36^ Vinitaly: un primo bilancio

Anche questa 36^ edizione di Vinitaly si è conclusa. Quattromila espositori distribuiti in 60mila metri quadrati, un numero di visitatori che ha stracciato la pur considerevolissima cifra di 141mila dell'anno scorso. Era, d'altra parte, una sensazione che si percepiva già durante la manifestazione, se è vero che pressoché tutti gli espositori che abbiamo visitato ci hanno parlato di un'affluenza ai loro stand eccezionalmente alta.

Vinitaly è un appuntamento che non può essere mancato dagli osservatori di cose vinicole, questo va senz'altro ribadito. È un osservatorio troppo importante, ed è una vetrina fondamentale per le aziende espositrici: lo si vede dall'impegno che viene profuso nel comunicare il proprio lavoro, dall'entusiasmo e dalla ricerca di vie personali che attraggano l'attenzione del visitatore da parte di chi partecipa per la prima volta, superando file d'attesa che ci dicono di eccezionale lunghezza. Chi di noi ha partecipato alle ultime tre giornate (dal sabato al lunedì) può testimoniare di volti stanchi, "ma le energie tornano quando possiamo spiegare il nostro lavoro a chi è veramente interessato", è stato il concetto espresso da più di un produttore.

È chiaro che all'importanza di un ruolo sono associate sempre delle responsabilità, tutti si aspettano il meglio o perlomeno molto dall'organizzazione, le cui smagliature vengono amplificate proprio dal ruolo capitale della manifestazione. Un esempio classico, l'apocalisse di automobili sistematicamente bloccate in attesa di parcheggio sulle vie d'accesso alla Fiera, anche se va detto, a questo proposito, che sono state forse sfruttate poco dai visitatori le possibilità di parcheggiare fuori dal centro usufruendo delle navette. Particolarmente dolorosi sono stati i "paradossi burocratici" a seguito dei quali gli espositori sono stati costretti di prima mattina a file interminabili per poter entrare con il loro vini e raggiungere gli stand, cosa che ha fatto indignare più di un produttore.

Al di là di questo, qualche nota sparsa finale. Ci è sembrato positivo e funzionale il padiglione che accorpava molte delle regioni del centro-sud (Umbria, Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Sardegna), anche se come al solito a svolgere un ruolo da protagonisti sono stati sicuramente i padiglioni 37 (Toscana) e 38 (Piemonte), giganti che si fronteggiavano a formare una grande L, attraverso i quali si percepivano le differenze fra le due grandi galassie della nostra enologia. La Toscana, caratterizzata dai suoi stand spesso sontuosi e presi letteralmente d'assalto dai visitatori attratti dal
la rinomanza dei nomi e dal fascino delle sigle nobiliari. Il Piemonte, più "vignaiolo", dove l'"associazionismo" dei produttori ha ruolo fondamentale: Langa In, lo spazio del distributore Marc de Grazia e Nuove Radici (un polo che radunava produttori assai interessanti e meno celebrati di quelli di Langa In) erano tre centri d'attrazione da esplorare, avendone il tempo, con grande soddisfazione dei sensi. E poi, come al solito, lo spazio organizzato dalla Regione Piemonte dominato dal consueto color verdino e dai teneri lampioni.

Tutto ciò senza dimenticare naturalmente gli stand dei "bianchisti" d'Italia Friuli e Alto Adige radunati nello stesso spazio, i padroni di casa veneti a dividere parte dello spazio con l'Abruzzo, Lazio e Marche insieme così come Trentino e Sicilia che fino all'anno scorso occupava un padiglione evidentemente diventato troppo piccolo. Isolati Emilia Romagna, Puglia e una Lombardia veramente sfaccettata e interessante da esplorare.

Insomma, ancora un volta una Vinitaly in espansione come specchio di un'Italia enologica in pieno progresso. Un progresso che cercheremo di descrivere nelle prossime settimane.


Riccardo Farchioni
(21/4/2002)