acquabuona.com - italian wine e-zine
Periodico di cultura enogastronomica - In rete dal 1999, per amor di terra

Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Dalla Roma Imperiale... due cene famose

di Stefano Buso

Con questa retrospettiva millenaria, inizia la collaborazione tra Stefano Buso e L'AcquaBuona. Stefano, 40enne, dal Veneto scrive e parla di cibo attraverso le pagine di importanti riviste multimediali. Si occupa di storia e comunicazione gastronomica e all'attivo ha la rivendicazione del vino quale abbinamento ideale per la pizza, come espresso in un suo articolo di qualche tempo fa, ripreso poi da molte testate di enogastronomia.

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me paucis, si tibi di favent, diebus, si tecum attuleris bonam atque magnam cenam, non sine candida puella et vino et sale et omnibus cachinnis... (Cenerai bene, o mio Fabullo, a casa mia, tra pochi giorni, se gli dei ti saranno favorevoli, a patto che tu ti porti una cena buona e abbondante e non scordarti una fanciulla candida e vino e sale e tutto ciò che rende gradevole la cena...)

Catullo

La cucina, il cibo e, cosa importante, i banchetti, nell'antica Roma erano un mezzo, per compiacere i propri ospiti, per stringere e consolidare alleanze e soprattutto per manifestare ed ostentare la propria ricchezza, come, in maniera eloquente ed esaustiva, ci descrivono sia Orazio che Petronio; il primo, nel convito di Nasidieno e il secondo, nella cena di Trimalcione. È palese che, dal punto di vista storico - gastronomico, la Roma Imperiale, fu un periodo illuminato e particolarmente felice, di gioia, colori e trionfi culinari dove il sapore, il gusto raggiunsero i massimi livelli.

Spesso s' è parlato e documentato di come e soprattutto di cosa si mangiava in quel tempo. Il cinema, volutamente o anche occasionalmente, ci ha offerto scorci su banchetti dalle carni infinite dove nulla era lasciato al caso e dove il cibo era abbondante per soddisfare il palato e non solo. Anche la letteratura ci offre molti spunti, tra cui ricette ma anche gesta di personaggi importanti e minori. L'oziosa vita (Otium) dell'aristocrazia romana era basata sul cibo (Edamus, bibamus, gaudeamus: Mangiamo, beviamo, godiamo) che era usato come mezzo, dal padrone di casa, sia per una forma di convivialità sia per esternare ai suoi ospiti tutta la sua opulenza e ricchezza. In questi sfarzosi banchetti era usanza esagerare con il solo fine di sbalordire, sia per il numero di portate sia per la qualità delle carni e del cibo!

Troviamo testimonianza di ciò nella "Satira VIII" del libro I di Orazio e nel "Satyricon" di Petronio con il convito di Nasidieno (Orazio) e la cena di Trimalcione (Petronio). Sia Orazio che Petronio caratterizzano i loro protagonisti di un'accesa e voluta nota autocelebrativa.

Da un lato Trimalcione, che cerca di sbalordire i suoi invitati con il numero delle portate e con l'elevata qualità delle stesse, "...frattanto cominciano a servire un antipasto scelto e abbondante. Nel mezzo del vassoio degli antipasti si levava un asinello di bronzo corinzio con due bisacce piene, l'una, d'olive bianche, l'altra, d'olive nere. Sopra l'asinello, a mo' di tetto, c' erano due piatti sul cui margine si vedevano incisi il nome di Trimalcione e l'indicazione del loro peso in argento...!"

Dall'altro Nasidieno, che palesemente, tenta di compiacere e stupire i suoi (hospites) con un'inopportuna quanto assurda erudizione in campo culinario e gastronomico ma finendo solo con il tediarli e cadendo nel ridicolo: "Come antipasto, cinghiale lucano: era stato cacciato al levarsi dello scirocco, cosí diceva il padrone di casa; a far da contorno ravanelli piccanti, lattuga, radici, cose da stuzzicare lo stomaco svogliato, raperonzoli, salsa di pesce e feccia del vino di Coo. Sparecchiata questa portata, un valletto in veste succinta deterse con uno straccio di porpora il piano d'acero della mensa e un altro raccolse tutti i rifiuti che, caduti a terra, avrebbero potuto disgustare gli ospiti; ed ecco avanzare, come una vergine ateniese che reca in processione i simboli di Cerere, il moro Idaspe con il Cecubo e Alcone con il Chio privo d'acqua marina..." (Il Cecubo e il Chio sono vini, e il fatto che quest'ultimo non fosse tagliato con acqua di mare, come era usanza ai tempi per conservarlo, era segno di qualità)

Mi auguro prendiate questo pezzo come un benevolo auspicio con il solo ed unico fine dell'indirizzo alla conoscenza e all'erudizione d'usi e costumi di un tempo lontano, ma con tante analogie con il nostro quotidiano, dove ahimè, stiamo assistendo ad un depauperamento culturale grossolano. Citare Orazio e Petronio non è stato per me un evento occasionale, perché soprattutto dalle opere classiche si evincono situazioni che sono paradossalmente di una disarmante attualità, anche sul cibo.

2 maggio 2006

Immagini: un banchetto romano con orgia come visto da C. De Mille nel film Il segno della croce (1932), affresco raffigurante cena nell'antica Roma (entrambe le immagini sono tratte da www.scudit.net)

 
 

prima pagina | la parola all'agronomo | l'appunto al vino | l'articolo | in azienda | in dettaglio | en passant | affari di gola
presa diretta | mbud | rassegna | la cucina | appunti di viaggio | assaggiati per voi | visioni da sud | sottoscrivi | scrivici
acquabuona.com - italian wine e-zine