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Fidenzio, il vino delle radici. Prima (ed amichevole) verticale completa
di Riccardo Farchioni

Tutto era pronto. Nelle cassette rosse c’era il cabernet sauvignon, in quelle gialle il merlot. Erano uve bellissime e curatissime quelle che stavano per partire, e ad attenderle all’Ornellaia c’era Tibor Gal. Sapeva che sarebbero state come al solito di grande qualità perché venivano dall’amico Fidenzio Toni, viticoltore di talento e dal palato straordinario, e rinomato soprattutto per quell’Aleatico che produceva da mosti elbani di cui erano ghiotti, per esempio, Piermario Meletti Cavallari di Podere Grattamacco e Fulvio Pierangelini da San Vincenzo.

Ma ci fu un intoppo, ci fu un ritardo, e come ogni giorno alle cinque le cantine dell’Ornellaia chiusero senza che l’uva fosse arrivata. “Rimandiamo a domani” disse qualcuno. “No, a Tibor le uve il mattino dopo non le dò. È un amico.” Fortuna volle che su quelle uve qualcuno mise il naso e le trovò molto interessanti. Furono infilate in tre barrique usate provenienti dai Teruzzi e Puthod di San Gimignano, e ne nacque il primo Fidenzio, il Fidenzio 1995: seicento bottiglie.

Eccolo uno dei racconti di Annamaria Toni Tolomei (Tolomei è il cognome del marito Elio, spalla silenziosa ma solida), guida salda del Podere San Luigi, apparentemente timida ed insicura ma che a veder bene si iscrive di diritto a quella famiglia di determinatissime donne del vino (quante ne stiamo incontrando...) che sanno esattamente quello che vogliono e hanno anche le idee chiare su come raggiungere lo scopo. Racconti che conquistano l’attenzione e che da soli bastano a sciogliere il clima in una immediata familiarità: “Pensate che non ho dormito neanche troppo bene stanotte, pensando a questo incontro...”, confessa quando ha già capito che non ha a che fare con una arcigna commissione, ma ha davanti persone interessate e curiose.

Il Fidenzio è nato così, per caso, anche se su solide basi e sicuro talento: in un territorio che aveva come unico peccato originale l’appartenere al comprensorio di Piombino, evocativo più di insediamenti industriali che di amenità campagnole. Ed anche ora, che nuovi vigneti stanno prendendo il posto dei vecchi (a regime saranno tre ettari vitati sui dieci complessivi della tenuta, con una resa che si assesta sui cinquanta quintali d’uva per ettaro), il Fidenzio nascerà lì, nella zona di San Rocco, perché il Fidenzio è un vino delle radici, perché nasce caparbiamente nella zona dove il padre di Annamaria aveva affittato i vigneti, e sarà dal 2000 finalmente un Val di Cornia DOC, perché alla fine anche la legislazione è “venuta a Canossa”.

E sotto la cura di Alberto Antonini, dalle seicento bottiglie del 1995 si è passati alle seimila del 2000, che a regime dovrebbero diventare diecimila, (alle quali vanno aggiunte le 8500 dell’altro vino aziendale, che si chiama Sangioveto ma ha un 40% di cabernet sauvignon nell’uvaggio), con un mercato centellinato ed esportazioni curate in modo “familiare”: 900 bottiglie a Ginevra perché furono i primi nel ’96 a credere nel vino; 300 in Giappone, 120 negli USA, 120 a Copenhagen...

Il Fidenzio è stato finora un vino in continua trasformazione: dalla prima annata sperimentale, ha subìto trasformazioni nell’uvaggio e sta riflettendo i cambiamenti in vigna tanto che nel 1999 manca completamente il merlot ancora indisponibile dai nuovi impianti. E a mano a mano che questi maturano e vanno a regime, la sua personalità (soprattutto pensiamo al 1999) si va allineando a quella che ci si aspetta dal territorio del livornese meridionale: possanza, grande struttura, frutto molto maturo. Caratteristiche alle quali è in parte sfuggito nelle prime annate, mostrando un volto dai tratti infantili e provvisori; quei tratti gentili che hanno i bambini, che poi perderanno con l’età adulta, e che si guardano talvolta con nostalgia nelle foto ricordo.

E una degustazione di Fidenzio possiede le caratteristiche di bellezza e di difficoltà connaturate alla realtà di un vino complesso e di forma continuamente cangiante, che tiene a lungo inchiodati offrendo riconoscimenti sempre nuovi e metamorfosi continue, e generando ad ogni “ripasso” dubbi più che certezze.

Nota a margine. Questa verticale, che si è svolta nei begli ambienti del ristorante Il Tarlo di Riotorto del giovane e appassionato Claudio Nenciai e della brava moglie ai fornelli (pesce e cacciagione sceltissimi e cucinati a dovere, tel. 0565/21058) ha costituito un evento unico, nato esclusivamente per amicizia. La si deve infatti al “contatto umano” di quell’instancabile e generoso tessitore di trame vinicole e gastronomiche che è Paolo Baracchino, avvocato da Firenze e colonna della Gola Gioconda di Leonardo Romanelli. Anche questo fa parte del mondo del vino.


“Fidenzio 1995” (cabernet sauvignon e franc 50%, merlot)

Mettiamo le virgolette perché in realtà dall’etichetta risulta essere un vino "senza nome". Del resto ha rappresentato un esperimento privato e come tale inizialmente non era stato inserito nella degustazione. A primeggiare, in un olfatto ampio, intenso ed etereo, sono le componenti minerale e balsamica. Si evidenziano poi note di frutta sotto spirito in un quadro che comunque non ci sentiremmo di definire evoluto. Al palato ha media struttura, presenta qualche tono vegetale e di rabarbaro, ma la caratteristica che colpisce maggiormente è una agilità di passo ed una sensibile progressione che lo fa terminare con un finale dolce e di discreta pastosità.

Fidenzio 1996 (stessa composizione del 1995)

Il colore mostra propensioni giovanili, esibendo anche qualche sfumatura purpurea. Il naso è bello, intenso e persistente; nei suoi toni di liquirizia, inchiostro e dalla marcata componente minerale intravvediamo inizialmente qualche propensione verso caratteri di austerità, stemperati in seconda battuta da note selvatiche, di pasta di olive, di metallo e di leggera china. Un quadro dalle larghe pennellate che alla fine tende ad amalgamarsi, ampio e delicatamente dolce. La bocca mostra analoghe sensazioni, iscritte in un ambito di corpo medio e di bella tessitura fine.

Fidenzio 1997 (50% cabernet sauvignon, 30% cabernet franc, 20% merlot)

Di colore rubino pieno e sufficientemente fitto, mostra un olfatto più ordinato ed amalgamato, meno compassato rispetto all’annata precedente ma ugualmente profondo: un frutto di dolce maturità e di maggior peso in un quadro che se da una parte conferma l'impronta minerale, inchiostrosa e balsamica, dall'altra inaugura anche una elegante componente floreale, affiancata da una spruzzata di erbe aromatiche, con una progressiva acquisizione di ordine ed ampiezza esemplari. Al palato è di nuovo vino non monumentale e conferma la precisione nell'espressione, amplificata con bella vividezza. Difetta forse di verve e dinamica, ma sfodera un finale ampio e di persistenza straordinaria.

Fidenzio 1998 (stessa composizione del 1997)

Annata di transizione, ci pare di scorgere, dove a fianco dei toni balsamici e mentolati si evidenziano esplicite note di prugna, di frutta nera concentrata e dai toni confetturati, di cassis e di cioccolato. Al naso è comunque vino piuttosto serioso, con un contenuto fruttato ormai molto esplicito ed evidenziato in primo piano. È al palato che questa annata ha decisamente cambiato marcia, sfoderando struttura, spessore, dolcezza, un velluto che ha dell’incredibile e l'estroversione della frutta nera matura. Una carenza di acidità che ci sembra di scorgere a centro bocca (annata calda) viene riscattata da un bel finale dal tannino fine e dolce.

Fidenzio 1999 (cabernet sauvignon 80%, cabernet franc)

Il colore è violaceo fittissimo. Al naso vengono confermati i toni prugnosi del 1998 che vanno inserirsi in un bel “fruttone” non esente da qualche sospetto di surmaturazione. Al palato è una vera e propria bomba di frutto vestita della cremosità di uno sciroppo, ma più composta che al naso, ossia meno propensa a ipermaturità. È questo un vino che trasuda sostanza, e che non mostra in bocca grosse evoluzioni o dinamiche perché deciso e concentrato dall’inizio alla fine.

Degustazione “a margine”

Sangioveto 1999 - Podere San Luigi

Di colore rubino fittissimo, mostra un olfatto dalla tavolozza molto ricca (note minerali, di grafite, di frutta rossa e nera matura), decisa e di grande maturità. Al palato una trama finissima e una consistenza cremosa accompagnano una toscanissima ciliegia matura. È un grande vino di territorio, dalla bella compostezza e dalle scarse propensioni all’omologazione.

Azienda Agricola "Podere San Luigi"
Loc. Campo all'Olmo, 15
57025 Piombino (LI)
www.poderesanluigi.li.it

Enoteca Aziendale
via dell'Arsenale n° 16
57025 Piombino (LI)

Degustazione effettuata il 12 Giugno 2003

7 Luglio 2003

   

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