Verticali a Montalcino. Conti Costanti: il Brunello che parla il "Matrichese"

di Fernando Pardini

"Ricordati che il vino è il tuo vino". Con questa frase - tanto semplice quanto profonda- si suggellò un incontro, venticinque anni fa: quello fra Andrea Costanti, giovanissimo rampollo di una famiglia senese che da secoli portava Montalcino nel cuore, ed il celebre enologo Vittorio Fiore, che ancor oggi continua ad essere, dei Costanti, il consulente. Di quel suggerimento Andrea ne ha fatto tesoro. Sarà che forse sentiva su di lui tutto il peso di una continuazione da caricarsi sulle spalle e che da lì a poco avrebbe dovuto partorire nuovi sviluppi; sarà che la lunga frequentazione ilcinese da parte della sua famiglia - si parla di secoli, non di anni!- non si poteva cancellare così, d'amblé, dopo tutti i gesti, le aspirazioni e i risultati; fatto sta che oggi nulla puoi rimproverare ai vini di Costanti in fatto di identità. Quei vini piacciono al suo autore, che in loro fermamente si riconosce. Perché semplicemente vi riconosce i frutti della sua terra, che è terra antica quanto speciale. E badate bene che in un mondo caleidoscopico (e camaleontico) quale quello della Montalcino vinicola di oggi, non immune da frammentazioni di stili o contaminazioni modaiole, non è risultato da poco. In effetti, è bene ricordarlo, la storia del Brunello "tocca" da tempi non sospetti la sua famiglia. Dalla seconda metà del 1800 infatti, assieme ai Santi, agli Anghirelli, ai Tamanti, i Costanti furono fra i primi produttori di vino della zona, pur non avendo mai praticato in via esclusiva il mestiere di viticoltori. Infatti il vino fu sempre il vanto e la passione di una famiglia divenuta nobile per acquisiti meriti di guerra (correva l'anno 1700 o giù di lì), famiglia che ebbe in Tito Costanti e, più recentemente, in Emilio, le figure chiave di una piccola, sentimentale storia di campagna. Il primo ebbe l'ardire, pensate un po', di presentare due vini da sole uve a bacca nera, chiamate brunello, alla fiera agraria di Siena del 1870. Di più, non pago della sprezzante audacia, si permise di proporre i due vini rispettivamente delle annate 1865 e 1869, ossia il primo nato e cresciuto con l'idea matta di resistere nel tempo, l'altro con l'intento di essere colto in prima gioventù. Un centinaio d'anni più tardi Emilio Costanti, di professione medico, guidò l'azienda ai primi imbottigliamenti (anno 1964) e ai primi riconoscimenti, fino ad arrivare al 1980, all'avvento cioé della nuova generazione, rappresentata dal giovane nipote Andrea, già avviato agli studi di geologia (poi conclusi con la laurea), che per non disperdere un affetto e un futuro decise di diventare ciò che non era e che forse allora neanche pensava di dover diventare: viticoltore. Due ettari l'estensione vitata avuta in dote. Nove ettari quella attuale. Inevitabile per Andrea appassionarsi ed immedesimarsi al nuovo mestiere, ciò che lo ha portato a ricoprire persino cariche "istituzionali" prestigiose come quella di Presidente del potente Consorzio del Brunello. Le sue vigne si trovano quasi esclusivamente sul Colle al Matrichese, se si eccettua una piccola parcella situata sulla collina di Montosoli, dalle cui uve produce un vino di fantasia chiamato Ardingo Calbello. Colle al Matrichese: geologicamente una delle emergenze più antiche della collina di Montalcino. Situata a nord della attuale denominazione d'origine, possiede tre caratteristiche peculiari: una giacitura elevata (ben oltre i 400 metri), una ventilazione costante, una grande luminosità e un suolo bellamente scistoso-galestroso, di sicura elezione.

A questi presupposti aggiungete equilibrio, misura, nessuna forzatura cantiniera atta a risolvere in densità e concentrazione ciò che il territorio non ha nelle sue corde: ecco che da lì se ne escono dei vini eleganti, seducenti e mai smaccati, dalla corrente acida infiltrante e pervasiva a sorreggerne l'impalcatura, e che risolvono spesso in una sensazione di bella naturalezza la nudità fremente e sensuale del miglior sangiovese d'altura. Infatti la zona, dalla maturazione lenta e meditata, vuole e chiede stagioni equilibrate e regolari in cui il buon tempo possa protrarsi il più a lungo possibile per garantire le perfette maturazioni. Eppoi, c'é da dire che qui si soffrono di meno le intemperanze alcoliche apportate dai millesimi torridi, con il contraltare però di dare a volte - in annate meno generose - vini fin troppo stilizzati e sottili . E' però vero che dalle situazioni estreme hai di ritorno la personalità la più individua. Con quel carattere flemmatico e rigoroso, senza sovrastrutture, i Brunello di Costanti assolvono pienamente il compito di tradurre fedelmente l'idea di territorio. Sì, sono vini che parlano la "lingua del matrichese", fatta di sottili intrecci aromatici, acidità in prima linea, raffinatezza, beva reiterata. E nel ricordarvi che si inserisce nello stesso alveo, a pieno merito, l'affidabilissimo Rosso di Montalcino, da annoverare annata via annata fra i migliori della denominazione, vi lascio con le suggestioni tratte dalla verticale di un giorno, quale esemplificazione liquida di un percorso, un percorso nel quale non è difficile scorgervi un futuro importante. Segnali decisivi in tal senso ci arrivano dallo splendido Brunello 2001 e da un Riserva 2001 di prossima uscita che si piazzerà di diritto fra i grandi del millesimo e, come se non bastasse, da un sorprendente Brunello 2003, a cui non fan difetto misura e bevibilità. Andrea Costanti, ed il Matrichese tutto, non avranno di che lamentarsi.

Brunello di Montalcino 2003

Bel timbro aromatico, pieno e balsamico, con qualche esotismo nella esposizione fruttata ma anche con l'assoluta coerenza di riproporre, sia pur figlio di una annata nient'affatto malleabile, le intriganti variazioni floreali e agrumate che tanto fanno Matrichese. C'è insomma una sincera vitalità nell'aria, ciò che crea complicità e immedesimazione. Perché in fondo ti accorgi che non viene meno l'idea di freschezza, così come ti accorgi dell'equilibrio, dell'assenza di ridondanze, della misura. E questo, a ben vedere, basta.

Brunello di Montalcino 2001

Grande seduzione aromatica, tutta in digradare armonico, di contrappunto e finezza, polposa ciliegia e ricca nudità. Gusto trascinante di rara compiutezza e garbo, non di peso ma di voluttà tutta interiore, coi tannini cesellati ed il fascino indiscreto del vino rarefatto ed elegante. Nella lunga scia balsamica si compendia la grazia sottile del vino conquistatore, il conseguimento raro dalla dolcezza melodica e dalla freschezza étonnante.

Brunello di Montalcino Riserva 2001

Il naso è ancor compresso, ritroso, ma ci avverte di già della sua futura dimensione nei pertugi intriganti fatti di mineralità, nel seducente gioco dei rimandi floreali, negli sbuffetti di tabacco e di sottobosco umido. C' é una materia più importante -come densità e spessore- che non nel mirabile quanto sincretico "base" 2001, e la compattezza tutta giovanile ci informa del tempo che ci vorrà affinché il tutto si armonizzi. Ma é in quella bocca elegiaca e raffinata, dai tannini serrati quanto finissimi, che si cela il timbro individuo della sua terra. Da lì scorgi chiaramente il futuro, e lo pensi radioso.

Brunello di Montalcino 2000

Elegante, carnoso, finanche struggente negli umori suoi di sottobosco, fa dell'ottima beva e della silhouette al contempo soffice e stilizzata le armi pacifiche per farsi desiderare, regalando sensazioni di tiepida solarità. Qua e là affiorano "verzure" aromatiche, e una certa rigidità nella diffusione e nella matrice tannica. Ma è un vino ben disegnato, in piena coerenza di stile e perdipiù figlio di una annata calda che solo il terroir particolare del Matrichese ha saputo domare nelle intemperanze alcoliche e di maturità.

Brunello di Montalcino 1999

Pieno e carnoso, dal bel battito minerale e dal frutto candido, ti rivela un lato semmai più caratteriale e terziario negli umori di carruba e petrolio. Il tutto dichiarato però con garbo e compostezza. Bocca di spessore, sapida, succosa, bella. Pur senza l'allungo della differenza si diffonde sincera e naturale, rendendosi setosa nel tratto, continua e "traditrice" alla beva.

Brunello di Montalcino 1998

Questo il vino più sofferto della degustazione, nel quale l'annata difficile si rivela senza indugi in un naso alcolico e "confetturato", senza risparmiarsi screziature vegetali e intemperanze idrocarburiche. La bocca si fa sincretica, asciutta, con la crudezza dei tratti che non riesce a scalfire più di tanto il rigore, la dignità e il portamento che gli riconosciamo. Finezza sotto tono, se solo stai agli standard alti della sua consuetudine.

Brunello di Montalcino Riserva 1997

Ancora un 1997 fra ombre e luci, sia pur figlio di un millesimo che per la Toscana molti addetti ai lavori si affrettarono ( sì, si affrettarono) a dichiarare del secolo, affermazione poi smentita dai fatti ad ogni pié sospinto. Anche a casa Costanti questa annata non ha partorito la meraviglia. Eppure ci sono i tratti seducenti di una indiscutibile personalità "brunellesca", come per esempio il tratteggio minerale del suo naso, la carnosità fruttata mai sovraesposta, le sferzate d'agrume che ne dinamizzano l'evoluzione. Però l'articolazione e la profondità gustativa non sono il suo forte. C'é flemma, c'é rigore, c'é un carattere finanche poco concessivo, poco urlato, ma c'é pure un rovere infiltrante e birichino, che asciuga il proseguio limitandone corsa ed allungo.

Brunello di Montalcino Riserva 1988

Qui il dubbio di una bottiglia non al meglio si insinua. Tant'é, ma il naso di questo Brunello non chiarisce gli intenti e latita in nitidezza, mischiando in modo non troppo armonico terra, frutto rosso e boschività autunnali dall'accento malinconico e assorto. Al palato qualche lamentela tannico-amaricante, una scia confusa e uno sprint forse troppo "pacificato" e risolto, senza la tensione delle edizioni più riuscite.

Brunello di Montalcino Riserva 1983

Beh, qui hai un vino "resistente" ed accattivante, dove la nobile alcolicità - ancora integrata - sposa emergenze tisaniche, di tartufo, foglie secche e canna da zucchero, a regalare un profilo evoluto, affascinante, nient'affatto banalizzato dal tempo. La sua bocca infatti è bocca longilinea, pura e delicata, dalla beva istintiva e dalla freschezza acida che non molla. Non puoi non dichiararla integra e tannicamente vitale. Il finale più asciutto e rigoroso ti racconta degli anni che si porta appresso. Ma nonostante questo ti urla - in silenzio come si conviene al blasone - l'appartenenza al Matrichese. Perché questo bicchiere, a ben vedere, canta ancor oggi la sua terra. Con orgoglio e sincerità la canta.

Degustazione effettuata in azienda nel febbraio 2007

Nella seconda foto Andrea Costanti

17 aprile 2007