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Highlight di Toscana: i grandi si presentano


È successo, ancora una volta, che i tre consorzi vinicoli principe della regione abbiano organizzato - fitta fitta - una lunga kermesse settimanale per portare operatori ed addetti ai lavori, stampa in primis, a tastare ufficialmente il polso alle denominazioni nuove colorate di rosso toscano.

Ci riferiamo, è ovvio, ai Brunello di Montalcino, ai Chianti Classico e ai Nobili di Montepulciano, con il corredo e la compagnia di Rossi di Montalcino, Sant'Antimo, Chianti Classico Riserva eccetera eccetera, a comporre un quadro indubbiamente variegato e fascinoso, importante diremmo, agli occhi (naso bocca) di chi voglia annusare lo stato dell'arte della via toscana al sangiovese, grosso o piccolo esso sia.

Lo hanno fatto sfoggiando e attingendo a luoghi storici delle loro terre, quali teatri della rappresentazione il cui culmine, il cui epicentro, è localizzabile nei momenti esclusivamente dedicati alla degustazione vera e propria dei nuovi vini, con e senza i produttori: l'Ex Spedale di Santa Maria della Scala a Siena (per i Chianti Classico e riserve), il teatro Poliziano e la fortezza di Montepulciano (per i Nobili), la fortezza di Montalcino (per Brunelli e Rossi) sono ben più di semplici luoghi, sapendo essi approdare - a ben pensarci - alla consistenza dei luoghi dello spirito (pure pagani).

Una precisazione intanto va subito fatta, perché doverosa, a cappello di quelle che saranno le considerazioni sul tema nostro più caro, cioè sul giudizio complessivo della qualità percepita nei bicchieri, che naturalmente qui sotto vi forniremo - come highligth, suggestioni, approcci - e più in là nel tempo scandaglieremo alla bisogna. E cioè che mentre per Montepulciano e Montalcino possiamo ben dire che la rappresentanza dei produttori e dei vini aderenti ai rispettivi Consorzi è ampiamente esaustiva di ciò che nel territorio "si muove" (certissimamente per i Brunelli, sui Nobili invece sosteniamo - senza ombra di dubbio - che pur rappresentando le aziende aderenti solo il 60% di quelle presenti nella denominazione, esse costituiscono il top qualitativo della produzione) non così potremo sostenere per ciò che riguarda il Consorzio del Chianti Classico, il quale ci pare raggruppi una sessantina di cantine del comprensorio "lasciando fuori", si fa per dire, un buon numero di nomi a dir poco altisonanti, anzi, molto spesso caratterizzanti il territorio in senso qualitativo. I giudizi che trarremo in questo caso non potranno quindi essere presi come esaustivi.

Caliamoci ordunque nella giornata del 13 febbraio, quando il Consorzio del Chianti Classico, nella cornice fatata e ampia dell'ex spedale di Santa Maria della Scala a Siena, dirimpetto al duomo gotico e alla sua strabiliante facciata, ci ha fatto immergere a pieno titolo nella kermesse, iniziata con la presentazione dell'ultima vendemmia (2001), proseguita con la degustazione aperta alla stampa e conclusasi con la degustazione-incontro con i circa sessanta produttori, presenti in bella evidenza nella capiente sala attigua agli spazi degustativi "professionali". In scena sono andati i Chianti Classico 2000 e i Chianti Classico Riserva 1999, oltre a molti Chianti Classico 1999 e ad alcune riserve 1998 e 1997 che diverse aziende, per scelta o perché - forse - l'anno precedente quei vini non erano ancora pronti, hanno voluto riproporre all'attenzione degli astanti.

Sotto le volte affrescate dai maestri del '300 toscano erano stati organizzati due spazi ben distinti: il primo dedicato al "contatto" diretto con i produttori con i consueti banchi d'assaggio e l'altro realizzato per consentire degustazioni in sequenza eventualmente alla cieca (bravi e pazienti i sommelier che servivano i vini prescelti). E mentre eravamo alle prese con le nostre batterie di assaggi (rigorosamente alla cieca) ci scorreva davanti agli occhi il viavai ai tavolini: Gigi Brozzoni (Veronelli) assaggia, se ne va, torna, riassaggia, sempre con un'aria fra il pensoso e il malinconico. Masnaghetti (Espresso) si accuccia vicino al tavolino e istruisce i suoi "boys"; Ernesto Gentili e Leonardo Romanelli (Gambero Rosso) fanno l'essenziale, in attesa delle sessioni dedicate alla Guida. Il nostro amico Gianpaolo Giacomelli, infaticabile organizzatore di eventi enogastronomici nel suo Mulino del Cibus di Castelnuovo Magra, "tira la carretta" con il fazzoletto sopra la tastiera del portatile. Daniel Thomases (Veronelli) latita, estroverso com'è preferisce chiacchierare e scherzare coi produttori. Invece si fa vedere Daniele Cernilli, che si ferma sulla soglia ad osservare la scena con un sorriso bonario, quasi benedicente, ed è in quel momento che ci viene pensare: non può essere che lui il "Papa del vino"!

Ma entrando a bomba nel tema diciamo che, d'impatto, alla luce dei nostri 40 assaggi di Chianti Classico 2000, ci è parso di notare una mano meno pesante sull'acceleratore delle meraviglie cromatiche e sensoriali a tutti i costi, da intendersi qui come quel malcelato compiacimento, notato per esempio nei vini dell'annata 1999, a stupire con effetti speciali, che ha avuto quale effetto primario quello di ricondurre - con piacere - molti di quei vini nell'alveo di una più consona loro riconoscibilità territoriale, con poche ridondanze e fuori registro, nel solco, o nello specchio, di un'annata che non ci pare costellata di grandissimi campioni ma che da par suo sa offrire al mercato una gamma di Chianti che uniscono pur sempre il fascino e la complessità indiscussi della matrice sangiovesista al piacere del bere quotidiano.

Tra gli highlight della rassegna, eccellente (inarrivabile per molti) la bontà del Chianti Classico 2000 di Poggiopiano dei F.lli Bartoli, quasi un salutare, energetico segnale di continuità per quello che è stato uno dei migliori esemplari anche nell'annata 1999 (e ad un ottimo prezzo per di più); in grande crescita lo standard e la comunicabilità dei vini di Marco Firidolfi Ricasoli e della sua Rocca di Montegrossi - c'è frutto oltre al rigoroso e aristocratico tannino montigiano -; piacevole la sorpresa suscitata dalle case vinicole - tanto vituperate - che pare abbiano tutti i mezzi e le risorse, bicchiere alla mano, per spuntare risultati qualitativamente degni di tal nome: la Madonnina di Triacca con il Chianti Bello Stento 2000, uno dei "nasi" più sfaccettati e intriganti della giornata, ed una beva tesa, saporita, compatta. E poi gli Agricoltori del Geografico con il Chianti Contessa di Radda 2000 - raffinato e gentile, da berne un secchio - e Cecchi - capace, estrosa e continua nella linea alta della sua produzione - con il Messer Pietro da Teuzzo.

Affidabile come sempre, con una decisa, probabilmente cercata, e non stancante personalità "internazionale", il Chianti 2000 di Castello di Fonterutoli; qualche patema in più del solito per il Chianti 2000 di Nittardi; standard significativo, peraltro su tutta la gamma, quello espresso da Rocca di Castagnoli, affiancata nell'intento da Villa Cafaggio di Stefano Farkas; finalmente un buon Chianti da parte di Villa Calcinaia così come buone nuove ci arrivano dalle parti di Borgo Salcetino, l'azienda gestita dai friulani Livon.

Riguardo alle Riserve 1999 (circa una trentina in rassegna) i livelli di eccellenza stanno dalle parti (piacevoli conferme) di Carobbio e Colombaio di Cencio mentre sorprese inattese dimorano al Castello di Lucignano, a Montemaggio (a sentire pare comunque un vino destinato praticamente tutto all'estero), ai Castelli del Grevepesa (sì, proprio loro) dove Gabriella Tani sta svolgendo un accurato lavoro di restyling insieme alla consapevolezza tutta, accresciuta, della casa.

Bel livello per San Felice, un po' più efficace (se non altro in fatto di personalità) con la Riserva Il Grigio che non con la Riserva Poggio Rosso, ottima impressione per Il Mandorlo ed il suo Rotone; in attesa di amalgama, fusione e maggiore compiacimento (sono sulla strada comunque) le riserve di Castellare, de La Sala e di San Donatino - Poggio ai Mori.

Bella la beva e la godibilità delle riserve 1998, a sottolineare il fatto che quell'annata a ben cercare non è stata poi così malvagia e avara di emozioni. Tra le altre segnaliamo la Riserva O'Leandro 1998 di Cennatoio, una Riserva 1998 di grande impatto da parte di Casaloste e, per la sua consueta aristocrazia nei profumi più che per lo spessore in bocca, la Riserva Fontalle 1998 di Machiavelli.

***

Invece, trasferitici tra le alture e gli spazi verdi poliziani, il giorno 14 febbraio, ignari della festività san valentiniana, eccoci ai nastri di partenza per affrontare spavaldi la kermesse organizzata dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano: protagonista nuovo e assoluto il Vino Nobile di Montepulciano 1999.

Ventisette i campioni di vino per altrettante cantine, in bella fila disposti sui tavoli allestiti nella platea di quel teatro-chioccia settecentesco che risponde al nome di Poliziano, in pieno centro storico di Montepulciano (a proposito, quella mattina serena e fredda di Febbraio ha riservato agli occhi e ai cuori di chi vuol sentire una solitaria e pochissimo trafficata piazza del duomo: ci è apparsa in quell'aura - caso mai ce ne fosse stato bisogno - quietamente mitica ed evocativa, di dignitosa, affascinante forza espressiva, tal da valere il viaggio ed il probabile ritorno).
Ebbene, un appuntino da fare alla premurosa organizzazione è quello di aver concentrato nelle stesse ore, in luoghi differenti, la degustazione professionale, deputata ai soli Nobili 1999, e quella con i produttori, ai cui tavoli era assai frequente incontrare gli altri vini, tra cui svariati supertuscans.

Essendo limitato il tempo a disposizione per la degustazione non è stato affatto agevole il salutare confronto con i produttori se non durante la pausa pranzo, dove le papille assuefatte dai manicaretti e dalle sfiziosità di pura tradizione toscana erano ormai poco inclini alla ponderazione e alla meditazione del gusto. Giustamente però, a parziale discolpa, il Consorzio ha puntato a favorire la conoscenza del territorio destinando un pomeriggio intero, ad operatori e stampa, da dedicarsi alla conoscenza sul campo, diretta, delle aziende aderenti all'iniziativa e dei vigneti. Alla luce dei fatti e delle esperienze di un giorno dobbiamo confermare che niente è più ripagante di un rapporto stretto, sincero, partecipato con gli uomini e le donne di vigna. Più in là vi racconteremo anche di questo, dedicando parole e commenti a ciò che abbiamo visto a Salcheto, in compagnia della simpatica Cecilia Naldoni, e alla Tenuta Valdipiatta, ospitati dalla gentilissima famiglia Caporali.

Venendo agli highlight, beh, certamente non è stata facilissima la degustazione dei ventisette campioni, caratterizzati in questa fase evolutiva, ben più che non nei Chianti di pari annata, da cariche tanniche evidenti e a volte aggressive, da colori marcati, da corpi evidenti e caldissimi, da bocche piene e spesse, ridondanti polifenoli, a volte un po' carenti di brio acido.

Detto questo, sebbene a primo impatto l'annata 1998 ci sia sembrata assai superiore, non mancano i vini assolutamente da non perdere come ad esempio il Salco 1999 di Salcheto, il Nobile 1999 di Villa Sant'Anna (realtà in cui la componente femminile è preponderante) o il Nobile de La Braccesca della famiglia Antinori.

Buon livello senza dubbio quello di Valdipiatta (assai più comunicativo ed estroverso nella maturazione tannica che non nel recente passato) e buone conferme quelle di Fassati e Bindella.

In evidente ascesa gli standard de La Ciarliana e de Le Casalte; affidabile - anche se non eccellente come suo solito - ci è parso il Nobile 1999 di Avignonesi, così come rigoroso e preciso quello di Canneto. Un po' sotto le aspettative, in attesa comunque di completa fusione e chiarezza, abbiamo trovato i nobili 1999 di Poliziano e Boscarelli, così come quello della Fattoria del Cerro. Su livelli di buona comunicabilità i vini di Massimo Romeo, Lodola Nuova e Palazzo Vecchio, senza mirabilia.

***

Infine, last but not least, eccoci a Montalcino e alla sua fortezza, allestita alla bisogna da parte del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino con una grande tenso-struttura che ha ospitato, capiente per la verità, gli spazi per i produttori, quelli per il buffet (giustamente a base di piatti e pietanze fredde, quindi inodori) e quelli per i giornalisti.

Grande attesa da parte di wine writers e critici enologici di ogni dove, per quella che da più parti è stata dipinta come una delle annate del secolo per la denominazione: il 1997. Di Riserve 1996 infatti neanche l'ombra, quindi riflettori puntati sui Brunello 1997 e sui Rossi 2000. Da par nostro abbiamo voluto rendere esaustiva la vetrina più blasonata, quella dei Brunello, con assaggi meditati e condotti alla cieca su circa 85 campioni dei 107 presenti. Il quadro che ne è stato tratto è quanto meno lusinghiero, anche se a far la parte del leone si sono confermati praticamente gli stessi.

Insomma, l'abbiamo vista così: un nucleo massiccio di buoni Brunello, non particolarmente eccelsi, a costituire la media che i favori dell'annata hanno elevato leggermente; poi un buon numero di Brunello per la verità assai discutibili, infine - finalmente - le vette, i vertici, appannaggio di chi negli ultimi anni ha dimostrato capacità e caparbietà di estri e di chi, vecchio marpione del mondo Brunello, ha ben approfittato delle grazie dell'annata per sfoderare calibri alla sua maniera.

Detto questo, inarrivabili e intensi abbiamo trovato Lambardi e Siro Pacenti, la Val di Suga del Vigna Spuntali e il Poggio di Sotto di Roberto Palmucci, grande il nuovo Brunello della Tenuta Oliveto di Aldemaro Machetti (quella del Roccolo) anche se, per la verità e purtroppo, semi-invisibile, da che ne usciranno non più di 2000 bottiglie sul mercato; eccellenti La Casa di Caparzo, Tenuta Nuova di Casanova di Neri, Piancornello del giovane Claudio Monaci, La Togata e La Fortuna, Salvioni ed il suo peculiare Cerbaiola; buoni, con possibilità di salire la graduatoria, abbiamo visto Baldassarre Fanti con il suo Tenuta San Filippo, la giovane Tenuta Vitanza e la giovanissima realtà Podere La Vigna, molto affidabili ci sono apparsi Castello Romitorio e La Torre, Il Poggione e Tenuta di Sesta, Mocali e Collosorbo (quest'ultimo da rimirare con viva attenzione), La Rasina e Pacenti & Ripaccioli.
Tra quelli da non dimenticare, e noi non lo faremo, La Fiorita, Col D'Orcia, la Banfi del Poggio alle Mura, La Serena, La Palazzetta, Silvio Nardi, La Gerla, La Lecciaia e Tenuta Palazzo.

Luca Bonci
Riccardo Farchioni
Fernando Pardini
(2/3/2002)

 

   

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