilmente denso il Felsina- a quella più austera ed intrigante del leccino de Il Monte, da Città della Pieve, fino ad arrivare al ricordo di un bacio, autentico, regalatomi dal leccino di Pezza della Pigna, che mi ha ammaliato da Taranto.

A quelle voci se ne sono unite altre, incalzanti, di cui non sono riuscito a trattenere l'ascolto: quelle d'atmosfera di una cassanese in purezza delle Terre di Balbia, quelle più dirette e intense della Tondina, quelle volumiche e rimbombanti della Casalina del Garda, quelle pungenti eppure morbide di una nocellara del Belice prodotta in Sicilia da Planeta, quelle da coup de coeur per brillantezza ed aromaticità, effluenti da quel moraiolo da Castiglione d'Orcia (Podere Forte), quelle bilanciate e garbate di un moraiolo aretino, quelle elettriche e nervose di un moraiolo del Trasimeno, quelle armoniche e raffinate di un moraiolo di Città della Pieve.

E poi dal coro sono spuntate le voci forti, impositive e stordenti, felicemente stordenti, che mi sono arrivate dalla Basilicata - coratina di Terre d'Arnolino, l'olio della mia predilezione - dalla Puglia - intensità e potenza di coratina da Pezza della Pigna - dalla Sardegna- una bosana-bomba per continuità, compattezza ed aromaticità, dai Fratelli Pinna.

Sì, sono quelle voci ad avermi fatto intuire la strada, voci che so decifrare a malapena -tanto nuove le sensazioni - ma di cui però non posso fermare il racconto. Altri ne seguiranno, perché quelle voci sono state capaci - sole loro - di travalicare tutto ciò che di fondante ed opprimente sta smuovendo/superando/combattendo il manifesto nuovo: politica, socialità, sicurezza alimentare, cultura.

....Ebbene sì, li ho incontrati, li ho visti passare, si sono fermati un attimo vicino a casa mia - quale privilegio! - quel tanto che basta per lasciarsi sfiorare, accarezzare, guardare, odorare, bere... Il mio cuore sta là, su quella strada ormai tracciata. Alla fine della strada il mondo nuovo.

Con gli olii, alla rivoluzione!

Fernando Pardini
(4/6/2002)

 

   

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