Introduzione
alle Colline Lucchesi

 
 

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Introduzione alle Colline Lucchesi

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Riportiamo l'estratto di una Introduzione alle Colline Lucchesi tenuta da Fernando Pardini in occasione della manifestazione Lucca nel Bicchiere, organizzata dalla Condotta Slow Food di Viareggio all'Enoteca La Brilla di Camaiore.

L'intento è quello di tratteggiare in breve l'argomento liquido che troveremo nei nostri bicchieri, fornendo qualche dato di fatto sulle Colline Lucchesi e sui loro vini, una personale interpretazione o lettura del dato di fatto, un collegamento allo spirito e all'intento della serata.

I dati di fatto spesso significano storia, e geografia: le Colline Lucchesi vinicole, dal punto di vista geografico, sono rappresentate dalla fascia di media collina che circonda ad anfiteatro Lucca e ne incornicia la piana, da nord ad est, interessando principalmente i comuni di Lucca, Capannori e Porcari.

Da una parte, dal lato camaiorese per intenderci, ci stanno La Cappella, Mutigliano, Monte San Quirico, dall'altro lato Tofori, Matraia, Valgiano, Segromigno in Monte, San Gennaro e la parte alta di Porcari, proprio di faccia al colle di Montecarlo: questa la zona coperta attualmente dalla DOC Colline Lucchesi.

Le vigne hanno trovato naturale predisposizione grazie al clima temperato a cui contribuisce e non poco la valle del Serchio, che dal mare si insinua nell'entroterra portando con sé correnti calde, insieme alla natura prevalentemente argillosa-silicea o argillo-ghiaiosa dei terreni.

Molteplici i microclimi, soprattutto i terreni, fatto molto importante, ma d'altronde si addice alla terra di Toscana, vero e proprio laboratorio a cielo aperto per la vigna, che si presenta come un insieme variegato di terreni molto diversi fra loro - sia pur prossimi l'uno alll'altro - e che contribuiscono e non poco alla diversità, alla potenzialità, all'eclettismo di questa terra, e in buona parte hanno plasmato lo spirito dei vignaioli toscani verso la ricerca di una propria strada, di uno stile proprio, autarchico, verso la differenziazione.

Non sfugge e non è sfuggita a tale regola la Lucchesia ed emblematica mi appare a tal proposito questa denominazione se ci riferiamo alla fiorente discussione, alla diatriba, al confronto serrato a cui assistiamo oggi e che cerca di mettere in discussione, di ripensare perlomeno, le doc: da una parte -per eccesso- i sostenitori della briglia sciolta, dei vignaioli che sfruttando metodi colturali ed enologici particolari - fino a rivendicare il diritto di scelta dei vitigni da adottare - danno vita ad uno stile e ad una interpretazione personale del proprio terroir, mutuata dalla effettiva conoscenza, assolutamente partecipata, reale, vissuta, dei loro campi; dall'altra ci sta la ineludibile tendenza o volontà istituzionale, in quanto paese vinicolo per eccellenza, di inquadrare un territorio individuandone (cercando di individuarne) una tipicità, marcando per esso quindi confini e regole del gioco, a mò di tutelarne l'immagine in origine, poi…: in altre parole le DOC, l'incastellatura legislativa.

Mi sento di dire però che nel caso delle Colline Lucchesi ci troviamo di fronte, più che in altri casi -e qui passo già alla interpretazione del territorio, alla lettura che ne traggo- ad una apparente contraddizione forse favorita dal fatto che si tratta di una zona vinicola "nuova", non tanto conosciuta o blasonata, la cui storia enologica moderna la si deve costruire ancora, sia pur solida di base.

Soprattutto il perché trova risposte nella storia, di queste genti e di queste terre.

Le genti qui hanno messo sempre in primo piano un orgoglioso bisogno di indipendenza unito ad una straordinaria vocazione al viaggio, al commercio.

Questi fatti, nei secoli, hanno portato alla creazione di una condizione di "meticciato" in vigna ; insomma ad un mescolamento di tradizioni indigene e foreste -vedi l'importazione di barbatelle in tempi non sospetti- che da oltre un secolo ha caratterizzato l'approccio al vino di questa zona.

Per cui qui si è già avvezzi da tempo non solo a masticare parole francesi di vitigni, ma a praticarne la coltura; il vignaiolo lucchese è avvezzo ad avere a disposizione un ampia gamma di vitigni. Ebbene, la recentissima rivisitazione del disciplinare, tenendo conto di questa tradizione, rende apparente la contraddizione tra la ricerca personalistica, la libertà d'espressione da un lato e la tipicità "allargata", la regola, la condizione imposta, del regolamento vinicolo dall'altro.

In queste condizioni il vignaiolo è spinto da un lato a esprimere meglio la sua interpretazione del terroir già a livello di DOC perché può di fatto differenziare la proposta, a seconda della particolare situazione, o della vendemmia, quindi si è cercato di creare un giusto equilibrio tra tipicità e ricerca, esperimento, interpretazione.

Magari il limite della DOC lo individuerei nell'aver fissato una troppo alta produttività massima per ettaro (100 qli/ha), e dovrebbe aumentare qualcosina come gradazione alcoolica minima: in questo senso darebbe segnali concreti e indirizzi precisi ai vignaioli per poter concorrere, tutti, ad elevare lo standard qualitativo di una zona.

Questo perché "apparente contraddizione" non significa rose e fiori; c'è un però: affinchè la strada del riconoscimento e della identità di una zona vinicola "nuova", magari anche piccola, OGGI sia luminosa, occorre che si percorrano -a parer mio- due fasi distinte e sequenziali: la prima, che mi pare stia attraversando la nostra DOC Lucchese adesso, è il sentire comune di doversi migliorare per dare alla denominazione d'origine uno standard alto, quindi da una parte una DOC che inviti a questo i vignaioli (e mi pare che le premesse ci siano) e dall'altro però i vignaioli tutti che investano, nei fatti, in qualità.

II secondo passo, il più difficile, la sfida più ardua, starà poi nel valutare -una volta acquisita, con i fatti, questa consapevolezza e questo standard- se vi sono le condizioni per individuarvi una cifra stilistica comune, una proprietà caratterizzante il territorio, che crei un filo logico, distintiva, in grado di ricomporre un mosaico magari fatto anche di belle tessere, ma disunite, disgiunte, sparse.

Solo così la denominazione ed il territorio intesi come insieme potranno sollevarsi e rendersi visibili, in Toscana e nel mondo, e avere spalle larghe per sopportare le sfide insidiose -anche commerciali- che ci provengono e proverranno soprattutto dai paesi extra-europei.

Quindi, ritornando a bomba alla nostra serata e in tal modo chiosando, L'intento di Stefano e soci è stato dunque quello di tastare il polso, bonariamente, alla denominazione Colline Lucchesi presentando stasera, senza la pretesa di voler essere esaustivi certo, la proposta in rosso di tre aziende che operano sul territorio e che ci pare vadano nella direzione sperata, ciascuna come potremo vedere con proprie individualità, stili, metodi, di cui magari i protagonisti stessi ci potranno poi parlare, ma sulle quali poter fare affidamento, nel presente o nel futuro.

Lo scopo è quello dunque di porre l'attenzione sulle nuove annate di Rosso Colline Lucchesi e su una interpretazione più libera del proprio terroir che le tre cantine hanno cercato di dare con tre cru aziendali derivati da altrettanti vitigni, diversi fra loro, per dimostrare una volta di più l'eclettismo della nostra terra toscana, in particolare della Lucchesia: dal carattere e la autentica autoctonia del sangiovese, dalla prova della tradizionale - almeno per Lucca - predisposizione di alcune sue terre a crescere merlot (peraltro oggi doc); alla proposta intrigante e affascinante offerta dal celebrato e chiacchierato -in senso buono si intende- syrah , che d'altra parte sempre in lucchesia trova spesso dimora.

Il tutto -mi pare- come sempre, con l'intento sincero da parte degli organizzatori, di spingere alla curiosità, all'interessamento in questo caso verso sottoregioni vinicole "in dinamico sommovimento", alla ricerca di sentieri del gusto diversi, non scontati né battuti, e forse proprio per questo oggi più affascinanti di altri, perché capaci di suscitare, a ben cercare, una "nuova" meraviglia.

Fernando Pardini
29 agosto 2001

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