Toh, chi si vede!? I vini versiliesi

di Fernando Pardini

Forse è un segno del destino il fatto che io, nato e cresciuto in una terra che niente ha mai concesso alla coltivazione della vite (un qualche cosa che potesse ritenersi degno di nota, intendo, in senso qualitativo e quantitativo), mi andassi ad invaghire proprio del vino e del suo mondo. Forse. D'altronde però, nei posti miei, che sono versiliesi, i fazzoletti di terra vitata sono davvero "centellinati". Se uno si impegna, riuscirà a scovarne ancora qualcuno, sporadico, sulle colline pendenti più "propizie" quali quelle che sovrastano gli abitati di Ripa o Strettoia, nei comuni di Seravezza e Pietrasanta. La loro funzione principale, nella stragrande maggioranza dei casi, è ormai quella di "oggettistica" per vanto familiare (da mostrare come si mostra un salotto) o quella di ricordare un affetto che riconduca ai padri.Tutt'al più, lo sfogo en plein air per il dopo-lavoro, tanto per dire: " questo è il mio vino, il migliore che c'é". Le pochissime bottiglie derivate da lì (da consumarsi rigorosamente a stretto giro parentelare) erano, e ancor sono, figlie legittime di vigne incerte e saperi confusi. Da loro avevi, e ancora hai, dei bianchi "buccia d'arancio", spesso "sulla vena" e in odor di metallo, molto vocati per una precoce ossidazione; oppure dei rossi color melanzana dal tatto vetroso e dal respiro breve, schiacciati da impervie ripidità tanniche e apportatori sani di ispide contrazioni mascellari, o, al contrario, vacui e acquosi che manco li cogli...Insomma, nelle mie terre si è blandamente prodotto (per uso casalingo o poco più) tutto un inventario di "cose" liquide che non è stato difficile, nè tantomeno doloroso, dimenticare.

Ed è per questo che oggi, con piacere, dopo essere tornato più o meno casualmente ad assaggiare vini versiliesi, colgo dalla inusuale esperienza di un giorno un segnale di rottura, tanto da parlarne. Trattasi, beninteso, di piccole tirature per piccolissimi appezzamenti, appezzamenti fortunatamente strappati ai sempre più frequenti pruriti cementificatori che han reso i verdi monti di Ripa un buen retiro di lusso per gente abbiente. Eppure, dalle parole e dai gesti di qualche giovane del posto, emergono la passione e l'impegno di fare qualcosa di più e di meglio nel nome della terra, affrancandosi da un passato viticolo poco valoroso per restituire agli appassionati sapori nuovi, dopo anni e anni di "incoscienza" agronomica e confezioni enologiche approssimative.

Al Solatìo per esempio, sui monti di Ripa (ah, dimenticavo: i monti di Ripa in realtà sono colline, ma colline ben esposte, confortevoli alla vista, che si affacciano sulla piana versiliese che guarda e approda a Forte dei Marmi), la giovanissima Francesca Orlandi ha tramutato la passione familiare in un lavoro a tempo pieno. Dalla sua minuscola azienda, con un ettaro di vigneto o giù di lì, grazie ai consigli dell'enologo Giorgio Baggigalupi, collaboratore di illustri cantine dei Colli di Luni e della Liguria, se ne escono vini la cui presenza scenica non può essere taciuta, lontana come si ritrova dagli standard balbettanti di un panorama vinicolo rinsecchito come quello versiliese. Perché a quei vini non puoi rimproverare la piacevolezza, la precisione, il disegno aromatico. E non è poco. Sì, è vero, c'è ancora strada da fare nel nome della identità e della caratterizzazione, ma i presupposti non mancano, e poi, di limiti e potenzialità, ne è cosciente prima di tutto Francesca stessa, a cui non fa difetto la curiosità. Per quanto riguarda i bianchi, nella mente ho un calorico e deciso Solatìo Bianco 2005, a base vermentino, vitigno principe della zona, ed un ancor più convincente Chardonnay Tenera è la Notte 2005, assai distante dalla ennesima emulazione (a volte tragicomica) volta all'ottenimento di consistenze burrose, ottenuta a suon di iniezioni di rovere nuovo, bensì impegnato a scovare nei meandri di una gradevole mineralità una silhouette che sappia farsi sfumata e bilanciata, senza d'altra parte scadere nel "compitino" didascalico di mera ( e spesso stufevole) varietalità. Dai rossi, i solidi Solatìo Rosso 2005 e Vigna del Bosco 2004( entrambi a base di vitigni internazionali), emerge una fiera struttura di base e una dignitosa focalizzazione aromatica, nella quale si sposa il rovere senza farci a pugni; lo sviluppo è genuinamente ruspante (e ciò non mi dispiace affatto) ma la matrice tannica non appare tanto fine; qua e là il tatto "inciampa" su consistenze un po' granulose, ma la freschezza acida che entrambi i vini dimostrano di possedere rappresenta forse il timbro territoriale più evidente, ciò che corrobora la beva nonostante le incertezze di grana. Ecco, è da quella suggestione, piccola ma vibratile, che colgo oggi un barlume (un segno?) per il futuro che viene.

Azienda Agricola Solatìo
Via della Resistenza, 933e - 55040 Ripa di Seravezza (Lucca)
e-mail: az.vinicolasolatio@alice.it
Fax: 0584.768655


15 settembre 2006