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E fu prezzemolo per tutti


Prezzemolo. In Sardegna lo si mette perfino nei dolci, come le formaggelle di zia Peppa, ed è una componente essenziale della cucina di tutto il mediterraneo perché insaporisce, c’è sempre ed è ricchissimo di vitamina C, cioè fa bene. In una poesia ho anche letto che il prezzemolo assomiglierebbe a Dio, è piccolo, verde e sta dappertutto, cioè non ci accorgiamo di lui e spesso lo calpestiamo pure, a volte senza volerlo. Ma soprattutto, nonostante che lo si tagli, ricresce... Un cucchiaio pieno di prezzemolo raccolto dall’orto e tritato fine, mischiato con olio extravergine di oliva dicono che faccia passare gli effetti collaterali delle sbornie, cioè delle sbronze incomplete, quando si è su di giri abbastanza, ma non tali da camminare con un piede sul marciapiede ed uno sull’asfalto della carreggiata, tentando di risalire ma finendo sempre al centro della strada.

Ne avrei bisogno appunto adesso perché sto scrivendo ma la testa va dove vuole lei, colpa di un Borgogna malandrino, mannaggia è la prima volta che me ne capitano a tiro tante bottiglie tutte insieme, adocchiato dagli amici per il buon prezzo e mai comprato in tali quantità proprio per lo stesso motivo, troppo economico rispetto agli altri della sua terra, nessuno dei soloni del vino ne parla, chissà che trucchi nasconde e via con la serie degli altri veri e propri pregiudizi...

Si chiama Bourgogne Passetout Grain, da Pinot Noir (come minimo un terzo, fino alla totalità) e il resto Gamay e Pinot Liebault. Se uno legge la retroetichetta lo lascia dove lo trova, perché legge che non dura più di qualche anno, va servito molto fresco sui 12 gradi, forse vuol dire che non è un vino nobile e balle del genere. Trent’anni che ci godiamo i Beaujolais nouveaux, i quali hanno il difetto di costare troppo perché se ne beve almeno il doppio degli altri vini, siccome vanno giù che è un piacere, ma solo fino a carnevale perché poi si avviano a diventare aceto.

Altrimenti i grandi Borgogna, cioè Clos des Mouches, Nuits St. George, la Romanée Conti, Clos des Vougeot, Chambertin, Corton, Corton Charlemagne, che spazio volete che ci possa essere in mezzo? E proprio qui sta l’errore: pensare che tra il vino novello di Borgogna e i migliori vini del mondo, come sono quei nobili cru, non ci possa essere spazio altro che per un bastardo, come si può pensare che sia il Bourgogne Passetout Grain, il quale invece nasce da ben 1300 ettari di vigneti di Yonne, Saône et Loire, Côte d’Or e Côte du Rhone.

È tutto un altro vino, credetemi! Avete presente il Lambrusco migliore che esista, tutto profumo d’uva, di ciliegia, di fragola, di melagrana, di lampone e di tutte le più desiderabili delizie del mondo fattesi frutta? Un vero peccato di lussuria, una donna da baciare lentamente da capo a piedi, lasciatelo stappato il tempo sufficiente a perdere il gas e troverete qualcosa di simile a quel vino di Francia che a pieno merito si titola Borgogna, ma vi aggiunge la dicitura passe tout grain, che per me adesso significa complicità pura e semplice, complicità fino all’ultima goccia delle più sane e allegre baldorie che si possano fare in ottima compagnia.

La testa mi fuma ancora, perché gli amici non hanno fatto l’errore di comprarne una bottiglia sola, proprio no. Il cavatappi è una tentazione costante con queste vivacità in bottiglia, è il caso esattamente contrario di tutti quei vini che non si riesce più a bere perché troppo impegnativi e caricati, davvero ingiustamente caricati purtroppo di legno, di significato e di prezzo.

Bevendolo, ci venivano in mente tutti quei film dove i ribaldi s’infognavano nelle taverne per sfuggire alle guardie, piene di soldati che bevevano sui tavoloni di legno massiccio dove salivano a danzare delle vivandiere scalze che riempivano con le cosce i sogni dei più. Un vino brillante da bisboccia, un vino da combriccola, un vino da allegra compagnia e che non taglia le gambe, ma va dritto fino alle porte del buonumore con un grande mazzo di chiavi e comincia ad aprire una porta dietro l’altra fino a intonare canti e cori di paese o della grande guerra.

È un vero compagnon questo rosso allegro e ben strutturato, gradi alcool 12,5 cioè non scherza, se li porta tutti e forse qualcuno ce lo nasconde anche, si beve ben fresco di cantina profonda, che sarebbe l’ideale, e andrebbe a nozze con carni grigliate e salami ancora da stagionare, tirandoli giù ad uno ad uno dai ganci cui sono appesi alla stessa maniera dei suoi bicchieri che si susseguono uno in fila all’altro senza farsi più contare, per quanta fragranza sviluppano in beva.

Che Dio benedica la Francia per averci tramandato questo vino che risale alla notte dei tempi ed è AOC dal 1937, un vero gioiello che risplende di luce propria e non dei riflessi sulla carta stampata delle guide scritte dai sommi a naso ben alzato. Siamo grati perciò ai moschettieri che si intendevano di vino certamente di più degli odierni guru del taglio bordolese.

Memori delle sfide tra bande di paese, subito abbiamo pensato che sarebbe un vero scherzo da prete invadere con una delegazione di Lambruschi le osterie della Borgogna ed invitare poi una schiera di Bourgogne Passetout Grain a prendersi la rivincita in tutte le sagre della pianura Padana. Siamo in Europa, perché non dovrebbe essere auspicabile un gemellaggio con tanto di cartello blu con la sua brava corona di stelle tra territori che sanno divertirsi col vino come ben pochi al mondo? Magari passando insieme per l’Oltrepo’ Pavese con una bella ventata di aria fresca e di allegria, che i musi lunghi di quei cugini del Pinot Nero su quelle colline ne avrebbero tanto bisogno... Ma no, che andiamo pensando... questa civiltà del vino che sta diventando triste con tutte queste polemiche sulle barrique, i gusti rotondi e i tannini levigati crede soltanto ai filosofi del vino, che senso avrebbe riportare il gusto vinoso e beverino dove si parla di tostature e di goudron?

Forse è antistorico riproporre le sane bevute in compagnia quando invece il modello propagandato è quello di gustare da soli un costoso ballon davanti al fuoco acceso nel camino, forse il vino non è più bevanda ristoratrice dell’allegria ma è già diventato tesoro da cassaforte. Chissà, povero compagnon, se fosse stato in Italia sarebbe già scomparso...

Meno male che c’è una lunga sfilza di produttori francesi a vinificarlo, e molto bene: Château de Chamilly, Domaine Collotte, Domaine Mikulski, Maison Buchard, Philippe d’Argenval, Lionel Dufour, Meo Camuzet, Joseph Faiveley, Jadot, Duchesne, Depargneux, Brouilly e tanti altri.

Oh! È arrivato finalmente il prezzemolo condito d’olio e ci portano via le bottiglie vuote sotto il naso. Una sonora pennichella e poi si ricomincia daccapo, con le solite nenie da ascoltare sui retrogusti mandorlati e le tiritere sulle nobiltà tanniche acquisite nel rovere... Ma perché non torniamo un po’ tutti a scuola di Marzemino, di Freisa, di Raboso, di Ancellotta, di Lambrusco e nel frattempo non ce la spassiamo con i Borgogna del piano di sotto, quello dove si rubano le carote ai cavalli e si tirano le fiondate con gli acini d’uva acerba, che sono più duri e lasciano il segno?

Mario Crosta
(15/7/2002)


Le immagini dei vigneti (dall'alto verso il basso)
sono riprodotte da:
BIVB- Bourgogne aujourd'huj
BIVB- D.Gadenne


 

   

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