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Per chi suona la campagna


Nel nostro bel Paese la società è cambiata moltissimo dai tempi in cui il vino era la bevanda predominante in ogni occasione, in tavola ma anche alla bocciofila, al circolo, al bar, nella borraccia durante le passeggiate oppure caldo e speziato con il raffreddore e perfino in cucina.

Altri vini? No, altra gente. I nostri amati nonni e bisnonni abituati ad inzupparvi il pane per poterlo mangiare anche senza denti e dentiere dai prezzi irraggiungibili, ma anche i vicini che ce ne portavano qualche bottiglia dal paese di origine, lontano qualche centinaia di chilometri in posti che la televisione non poteva mostrare perché semplicemente... non esisteva ancora.

Erano gli anni del dopoguerra, della ricostruzione, del boom economico, quando il consumo di vino accertato superava i 100 litri/anno pro-capite in competizione con la Francia, dove se ne beveva poco di più e di qualità, riconosciamoglielo per quei tempi, superiore. Vini da battaglia ce n’erano tanti, rigorosamente in damigiana, in fiasco, in bottiglione, spuntarono poi le taniche in plastica più comode da sistemare sul portabagagli e dentro l’automobile, ricordo anche qualche vino ottenuto dalla sciacquatura delle vasche, poco alcool e tanta acqua ma almeno soltanto quella e a meno di metà prezzo, a qualche povero pensionato faceva comodo anche quello. E i frizzantini? Ne andavano senz’altro più delle spume, quella nera e quella bionda, e in estate erano un’ottima base per frullati con le pesche, le albicocche, le fragole e del ghiaccio tritato rubato a qualche granita dai banconi delle anguriere che prosperavano nei posti più verdi di ogni centro abitato distribuendo allegria dovunque.

Il vino era più che una bevanda, un collante sociale, un invito al contatto umano anche con lo sconosciuto, l’occasione per cambiare in meglio anche l’umore più nero. Poi venne la televisione, l’Italia contadina visitata e ben mostrata da Mario Soldati, scrittore e intenditore eccezionale, poi rivisitata comicamente dalla coppia irripetibile Tognazzi e Vianello che ne scimmiottavano i servizi. Nacquero le prime leggi DOC per regolare il mondo del vino, per premiare le produzioni di qualità ed in pochi anni c’è stata un’autentica rivoluzione.

Cominciarono a cambiare molte cose. I vini? No, sempre la gente. Era diventato più facile chiudersi in casa, ciascuno davanti al suo programma preferito, i giovani andavano a rinchiudersi nelle gigantesche balere sfruttando in sei o in sette l’automobile del padre del più benestante e cominciò a crescere il consumo dei superalcoolici, dei cocktail con vermut e liquori stranieri e poi della birra, tutte bevande più adatte alla solitudine che alla compagnia.

„Chi non fa niente per essere il primo, per diventarlo e per rimanere tale non sarà mai secondo, ma scivola inevitabilmente verso l’ultimo posto”. Questa frase del maresciallo di Francia che non riusci’ a impedire l’invasione tedesca con la sua linea Maginot (aggirata bellamente dalle truppe del kaiser che passarono dal Belgio) sottolinea molto bene anche il destino del vino nel nostro Paese. Un calo di consumo lento, costante, inesorabile, che ha portato il vino fino ai nostri giorni in vesti che non sono certo le sue, quella di un oggetto di culto se è di grande qualità oppure quella dell’anonimato organolettico quando perde la tipicità a favore di esigenze di commercializzazione che privilegiano il contenitore dal nome altisonante piuttosto che il contenuto. Perché adesso cominciano a cambiare non più le persone, ma proprio i vini.

È comparso qualcosa di pericoloso nella nostra società, che non è stato contrastato per niente, e cioè il fenomeno della precedenza dell’etica del guadagno sull’etica del lavoro e nel campo del vino questo si è tradotto subito nelle vinificazioni standardizzate allo stile bordolese e californiano, cioè lo stereotipo cabernet sauvignon con merlot, barrique ed eventualmente concentratori e lieviti selezionati. Attualmente i vini di questa formulazione vanno per la maggiore o, come si dice, pagano bene ed allora sulla stessa strada, dal Nord al Sud, ci si buttano in tanti ad espiantare i vigneti tradizionali ed a piantare le uve del miracolo, quelle di pronuncia francese. La cosa non sarebbe tragica se venisse fatta con maestria e criterio: cambierebbero i gusti dei vini, tutti quasi uguali, chissà poi se saremo costretti anche a mangiare sempre la stessa zuppa e lo stesso tipo di carni per poterli digerire... ma a protestare rimarrebbe soltanto la ristretta cerchia dei fissati tradizionalisti che non vengono mai ascoltati perché ce l’hanno con i gran sacerdoti del tempio e fustigano i mercanti che lo insozzano (devo averla già sentita da un’altra parte, questa...).

Invece no. La voglia del successo immediato, del guadagno facile, del nome sulle guide fa dare i numeri tanto agli sprovveduti che s’improvvisano maghi del fai da te, quanto alle cantine serie che si trovano a dover assicurare un lavoro ai propri dipendenti e con che l’onesto, sincero, generoso, buono ma purtroppo tradizionale vino non ci riescono più perché i grandi „buyers”, o come cavolo si chiamano i compratori delle immense partite per le grosse reti commerciali, hanno deciso che va di moda il „blended in oak barrels”, o l’assemblato in piccole botti di rovere. Che costano una barca di soldi, perciò chi non si vuol far rapinare dalle banche se li sostituisce con i „chips”, trucioli di legno che cedono sapore più in fretta... La qualità vera va a ciccia e rimane solo la competizione al ribasso costante dei costi e dei prezzi, cioè è cominciata la guerra tra poveri.

Scusatemi l’inglese, che forse non avrò nemmeno scritto correttamente, ma dopo un periodo in cui era di moda citare qualche parola francese nel mondo del vino, adesso se non butti là qualche parola in californiano (che poi è sempre l’inglese ma parlato tenendo in bocca una patata) o in australiano (con la stessa patata, ma che scotti un pochino...) ti tagliano le gambe.

Capita quindi di trovare sempre più sul mercato dei vini „scommessa”, o la va o la spacca, con un sapiente corredo pubblicitario, perché si vanno ad investire qui, anziché in vigna ed in cantina, i capitali veri. Povertà vera di cervello, ma intanto si sopravvive, quel che conta oggi in fondo è questo, poi si vedrà... Come consumatore, sono esterrefatto!

Mi è capitato di comprare spesso dei vini nuovi per assaggiarli e poter provare nuove emozioni e mi sono accorto che il più delle volte ho soltanto buttato via dei soldi, con tutta la fatica fatta per guadagnarli onestamente. Ho annotato perciò quei produttori nella lista nera, ma ne stanno spuntando altri a migliaia come funghi e allora ho provato anche a cercare di rimanere fedele a qualcuno che fino a quel momento mi aveva sempre fornito un vino di livello accettabile. Spiace rinunciare alle novità, specie per chi nel vino cerca anche qualche altro sogno oltre al profumo ed al sapore di terre nuove, ma sicuramente da solo non ci riesco, ho bisogno di aiuto. Le tanto discusse guide non me lo danno, parlano di vini stratosferici, quelli che soltanto nelle occasioni eccezionali fanno al caso di una tasca più piccola, mentre dei vini di tutti i giorni, almeno per la maggioranza della clientela che dispone di una pensione o di un salario, non se ne parla mai.

I vini delle grandi cantine, quelli prodotti a decine di milioni di bottiglie, sono tutti sotto silenzio stampa, c’è forse la paura di citarli in una rivista specializzata perché certi grandi opinionisti la deriderebbero subito, ormai quelli sono votati al culto del dio in bottiglia o da collezione e non si possono certo occupare delle necessità terrene della stragrande maggioranza dei consumatori.

Ricordo che l’amico Loris Scaffei, gruppo Antinori, uno degli uomini migliori dei vini di Toscana, con enorme passione commerciale ed esperto di viaggi per tutto il mondo, più di vent’anni fa mi confidò spassionatamente che la differenza nella qualità tra i nostri vini e quelli francesi era nella quantità di bottiglie di vini eccellenti fatti, che da noi si misurava a migliaia e in Antinori a decine di migliaia mentre i cugini d’oltralpe sugli stessi livelli ne sfornavano milioni. A noi ragazzi raccontò che all’estero, dov’era difficile trovare una decente gamma di scelta tra vini italiani, per esempio in quel periodo si accennava a Mosca, per non trovare sorprese si comprava Ruffino, con quel realismo nel riconoscere i meriti del concorrente leale che è proprio dei veri signori.

Non finirò mai di ringraziarlo per avermi riportato coi piedi per terra, Sassicaiadipendente qual ero in quel periodo (e chi non lo è mai stato, almeno una volta nella vita?), perché sono proprio le grandi cantine quelle che raggiungono tutti dappertutto e ci deve pur essere qualche benemerito giornalista che ne voglia scrivere sulle riviste specializzate del vino, almeno per orientare il normale consumatore che non mette spesso il naso in enoteca, purtroppo, ma va a fare la spesa al supermercato o all’ipermercato, dove si risparmia un po' di più. Con la tecnologia che c’è oggi si producono senz’altro dei vini competitivi nel prezzo e comunque beverini, piacevoli, tipici, per tornare a berne un pò di più senza grossi sacrifici per esempio in una grigliata in giardino, in una allegra tavolata, in una piacevole serata in campagna e sulla tavola quotidiana.

È proprio qui che dovremmo dargli delle indicazioni senza timore di venir derisi, come ho letto ultimamente con soddisfazione Franco Ziliani su Winereport in un bell’articolo sui Pinot di Santa Margherita. Ci sono anche degli altri validissimi produttori di vini della fascia economica, le cui decine di milioni di bottiglie vengono stappate festosamente sulla tavola della gran parte delle famiglie italiane, che una parolina di rispetto, almeno quella, la meriterebbero.

Possibile che dei vini delle settanta cantine italiane dai fatturati più grossi, lista pubblicata da Fuoriporta e riportata in un opuscolo trovato al Vinitaly, non si possa scrivere soltanto che dei due o tre grandissimi e basta, mentre la produzione degli altri non merita nemmeno un commento?

Per gli italiani all’estero sarebbe un valido aiuto poter leggere, in una speciale rubrica dedicata ai vini più economici, anche le informazioni e gli orientamenti utili senza quei fronzoli poetici che si dedicano ai blasonati campioni delle produzioni eccellenti, si, ma laggiù introvabili e comunque carissimi. Sarebbe anche un bel servizio, visto che specialmente all’estero girano etichette DOC che non lo sono affatto e che penalizzano gli onesti, tra cui certamente le grosse cantine che sono sempre le più sottoposte ai controlli, che esistono da molti anni e non nascono per scomparire dopo poco tempo e poi rinascere sotto un altro nome dopo aver elargito bidonate a mezzo mondo.

Sono certo che in Acquabuona ci sia la comprensione di questo problema e soprattutto ci sia chi ha la competenza necessaria ed il coraggio per poter pensare a come predisporre un servizio del genere e attendo perciò fiducioso che la campagna torni a suonare le fisarmoniche delle sue sagre per festeggiare il ritorno alla ribalta anche dei vini puliti e sinceri di più largo consumo popolare, troppo spesso dimenticati fratelli minori di un’enologia che anche grazie al loro silenzioso apporto non ha ancora perso il fiato.


Mario Crosta
(31/7/2002)

 

   

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