Incontrare Veronelli (II):
adesso parliamo di vino!

 
 

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In archivio

Chaise Longue con Luigi Veronelli e Roberto Scopo: olio, vino e...

Prosegue qui il nostro racconto dell’incontro con Veronelli a villa La Bianca di Camaiore. Ancora qualcoso da dire sull’olio, prima di tornare al primo bacchico amore…

RS: Ricordiamoci anche che il comparto campagna è stato abbandonato e che quindi molta della produzione olivicola è in stato di abbandono. Ricordiamoci com’era la vite 50 anni fa. Prima quindi bisogna intervenire in campagna dando equilibrio alla pianta. E questo può essere remunerativo, perche la vite dura 50-100 anni al massimo, mentre l’olivo, anche se è in stato di abbandono da 50 anni, una volta rimesso in equilibrio dà sempre, sempre di più, per trecento, quattrocento anni! Bisogna andare a salvare il nostro patrimonio.

LV: Roberto, racconta l’iniziativa che abbiamo tentato, fino’ora senza riuscirci, con Peligio e Muccioli. Lui [Roberto Scopo] ha fatto un’esperienza sul lago di Garda per cui olivi secolari, di quattrocento anni, che non producevano più da anni, lavorando le radici e tutto, sono tornati a produrre.

RS: Cosa è successo? Questa pianta di 400 anni, presa slubbata…, che cosa vuol dire? Avete in mente un dente cariato? Ebbene, sradicata e toltagli la carie, ossia la parte marcia dell’apparato radicale, in tre quattro anni è ripartita e oggi fa quaranta chili di olive eccezionali. Certo si dice “non è remunerativo”, ma il contadino non ascoltiamolo più perché altrimenti si fa il vino come 50 anni fa. Ma anche questo non basta, perché il contadino non ha neanche più il figlio che pota, ormai non lo si sa più fare. E allora c’è da ripartire, dalla cura in campagna, dal recupero degli oliveti, e formare di nuovo contadini in grado di coltivare e produrre olio di qualità. In questo senso è meritevole un’iniziativa di Andrea Muccioli che, avendo ricevuto in dono un terreno nella zona di Castagneto Carducci, ha pensato prima di farci il vino e poi, sotto nostro suggerimento, ha mantenuto gli oliveti e sta dando la possibilità ai suoi ragazzi di ritrovare un lavoro imparando a potare gli olivi. Quindi, cura della campagna, trasformazione con tecniche moderne, selezione delle cultivar e in due tre anni ecco che partirà la meravigliosa avventura dell’olio italiano!

LV: Scusa, però hai dimenticato l’aspetto più affascinante: noi abbiamo suggerito a Peligio e a Muccioli di salvare gli oliveti storici. Se voi conoscete Sirmione, saprete che l’oliveto che è sulla punta della penisola è l’oliveto di Catullo! Mille olivi millenari abbandonati, che non producono da anni. E in Italia ci sono mille situazioni di questo genere.

VR: La realtà di ora comunque è quella degli anni 50 del vino, ci sono solo pochi grandi produttori. E quindi il fatto che qualcuno faccia dell’olio a 70-80.000 lire alla bottiglia serve ora come una volta serviva Giacomo Bologna, serviva Gaja, serviva Sassicaia, a fare alzare la qualità. Quando questa si sarà alzata allora la gente dirà: accidenti ma questi sono altri olii! Mi veniva in mente che in una tua [rivolto a Veronelli] rivista dell’85-86, su Etichetta, in una intervista con Giovannella Stianti, la proprietaria di Volpaia, lei ricordava che nell’800 in Toscana il costo del filetto di manzo era uguale a quello di un litro d’olio. E giustamente diceva, se oggi il filetto mi costa 30-35.000 lire anche nella grande distribuzione e l’olio ne costa 10.000, c’è qualcosa che non funziona. Ed era un discorso giusto che avevi già affrontato 15 anni fa.

RS: Un discorso simile l’ho fatto con dei contadini anziani, che mi dicevano che loro guadagnavano dieci lire al giorno e un litro di vino, “quello bono!” costava una lira, mentre un litro d’olio andava sulle 5 lire! E oggi la proporzione è completamente rovesciata!

VR: Ma forse perché veramente coll’olio siamo agli anni 50...

LV: No, no, qui c’è di peggio. Negli anni cinquanta c’erano cinque grandi aziende italiane che controllavano il mercato del vino, in cui c’era quantomeno un legame storico e affettivo alla terra. Nel campo dell’olio invece oggi tu combatti con le più potenti multinazionali, con la Monsanto, con la Nestlé, quindi con rischi reali. Con una grossa forza legislativa. Per ogni nostra mossa loro riescono sempre, a livello europeo magari, a vanificarla. Io sono convinto che la questione delle DeCo, che dà al sindaco la funzione di notaio, finalmente ci assicurerà della provenienza di un prodotto. Certo ci saranno vantaggi e svantaggi, ma i produttori migliori riusciranno a trarre vantaggio da una situazione del genere. Ieri sera, al ristorante l’Oca Bianca è stato molto bello, perché ci hanno servito un’orata col lardo e hanno tenuto a dire che non era lardo di Colonnata, ma lardo di Camaiore. Camaiore è in grado di fare grandissimi lardi, ma erano sempre stati venduti come lardo di Colonnata, ed è un errore.

VR: Volevo chiederti un’ultima cosa su questa faccenda del vino legato anche ai destini politici. Come vedi il fatto che sul vino, a livello di massa, non venga fatta un’operazione di marketing molto forte, non venga pubblicizzato troppo. Mentre per esempio la pubblicità della birra la trovi ovunque. Sul vino, parlo del vino per il consumatore di massa, si vedono solo quelle pubblicità di una tristezza infinita in cui c’è lui che apre il vino dal cartone e fa finta di stapparlo facendo il suono con la bocca... L’unico che azzarda qualcosa di diverso mi sembra sia Zonin.

LV: Ci sono otto produttori di birra, ce ne sono 60.000 di vino… la sproporzione nei fatturati è ovvia.

RS: Sai quanto costa un litro di birra? Dalle 12 alle 25 lire! E’ chiaro che se lo vendi a 5.000 hai la possibilità di farci rientrare la pubblicità senza sforzi.

VR: Sì però in questo modo, se il consumatore va al supermercato e non sa che ci sono buoni vini a prezzi ragionevoli perché non ha nessun indirizzamento pubblicitario, poi va a finire che nell’incertezza compra la birra perché ne conosce la marca.

RS: Ma vedi è anche un fatto culturale che varia da zona a zona. Per esempio si parlava della differenza tra la Versilia e la Romagna. In Romagna trovi giovani dai 20 ai 25 anni che bevono solo birra! In Versilia gli stessi giovani bevono al 70% vino.

FP: Certo è anche merito degli operatori che fanno una scelta di qualità e propongono dei prodotti abbordabili e corretti.

RS: Ma sicuramente, è tutto un meccanismo legato anche alla ristorazione, se cucini bene, abbini i vini al piatto, ecco che allora parte questo meccanismo meraviglioso. Se dai un hamburger è certo che poi bevi la birra. Ma tutto questo è compito vostro, compito di chi fa conoscere queste cose.

VR: Certo poi in Versilia ci sono state anche esperienze storiche, enoteche come Nebraska qui a Camaiore che hanno avuto un compito formativo.

GG: La divulgazione è tutto, basti pensare come è nata la cultura del vino in Versilia, un posto dove non c’è praticamente una vigna decente, o almeno non c’era, visto che ora qualcosa sta spuntando. Sono tantissimi i ristoranti con delle belle carte del vino, fino ad arrivare a cosa discutibili, di ristoranti con stupende offerte del vino, in cui magari non si mangia tanto bene. E nello stesso modo c’è da cominciare a parlare di olio. Già c’è l’idea di mettere nei corsi di terzo livello dei sommelier un capitolo che parla anche di olio come c’è quello della birra. Immaginiamoci se noi tutti, soci dell’Associazione Italiana Sommelier, siamo 18.000 in tutta italia, iniziamo ad andare nei ristoranti a parlare di olio. E comunque in questa fase è importante parlarne, anche senza troppe pretese tecniche, ma per far capire l’importanza del prodotto. E questo funziona! Per esempio dopo la manifestazione di Enolia dello scorso anno ci sono stati tre ristoranti che hanno istituito una carta dell’olio. Ancora un niente... ma è un’inizio.

RS: E si ritorna al problema per cui siamo qui. Ma come fai a fare delle carte dell’olio se sulla bottiglia non c’è neanche scritta la provenienza del prodotto?

Dopo la chiacchierata sull’olio inevitabilmente si torna sul primo amore di Veronelli. Dunque si parlerà ora di vino, sempre in un modo molto rilassato e giocoso, anche se verranno comunque fuori delle “idee forti” del pensiero veronelliano e alcuni suoi “amori”, come Gino Fuso Carmignani, lucchese, personaggio unico della viticultura nazionale, del cui Merlot “Merlo della Topa Nera”, prodotto in poche magnum, Veronelli ha scritto più volte in modo entusiastico. E se ne assaggerà anche, di vino: infatti avevamo portato con noi dei prodotti che ritenevamo esemplari della zona della Versilia, oltre ai vini seguiti dal nostro collaboratore Lamberto Tosi per l’Azienda Agricola Il Colle, precisamente uno Chardonnay e un Merlot.

FP: Bene, però prima di salutarci noi ti abbiamo portato, non conoscendoli, dei vini. Tu ci avevi detto che ti sarebbe piaciuto assaggiare dei vini contandi versiliesi e così...
 
LV: Ah che bello! Ce li beviamo!

Iniziamo coi vini dell'azienda Il Colle.

LT: Si conosce Montecarlo, si conoscono le Colline Lucchesi: questa è un’azienda della zona di Porcari che mi ha chiamato e mi ha proposto una collaborazione. Loro facevano dei vini in cisterna e io ho detto detto: “no, iniziamo un discorso per la qualità, un discorso sulla valorizzazione dei vitigni che già avete”, perché loro hanno chardonnay, sauvignon, merlot. Questo merlot, che è dell’azienda, secondo me potenzialmente è buono
 
GG: Dove si trova esattamente?

LT: Nella collina di Porcari, la parte che vede Montecarlo, ma non è a Montecarlo.
 
GG: Loro sono della zona di Lucca.
 
LT: Sono milanesi (tanto per cambiare!), comunque sono vent’anni che stanno lì. E lavorano la vigna, vanno sui trattori, fanno i trattamenti e lavorano in cantina..
 
FP: Hanno una cantina pulitissima, vasi vinari perfetti, delle infrastrutture che nella zona della lucchesia è ben difficile trovare. La base operativa, diciamo così, c’è.
 
LV: Io torno il 29 [Aprile], se ci andiamo per me va benissimo.

Si assaggia lo Chardonnay.

LV: Qui, caro mio, non è solo la materia buona, è buono il vino...

FP: Secondo me è il miglior vino che fa lui, adesso... ha delle basi molto buone.

LV: Il giorno che arrivi alla elaborazione in barrique ti fa un salto decisivo.

LT: Lo so, bisogna che ci arriviamo, bisogna anche entrare in azienda ed seguire questa evoluzione.
 
LV: È chiaro... già adesso è un bel vino con una materia...

LT: Sì, la materia c’è.

LV: Mi dai le coordinate?
 
LT: La conosce bene anche Gino...

LV: Gino... Fuso?

LT: Certo, io ho lavorato con lui... una volta siamo stati una giornata sul suo Merlot. È veramente un personaggio, quest’estate mi chiamava continuamente per controllare, e io andavo di corsa, avanti e indietro
 
FP: [rivolto a Veronelli] Ma il suo Merlot ti è piaciuto allora?

CV: Ma di questo ne hai parlato e sul Corriere e su Ex-Vinis... della “Topa Nera”.

LV: Sì, solo lui poteva usare un nome simile!

LT: A proposito, poi c’è anche questo Merlot, che è una roba... tutti cloni francesi, 3309 è il portinnesto, ed è venuto un vino da 14.2 gradi, con una grande struttura tannica.
 
LV: [Rivolto ai distratti] Vogliamo assaggiare un Merlot della lucchesia che ha 14 gradi e rotti...!

FP: Questo è un Merlot fatto in acciaio, senza elaborazione in legno, per dire, la materia prima...
 
LV: Ieri sera a cena la discussione era proprio sulla alcolicità (troppa, secondo alcuni) dei vini del Collio: è la grande fortuna, è l’immensa fortuna, perché con una alcolicità naturale poi fai quello che vuoi. E il pubblico, i giovani, oggi, chiedono anche la consistenza.

LT: Lo sai che io quando l’ho fermentato, ho dato un campione alle analisi, quando mi hanno dato i risultati ho detto: hanno sbagliato. A Porcari un vino da 14 gradi?! Sono andato a litigare con il laboratorio di analisi! [Veronelli ride]. “È proprio così, non è che le abbiamo sbagliate”, mi hanno risposto. L’ho portato anche nei Laboratori di Colle Val D’Elsa. È stata una sorpresa!
Nel frattempo serviamo e assaggiamo un altro vino

LB: Questo qui è un Vermentino di Montignoso.

LV: Aaah... Pensa che io sono nato a Milano da mamma ligure, che si è divisa subito da mio padre e che per tredici anni ha vissuto in un vigneto di vermentino a Pinalbuono.
 
LB: “Vissuta in un vigneto” da proprio l’idea...

RF: Ecco, io avrei una curiosità da chiederti: tu per tanti anni hai combattuto la battaglia, quasi solitario, per il vino di qualità in Italia. Adesso sembra, perlomeno a sentire, che ci siamo arrivati....

LV: ... più o meno.

RF: Ecco, ci siamo arrivati nel modo che pensavi tu? ci sono degli scompensi? Perché c’è anche molta polemica, non è che pacificamente adesso facciamo il vino come i francesi, o di grande qualità: ci sono polemiche anche molto accese. È stato tutto come tu volevi, c’è bisogno ancora di qualche aggiustamento, siamo fuori strada?

LV: No, io trovo che siamo su una strada bellissima, soprattutto per i vini rossi. Non so se tu hai letto Robert Parker, un uomo che ha ancora cinquantadue anni ma è fantastico, l’unico americano forse ad essere fantastico... Lui ha dichiarato, sconvolgendo i francesi, che ormai i vini italiani rossi hanno superato per qualità, per capacità di proposta e via dicendo, i vini di Francia. Lo ha dichiarato con estrema chiarezza; lui non è che abbia mai amato i vini borgognoni, amava di più i vini di Bordeaux, però in questo momento, dice, l’Italia è in grado di dare vini così complessi, così nuovi… anche perché il mondo si evolve. Quindi tu vedrai, nel campo dei vini rossi… memorizza questo assaggio del vino della Banditella, mi attendo dei vini sconvolgenti. Quindi siamo su una grande strada. Siamo ancora un po’ distanti nei bianchi, sa Iddio perché... anche se devo dire che venerdì sera ho avuto a casa mia Claudio Gori con la moglie Cristina Parodi, perché voleva comunicarmi che aveva lasciato Canale 5 (anche se era già uscito sui giornali), e con un regista televisivo che insegna Scienze della Promozione a Padova. Voleva un po’ stupire, m’ha detto che lascia il suo padrone e poi apre questa casa di produzione televisiva con due altri. Mi ha detto “andiamo in cantina, sarò molto contento”: io passo davanti ad uno dei box e vedo del Tocai Friulano 1983. Io, e non sai quanto si può sbagliare, scrivevo allora: “coglilo in prima giovinezza, amalo subito...”. Gli faccio vedere come anche un Veronelli può commettere errori. E poi c’era un Montrachet che mi aveva portato Angelo Gaja che ne è l’importatore. E allora è stato preferito l’83 di Mario Schiopetto... una cosa! Siamo rimasti sbalorditi. Ma lì c’era già il vignaiolo, capisci? Lui era cosciente che il vino doveva essere fatto con grande cura. Se tu ad un vino dai una grande cura, e cerchi di non di sbagliare i gesti, anche se lavori senza una grande tecnica arrivi a dei bei vini. Invece [degustando…] questo Vermentino probabilmente è d’impianto piuttosto giovane con una produzione per ettaro temo piuttosto alta, è poco concentrato...

FP: Diciamo che è proprio diluito.

LB: Comunque lì vicino ne fanno di buoni.

Si assaggia il Merlot dell’Azienda Agricola Il Colle.
 
LV: Un Merlot di 14 gradi e due. Pensa un po’.

LT: È molto giovane. Viene da impianti nuovi, 5000 ceppi per ettaro; la produzione era non eccessiva, ma io ho fatto comunque una scelta dei grappoli perché le piante non li potevano sopportare, sono molto giovani, ho preferito far produrre ancora di meno e infatti mi hanno dato un buon risultato. È il primo tentativo, il primo prodotto della vite.

LV: È incredibile...

LT: Questo per me è una sorpresa...

LV: ... Per me ancora di più dello Chardonnay. Signori: quell’enologo che ho citato nel mio testo, che il mio giovane allievo [rivolgendosi a RS] ha citato malissimo, è Andrej Tchelistcheff, famoso: nasce nel ‘900, è figlio di una famiglia che è al servizio degli zar, quindi principe, mongolo; alla rivoluzione d’Ottobre la famiglia fugge da Mosca, si rifugia in Germania e si stabilisce, per fortuna dell’enologia mondiale, a Dresda che ha la scuola più alta d’Europa. E Andrej va a scuola: in due anni batte tutti. I francesi se ne accorgono subito, lo chiamano in Champagne. Lui è un principe ma anche un uomo libero, e quando arrivano i nazisti in Francia non vuole collaborare, va in California e crea una grande azienda. Lui quando incontrava un grande vino nuovo che lo emozionava molto, scattava in piedi, da piccolino con il suo viso da piccolo aristocratico mongolo, e si inginocchiava. Io vorrei farlo ma...

LT No, no ....

CV Era più magro e più piccolo!

LV: Che buono signori che è questo merlot! 2000, di Porcari? Madonna che buono...

RF: Un bel frutto, molto ben espresso...

LB: Noi abbiamo assaggiato i vini dell’anno scorso, quando Lamberto era appena arrivato in azienda, e sentivamo che c’era qualcosa dietro, ma ora…

LT: Viene da un vigneto nuovo, io mi aspetto qualcosa di più nei prossimi anni...

FP: Che consigli puoi dare per il futuro di questo vino: il legno, tentare il rovere?

LV: Ha la necessità di essere portato a completamento. Tutto è in eccesso, ha bisogno di essere equilibrato e diventerà ancora più completo, i tannini verrano resi più delicati, più eleganti. Questo è un grande vino. Anche lo Chardonnay è un bel vino, che ti crescerà bene in mano. Quanti gradi ha?

LT: 13,5

LV: Tu sappi che ormai il mercato non considererà mai più un vino grande se non ha 13 gradi e mezzo. La mia polemica con i francesi è se hai tredici gradi e mezzo naturali, non di botte!

LT: Guarda io veramente, ti dicevo prima, sono rimasto sconvolto perché quando ho mandato il vino all’analisi era 14.2 gradi. Che? Che avete fatto?? Quello che è bello di questo vino qui è che non te ne accorgi, ha una struttura notevole.

CV: Non ha avuto niente, è “fruttuoso” naturale.

LV: Giustamente Christiane dice che è molto “fruttuoso”.

GG: Si sente la tipicità.

CV: Acquisirebbe in barrique, penso, autorevolezza... adesso è splendido.

LT: Purtroppo i proprietari non hanno ancora la capacità di gestire la barrique. Ci stiamo lavorando, sto facendo delle prove, però dobbiamo acquisire la capacità tecnica.

LV: Beh, un grande Merlot! [rivolto a Girlanda] Puoi dire a Gino [Fuso] che l’ho assaggiato a Viareggio.

LT: No, no! Mi manda via, mi manda via subito!!
Veronelli esplode in una risata fragorosa.

GG: Io non gli dico che è tuo!

LT: Se gli dici che è di Lucca lo capisce subito!

FP: Ora ce n’è qualcun altro, quindi forse non lo scopre....

LT: Lo scopre subito e mi dice “Vai via, mi hai tradito...!” Lui ha davvero una gestione ottima [del vigneto]. Io ho imparato molto da Gino.

LV: Matto com’è...

CV: Matto ma geniale...

LT: Per il vino è geniale. Matto nel senso che è geniale.

LB: Ti posso servire “lo svizzero” così confrontiamo subito?

LV: Abbiamo sbagliato tutto, noi dovevamo cominciare dai più “innocenti”.

VR: Sai cosa, che per noi erano vini nuovi, anche per noi erano delle sorprese, era difficile capire...

LV: Pensa, io mai avrei immaginato, mai!, di poter bere dei vini così importanti e così... Mai!

LB: Facciamo un confrontino, Lamberto?

LT: Qui c’è la barrique!

VR: No, questo vino non ha caratteristiche simili al suo. Questo qui è un sangiovese, merlot, una punta di cabernet fatto tutto sul mare, perché le vigne guardano il mare, passato per dieci mesi nelle barrique. Quindi c’è qualche affinità ma c’è anche molte differenze.

LV: Questo è già elegante. Di che anno è?

VR: ’99. Il comune è Strettoia, dal centro di Pietrasanta ci saranno dieci minuti.

FP: Ed è tutto diverso da Pietrasanta, perché è collinare.

LV: Io ho le note prese negli anni ’60 dove c’era un produttore di nome Marchi, di queste parti. Questo vino di strettoia è buono, serio, corretto, elegante, bell’equilibrio...

Si accenna al fatto che il vino è dichiarato biologico.

LV: Sul biologico è tutta una lunga discussione. Tutti i vini devono essere biologici capisci? Però biologico cosa vuole dire?

RS: Tutta l’alimentazione dovrebbe essere biologica.

LV: Perché qui veramente dovrebbe esserci una autorità sanitaria che possa intervenire. Perché nel momento in cui questi olivi sono ammalati e devono arrivare ad essere recisi o curati, smettono di essere biologici perché devono essere curati? Devono essere curati, quindi devono essere sottoposti al controllo della cura. Tuo figlio, facciamo il caso... tu sei sposato, hai figli?... Ecco, mia figlia, la mia prima, appena nata era tubercolotica e quindi abbiamo dovuto intervenire con le medicine. Mia figlia non è più ...[accennando una risata] ... biologica perché è stata curata? Ma siamo matti? Quindi è chiaro che deve essere proibito nella maniera più rabbiosa ogni sostentamento chimico, ma non la cura. La cura deve essere concessa.

VR: Il discorso è probabilmente che il biologico dovrebbe servire per dare un sostentamento naturale alla vite, è chiaro, con risultati più a lungo termine, come del resto è naturale...

RS: Il marchio del biologico lo hanno fatto la Unilever e le multinazionali e non può essere la salvaguardia della campagna, questo è quanto. Perché per tutta l’alimentazione naturale, dal coniglio alla gallina, quella che ha il suo percorso da fare, ci vogliono i suoi tempi. Oggi noi mangiamo cibo che quaranta giorni prima era pulcino, e questo ti dice il marchio di garanzia di tutto questo.

LB: Dobbiamo uscire dalla Comunità Europea...

RS: Quella sarebbe la cosa più bella, ma poi dove andiamo a finire? Ci attacchiamo alla Tunisia, all’Albania?

VR: Oggi passa come vino particolarissimo un vino che è semplicemente fatto con criteri naturali. Leggevo delle battaglie passate dei viticultori per le pratiche che bene o male andavano contro i grandi interessi. È chiaro quelli lì sicuramente non erano produttori che usavano degli accorgimenti per fare delle grandi quantità, avevano il loro tempo ed è questo che poi probabilmente qualcuno cerca di rifare oggi col discorso biologico. 

LV: Hai ragione. Tutto quello che è biologico a me interessa. Ma devo dirti che secondo me in tutta l’agricoltura, ma non parliamo solo di vino, dal carciofo al pomodoro, qualsiasi cosa, devono essere permessi interventi controllati, controllabili, denunciabili. Se il Sassicaia deve fare quattordici travasi, mettiamo il caso, non deve farli perché sono quattordici stress del vino? No, li fa! Per me, e questo è uno dei sogni e mi piacerebbe trovare un modo tra noi giornalisti per scriverne, l’etichetta deve raccontare tutto. Io mi sogno una retroetichetta in cui il produttore racconti per filo e per segno quello che è successo. Non è che io rinuncio a bere il Sassicaia perché ha avuto 14 trattamenti, è che se ha avuto 14 trattamenti, è stato necessario un intervento non biologico, lo scrivi! “Ho dovuto utilizzare questa procedura per questo motivo...” mi va benissimo!

VR: Circa il discorso di quello che certi produttori scrivono dietro le etichette: il fatto di scrivere tutti i vari passaggi che il vino ha subito, secondo me, dà sempre un’idea del pregio di quel vino, di quanto il produttore è attento. Io per esempio mi ricordo le etichette di Tasca d’Almerita, nello Chardonnay...

LV: Che grande produttore!

RS: Le prime etichette di Ca’ del Bosco... ti ricordi Gino?
 
VR: Un’altra etichetta era quella lunga, come quella del Petaluma Merlot...

LV: Tchelistcheff è uno che in California esigeva dai suoi laboratori che ci fosse il racconto esatto: era stata vendemmiata il giorno tale e aveva subìto questo, questo e questo; è vero che io bevendo un vino capisco, ma è bello, ci da una capacità, una chiave di lettura.

FP: Io dirò un’altra cosa altamente poetica però che va esattamente all’opposto di questa, e un po’ ci accomuna, perché io ho avuto un’infanzia e una prima gioventù educata da quello che io chiamo il Peppino Cantarelli in minore, il mio (perché io Peppino Cantarelli non so neanche chi sia) ed è Fabio Morelli.

LV: Eh buon Dio... sì, Fabio!

FP: Sai perché te lo dico? Lui mi parlò di te quando ci andavo molto spesso da ragazzino, fino a quando ha chiuso insomma, e allora però il metodo che aveva (secondo me era un grande selezionatore, a suo modo)...

LV: No, immenso!

FP: Però il metodo non era l’etichetta che raccontava il vino ma era il suo occhio che guardava la bottiglia e lui diceva: “ora bevi questo”, ed era un un grande vino...

LV: Però lui non era un produttore, era un selezionatore. Genio e sregolatezza... questa terribile tragedia del figlio... questa bella, splendida moglie, capacissima... Quando li vedi me li abbracci perché voglio immensamente bene sia a lei che a lui.

FP: Poi, avrai avuto il libro?

LV: Trovo il libro fatto un po’ male...

FP: Anche a me non piace tanto, però, insomma.

LV: Ma lì la colpa è dell’editore, non sua... un po’ raffazzonato.

RS: [rivolgendosi a Lamberto Tosi] Scusa, mi rivolgo a un personaggio che dovrebbe essere esperto in queste cose. Se tu mi fai una nuova coltivazione in un terreno è chiaro che il terreno, se non gli crei cicli di alternanza, si indebolisce ed è più probabile che il prodotto su cui viene piantato si ammali. Allora, se io ho questo campo che mi curo perfettamente, monocoltivazione, è delicatissimo e devo stare attentissimo che non mi si ammali: se il mio vicino lo lascia abbandonato, dimmi come faccio ad essere biologico? L’olivo, la vite, quello che vuoi (prendi la mosca olearia), io sono perfetto, gli dò l’equilibrio, il vicino invece lo lascia abbandonato, il mio terreno è molto, molto più debole.

LT: Io posso intervenire sollecitato dalla domanda con il discorso che la monocultura ha molti più effetti, come dici tu, per quanto riguarda cicli brevi, per esempio pomodoro, mais. Per quanto riguarda invece l’olivo, o comunque le colture pluriennali o perenni, (l’ulivo si può dire che è quasi perenne) è vero che c’è questo fenomeno, però c’è anche il fatto che in genere nell’uliveto, specie nelle nostre zone, si fa anche coltivazione del prato sotto. Il prato è un’altra coltura, capisci, non è già più monocoltura, allora si riesce ad avere già un certo equilibrio. Infatti io personalmente, le vigne non le posso vedere lavorate, lavorate, lavorate... io sono per l’inerbimento, magari solo nella parte centrale, perché si ha un equilibrio diverso, cioè la vite non è l’unico essere vivente, c’e anche una struttura che è quella dell’erba che arriva ad un certo tipo di equilibrio. Guarda, ci sono studi svizzeri, in questo gli svizzeri sono precissimi, sul fatto che certe malattie della vite, se c’e presenza di inerbimento controllato (non è che bisogna lasciare la foresta!), si verificano molto meno, sia per quanto riguarda gli insetti che per quanto riguarda i patogeni. Perché si crea già nell’erba che cresce al disotto del vigneto, la protezione. Cioè ci sono degli insetti che già combattono gli altri insetti, quindi c’è tutto un meccanismo di controllo che rende, come dire, meno necessari certi interventi. Il discorso che facevi tu che riguarda il comportamento del vicino è giustissimo: tant’è vero che, per esempio, nella zona del livornese è stata fatta una lotta alla mosca olearia, una cosa che era stata fatta in Grecia, nell’isola di Creta: hanno messo dei sacchettini con un prodotto, un alimento, con dentro il piretro: non sono riusciti a trovar confini; la prova non aveva fine perché in un territorio come quello toscano non è che puoi dire “qui smettiamo, non c’è più ulivo.” Non c’è limite a questo tipo di prove, le fanno a Creta perché è un isola, giustamente lì c’è il mare, ma in Toscana dov’è che non trovi ulivo?

CV: In questi sacchettini cosa c’era?

LT: Dentro c’era un attrattivo per la mosca.

CV: Ah, le trappole sessuali?

LT: No, non le trappole sessuali, un alimento, lo zucchero, insieme a degli enzimi... ma non trovi dei limiti!

RS: Allora il discorso è semplicissimo: se biologico è voler lasciare nell’equilibrio di stato di abbandono, la pianta sarà felice ma non puoi renderla produttiva. Se il contesto del prodotto biologico deve essere ulivi abbandonati, questi non ti rendono come se intervieni. Allora bisogna stare attenti col discorso biologico, c’è da fare la differenza fra il naturale e quello che serve per l’equilibrio della produzione, non c’è alternativa, non può esserci, è impossibile, perché vuol dire che se uno si ammala, lo fai morire. In televisione, grazie a questa situazione del biologico ti fanno vedere la mela bella stupenda gialla. Non è biologica quella lì, quella lì è dell’industria. Il biologico è la mela tutta bruttina, e dici: questa costa di più ma è più buona... vai a convincerlo tu il consumatore finale!

Si torna a parlare del Merlot.

LV: Mi viene in mente di dire a Gino [Fuso]: “Gino, io ti invito a Bergamo a bere un Merlot fatto vicino a te” [ride]

LT: Lo fai morire se gli dici così!

Stiamo veramente per togliere il disturbo, ma uno di noi, Vincenzo Ramponi, è appassionato di whisky e ha portato due vecchie bottiglie selezionate da Veronelli per mostrargliele.

CV: Ma chi ha tutto questo “Black Edition”, chi possiede queste bottiglie di whisky? È uno degli ultimi ad averle queste bottiglie... sono rare e costose!

LV: [a Vincenzo Ramponi] Non venderla! [la beviamo!, si leva un coro dalla sala] ... no, quando la aprirai, ovunque io possa essere, anche a Las Vegas, mi dici “Veronelli, vieni a bere...”. Io non ne ho più una bottiglia da anni... ne ho assaggiata una ieri a pranzo da Romano [famoso ristorante di Viareggio ndr], ed ero molto emozionato. Quindi aprila in un momento di grandissima gioia invitando gli amici... ma anche Veronelli!

VR: In effetti, anche riguardo a tutti gli articoli tuoi sul whisky, poi se in futuro ci sarà l’occasione di rivedersi, avevo preparato quache domanda da farti, su una cosa che ha qualche analogia con il vino, piccoli produttori, piccole distillerie che non fanno profitti perché pressate dalla grande industria, e che, come i piccoli produttori di vino in Italia, si sono ritagliati il loro spazio e nel bicchiere hanno delle cose immense, assolutamente non paragonabili, lasciamo perdere con le schifezze, ma neanche con i whisky diciamo commerciali.

LV: Credo che l’unico distillato che abbia una capacità di racconto individuale parallelo al vino, diversissimo naturalmente, è il whisky. Cognac, grappa, acqueviti, sono sempre alla fin fine ripetitive, nel whisky ogni volta che tu lo apri hai un contatto diverso, chissà perché, non si riesce a capire. Un cognac puoi benissimo dire: magnifico, splendido! O anche un cognac che non ti piace, però sempre nella stessa linea. Invece il whisky no, il whisky ogni volta è diverso, ti fa un racconto diverso... Non so, la torba, la fatica del distillatore... per esempio il marito di Gianola, Benito, che deve saltare da un alambicco a quarantatre... c’è una bella differenza. L’affetto che tu puoi dare ad un solo alambicco non è l’affetto che puoi dare a quarantatré. Io ho tentato di soddisfare quarantatré donne, e non ci sono riuscito. Non ci sono riuscito! [ridendo]



Legenda: LV=Luigi Veronelli, CV=Christiane Veronelli, RS=Roberto Scopo, GG= Gabriele Ghirlanda, LB=Luca Bonci, RF=Riccardo Farchioni, FP=Fernando Pardini, VR=Vincenzo Ramponi, LT=Lamberto Tosi


Luca Bonci
Fernando Pardini
Riccardo Farchioni
(13 Novembre 2001)

 

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