Le anime di Campolungo - Azienda Agricola Pile e Lamole
di Fernando Pardini

Il territorio chiantigiano, ancor più se classico, è capace di suggestioni. Questo è un dato di fatto, ineludibile, e forse lo sapete di già. Mi si potrebbe quindi addebitare un filo di retorica o di ovvietà nell'asserto. Non temo la critica, perché certi luoghi hanno un potere di comunicazione che non attiene alla retorica nè all'ovvietà; sta oltre la retorica, è un'onda forte, spesso odorosa, fatta di natura pregnante, struggente, prepotente, che ti sbatte in faccia la bellezza. Sanno conservare, quei luoghi, l'intimità - molto indiscreta - della prima volta; sanno concedersi fin quasi ad illuderti che potrai possederli, e poi - quel che mi piace- sanno rinnovarsi, pur restando eternamente i medesimi. Ci torni, e ne cogli invariabilmente angoli nuovi, sfumature nuove, messaggi nuovi. Meglio, lo scambio tra te e loro sarà diverso, quasi dipendesse dal momento, o dagli estri. Per questo ho pensato abbiano un'anima. A loro, dopo i sogni, vi si aggrappano immancabilmente i ricordi. Sempre. Sono i posti reali - per dirla alla Veronelli - "che ti danno l'irreale". Bene, il territorio chiantigiano è pieno di posti così, capaci di illuderti, farti struggere e bramare il ritorno, secondo un circolo vizioso che non sai - e non vuoi - eludere, dove solo l'esperienza reiterata del contatto saprà placare lì per lì la malinconia della non appartenenza.

Sono stato fortunato a praticarli fin dalla gioventù. Mi hanno riempito intere giornate di senso. In silenzio mi hanno insegnato. Eppoi, ve l'ho detto, ogni volta non è mai come la prima volta: insieme ai rumori, o ai silenzi, muta persino la loro predisposizione a concedersi. Sì, sono sicuro abbiano un'anima.

E' stato così che recentemente ho potuto rivivere le suggestioni chiantigiane, e in esse scorgervi anime nuove. Di Pile e Lamole conservavo di già dei ricordi, dei flash. Tra questi il silenzio, il vento sottile , il regale isolamento, la sensazione d'altura, la purezza dovuta alle pochissime contaminazioni, il calore consolatorio di una trattoria chiantigiana. Erano visioni sfumate ma ferme nella memoria, frammenti di felicità condivisa, piccoli stimoli, sicurezze di un passaggio. A distanza di parecchi anni, qualche mese fa, sono approdato di nuovo lì, grazie alle attenzioni e alla compagnia di Santa Margherita, l'importante gruppo vitivinicolo che di Pile e Lamole azienda agricola è proprietario.

Pile e Lamole sono due infinitesimi borghi nascosti su in alto tra le colline grevigiane. Per arrivarci, devi salire fino a 500 metri d'altitudine. Lì c'è la sede della azienda agricola. Lì la terrazza su un mondo. Lì il quartier generale dell'uomo squadra che mi ha accompagnato e fatto letteralmente immergere nelle cose attorno, in una due giorni verde e contagiosa vissuta direttamente nel cuore del Chianti.

Ugo Pagliai, l'uomo squadra di questa storia, possiede una figura possente ed una istintiva simpatia all'eloquio, di sicura matrice toscana. Appartiene di diritto a quel genere di persone campagnole per le quali la vigna e la cantina sono effettivamente i mondi desiderati, così che le mille attenzioni che vi profondono li lasciano "timidi" dal lato delle pubbliche relazioni, o dei salamelecchi, o delle rappresentanze. Amo certe timidezze. E' da gente così, probabilmente, che la terra si lascia davvero avvicinare, scoprire, assecondare.

Ugo Pagliai è il responsabile tecnico dell'azienda. Cura ogni particolare che parli di vigna e, naturalmente, di vino. Alla luce della sua lunga esperienza, consumata qui fin dalla gioventù post-studentesca, si può dire conosca ogni angolo di quelle terre: 47 ettari vitati, non proprio uno scherzo. Insieme a queste ne governa altre di terre, legate alla Fattoria Vistarenni, già in odor di Siena, anch'essa proprietà di Santa Margherita.

Ogni creatura vinosa qui è un pò figlia sua, lo capisci dal rispetto, dalle attenzioni, persino dal timore a parlarne o sparlarne. Eppure mi è parso di notare un particolare trasporto verso una di esse (l'ho notato dal brillare dei suoi occhi); sapete, si tratta di un piccolo gioiello d'altura, che deriva le sue uve dal vigneto Campolungo, proprio sotto la cantina. A Pile e Lamole ne traggono da molti anni una Riserva di Chianti Classico che posso affermare essere un paradigma del terroir. Incontrarla oggi ha significato toccare con mano, una volta di più, che questa parola non è un concetto astratto.

Mi è parso, senza dubbio, il vino di maggiore personalità dell'intera gamma, gamma peraltro incentrata da sempre sulla correttezza, sulla piacevolezza e sulla precisione non ostentativa, con occhio benevolo al rapporto qualità/prezzo. Ma questo signori é un vino di razza, aristocratico e silenzioso, in certe versioni di struggente sensibilità. Sono andato con Ugo nel vigneto che lo cresce; forte è stata la suggestione. Siamo in alto, come su un balcone a picco nel Chianti, a quasi 500 metri d'altitudine. Il terreno è molto sassoso - matrice galestrosa e sabbiosa - di forte pendenza ed altrettanta permeabilità, esposto prevalentemente a mezzogiorno, costituito da vecchi filari di un particolare biotipo di sangiovese, detto di Lamole, frutto delle prime timide ( troppo timide) ricerche in campo ampelografico effettuate in zona ant'anni fa. Guardando quella vigna mi sono immaginato come quel vino non potesse mai competere sul piano della struttura e della potenza con altri chianti. Quei sassi e quel microclima hanno contribuito altresì a forgiarne un'anima sottile, discreta, rarefatta, sfumata, sinuosa e fresca. Qui affonda le sue radici, da qui deriva il suo carattere e la sua identità. E l'identità vien fuori che è un piacere se hai l'occasione di assaggiarlo in verticale. Pranzandoci assieme poi, amplificata ne avrai la sensazione, confortante, che esistano vini importanti da bersi ancora e ancora, senza sosta.

Il Chianti Classico Riserva Vigneto di Campolungo 1995 per esempio mi ha accolto con un rubino granato dai fitti cromatismi su un naso intenso, caratteriale, di erbe e tabacco, ciliegia nera e china, molto sangiovesista. La bocca poggia le sue basi su un attacco deciso, peperino, di spinta acida quanto basta a decretarne l'origine, sviluppandosi poi secondo una trama diretta e forte nell'impronta tannica, oggi finalmente ammansita ma che in gioventù ho immaginato ostica. Con l'aria, se ne esce ancor di più il carattere forte e maschile dell'annata, con qualche cupezza di troppo ed una introversa chiusura al dialogo liberatorio. Non puoi non trovarlo comunque affascinante, perché anche il Campolungo ha risposto, a suo modo, alle sollecitazioni di un'annata diversa.

Il Chianti Classico Riserva Vigneto di Campolungo 1997 acquisisce invece la voce propria degli anni migliori: il rubino ben sgranato precede un naso raffinato, amabilmente fumé, suadente e bilanciato nel porgersi. Qui hai ancora erbe, e frutto d'altura. La bocca è charmante, di tessitura calibrata, carezzevole e dolcemente cantilenante , con i tannini che sfumano e confondono, offrendola così espansiva e definita, leggiadra e singolare.

Il Chianti Classico Riserva Vigneto di Campolungo 1999 rivela una bella lucentezza cromatica per essere un vino d'altura. Ha un naso compassato, sfumato nei rivoli tabaccosi e di ciliegia così come nelle immancabili note sue fumé, con le erbe campestri ed i fiori secchi a contorno. Più profonda, una scia di pepe verde. La bocca, di bella vivacità, possiede grande spina acida e la senti sostenuta nell'apparato tannico, ch'è maturo nell'essenza. Dichiarati ne ho avuto sviluppo e trama, con i sapori che mi hanno trasportato in un bosco, tra le more di rovo, e lì confuso.

Infine, ultimo figlio partorito al mercato, il Chianti Classico Riserva Vigneto di Campolungo 2000 mi è apparso aromaticamente raffinato e dolce, espressivo e caloroso, con la confettura di ciliegia e di ribes in prima linea e tanta, tanta violetta nei dintorni, poi ancora erbe fini e cioccolato, per concedersi secondo un quadro nitido, diretto, aperto e comunicativo. Presenta un palato modulato, espressivo, netto, morbido e mai smaccato. Senti il frutto maturato dall'annata calda, temperato qui da una altitudine che ne ha riequilibrato gli eccessi, ciò che è servito a preservarne integra la personalità ed il carattere discreto che gli appartiene e, nello stesso tempo, mantenerlo nei canoni di una felpata eleganza espositiva. Quella maggiore insistenza sull'aspetto fruttato, se volete, cede inevitabilmente qualcosa sul piano della complessità ma il nostro, pur mancando dei picchi di profondità e delle sfumature sfumate delle annate migliori, leggi 1999 e 1997, si lascia ancora desiderare con istintivo trasporto.

Le ultime due immagini che conservo di questo viaggio sono legate inevitabilmente alla terra, e alla sua interpretazione. La prima vede una piccola comunità post-hippy, con i furgoni variopinti, le chitarre e la fantasia, letteralmente appollaiata in mezzo al silenzio e ai vigneti d'altura concedersi il riposo dopo la vendemmia. L'ho invidiata perché vivere la natura in quel modo è come avere l'illusione della libertà, e so quanto è importante avere illusioni. Nella seconda c'è lui, il Vigneto Campolungo, in quei giorni interessato da imponenti scassi. Un mare di sassi, enormi, un lavoro immane che Ugo definisce da pazzi, per favorire nuovi impianti e una risistemazione ambientale alle regole dell'arte. In questo modo si amplierà di un pochino l'estensione del glorioso vigneto per concedergli un pezzetto di futuro; un futuro che, ancora una volta, dovrà offrirsi a mezzogiorno. Ugo ride, perché in fondo ama alla follia quel lavoro così come faticare per il meglio. Guardando quei grandi sassi e l'impegno che ancora lo attende, in cuor suo -lo so- non ha dubbi: e' un onore che al Campolungo non si può negare.


18 dicembre 2003

S.M. TENIMENTI PILE E LAMOLE Loc. Vistarenni - 53013 Gaiole in Chianti (Siena) santamargherita@stmargherita.com

Visita in azienda effettuata nel mese di settembre 2003
Assaggi effettuati nei mesi settembre-dicembre 2003