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Il Candia, finalmente! Tarapars?
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L'introduzione

Cos'è il Candia?

È, oggi come ieri, collina ripida e rigogliosa che guarda al mare, sempre, di giorno e di notte, ma che pare nascondersi alla vista, anzi, sembra non esistere proprio e ti chiedi: ma dov'è il Candia?

Sbagli se te ne resti ancorato allo stradone rumoroso d'Aurelia che ti porta dritto da Massa a Carrara. Dovresti prenderti la briga di deviare per una di quelle stradine che costeggiano Romagnano e curiosare nei dintorni, addentrarti.

Ti accorgerai allora che qualcuna tra queste sale più su; se la segui e pazienti un attimo potrai annusare e sentire un po’ di Candia addosso: quando ci stai in mezzo, lì in alto, e ammiri la collina ripida e profumata che guarda al mare -anzi più di una- quello è Candia.

Quando segui con gli occhi gli scorci rassicuranti di pace e serenità, in apparenza lontani da folla e rumore, eppure così prossimi, e le Apuane a cornice, e l'orizzonte tirrenico, quello è Candia.

Monte Libero, Forcola Alta, Finocchio, Grottacini, San Lorenzo….la storia, il tempo e gli uomini hanno trovato nomi a quei picchi e a quei declivi.

Il verde di quei colli è spesso verde di vigna, la vigna, fittissima, come tradizione vuole: quello è stato, e lo è ancora, il Candia.

Poi mi si dice che Candia è anche tradizione, cultura contadina, autoctona e autarchica, "dialettale" modo di far vino, fermier direbbero in Francia trasponendo il termine dal mondo dei formaggi.

Su quelle sponde vitate e sui quei declivi ventilati generazioni e generazioni di contadini massesi hanno tentato di costruire un mito.

Cos'altro è allora il Candia? o meglio, cos'altro ancora è stato il Candia?

Era mito di vino mai bevuto, o se ti era capitato di berlo e non era buono era perché non eri riuscito a trovare il vero Candia, che appunto era mito. Questo è stato.

Era rigurgito di vermentino con l'albarola a contorno, da sedurti con la spuma, con la dolcezza zuccherosa e fruttata, e spingerti così alla beva, lui così leggiadro e lieve di alcool, morbido e sincero ammaliatore, smorzatore di brutti pensieri. Questo - forse - è stato nel mito il Candia.

Era -spesso- vino dolciastro ed ossidato, rifermentato allegramente in bottiglia, bellamente rustico, fatto alla buona che più alla buona non si può, ricavato da fazzoletti di terra "pendenti" e da cantine improvvisate, che durava un niente perché di fiato corto.

Questo era, in realtà e aldilà del mito, il vino Candia.

Candia eppure, nonostante tutto, ha evocato illusioni e racconti, di genuina cultura campagnola, di quella che pare non si trovi più, e si è fatto pure proseliti ed ascoltatori, soprattutto di riviera; ma per fortuna, alla luce dei fatti accorsi nel frattempo e aldilà del mito, non ha trovato e non troverà in quella forma la sua continuità, o la sua consacrazione.

Io, che ho respirato la mia gioventù a non più di venti chilometri di distanza in linea d'aria, mi ritrovo oggi a salire piano la via del Fagiano, una di quelle stradine che vi dicevo pocanzi, curva dopo curva, fino alle mura dipinte e un po’ kitch di una cantina, che racchiudono pure le stanze di un tradizionale ristorante fuori porta.

Giovanni Cima è un uomo robusto e taciturno che ha nello sguardo, quando sorride, un aria bonaria e sincera che non vi dico.

Lui è attaccato alle sue vigne perché uomo di vigna, e se ne distacca a malincuore pure se è domenica; proprio lui che, qualche tempo fa, fu costretto ad abbandonarle quelle vigne -pur non smettendo di curarle, ben inteso- per via del mito che non era abbastanza mito per chi da esso doveva trarne sostentamento.

Non pensare si tratti di uno sprovveduto, di un uomo rustico e attaccato all'orticello, felice dei vinelli ossidati che rifermentano in bottiglia e che i cattivi bevitori sorseggiano estasiati: niente di tutto questo.

Lui, crescendo su quella terra, toccandola ogni giorno per lavorarla, ricordandosi ragazzino colpito dal corpo di quei lontanissimi vini del tempo che fu (stranamente scomparsi), aveva maturato, con speranza e volontà più forti rispetto agli altri piccoli contadini dei dintorni, un sogno in più: da quella terra non poteva non nascere qualcosa di speciale.

Questo messaggio, questo sogno, è stato quanto mai recepito dal giovane Aurelio, il simpatico figlio di Giovanni, colui che oggi rappresenta presente ma soprattutto futuro dell'azienda di famiglia: il mito Candia qualcosa nascondeva, qualcosa che la genuina e sprovveduta cultura contadina del tempo non aveva mai saputo trovare, forse distolta com'era dall'aura di importanza che qualcuno o qualcosa (gratuitamente?) attribuiva a quei posti, a quei vini.

Ebbene quello che nascondeva, che poi mica tanto era nascosto, era la reale vocazione delle sue terre a produrre vino, semplice.

Questo il messaggio forte ma sussurrato che le ripide colline che guardano al mare - te le trovi sulla destra se procedi da Massa verso Carrara - volevano suggerire al vignaiolo, o a chi doveva capire.

Parrà strano ma si è dovuto attendere la fine del secondo millennio o quasi, con una DOC Candia da quel dì istituita, perché qualcuno si decidesse di mettere veramente alla prova questo sogno pressante, questa potenzialità finora inespressa, o implosa.

Ebbene, quel qualcuno è stata la famiglia Cima.

L'uomo robusto Giovanni ed il figlio gioviale Aurelio, che mi ritrovo davanti adesso, in un giorno piovoso del mese di maggio 2001, mi guidano finalmente alla scoperta del mito Candia tramutatosi in realtà. Tarapars?

Il Racconto di un giorno

Tutto si rinnova in casa Cima, compreso lo spirito, non più di quattro anni fa, quando lo stimolo e la voglia di fare di più hanno incontrato sulla loro strada il gruppo Matura di Alberto Antolini, intelligente e "vocato" team di lavoro agrotecnico-enologico impegnato da tempo a valorizzare lembi d'Italia non propriamente compresi o disvelati appieno nelle intime e profonde potenzialità enoiche.

Così è stato anche nel caso del Candia: Aurelio ricorda sempre con malcelato orgoglio quando il buon Federico Davaz, agronomo di grande scuola piemontese, camminando per vigne e declivi a picco sul Monte Libero e dintorni, scuoteva la testa e diceva: "ma questi sono terreni eccezionali!!".

Da lì è partito tutto, con padre e figlio convintissimi che la strada da percorrere fosse la radicale e quotidiana battaglia per la qualità: agronomica anzitutto -chè partono dal presupposto che è l'uva bella che fa il vino bello- ed enologica.

L'intento di base sta oggi nel proporre un Candia Bianco di grande carattere, prodotto in buone quantità, perciò visibile e concreto, che sappia esprimere quello che quel microclima sa esprimere, che funga da viatico e standard qualitativo su cui puntare per il futuro della denominazione tutta, per indicare una cifra stilistica oggi effettivamente non focalizzabile nel panorama vinicolo massese, salvo rarissime eccezioni.

I risultati -li puoi toccare con mano, anzi con occhi naso bocca- hanno fatto mormorare e pensare molto la commissione d'assaggio della doc: se non fosse cioè il caso di ripensare tutto, che quel risultato nuovo davvero potesse esprimere la tipicità vera -disconosciuta prima- di un terroir .

In più i Cima vogliono puntare, non solo come traino o prova di forza, ma per comprovata e sincera elezione delle terre, sul sangiovese e sul merlot e, non ultime, sulle uve autoctone a bacca nera come il vermentino rosso e la massaretta.

I risultati, dopo tre vendemmie del "nuovo corso" alle spalle, hanno dell'incredibile; gli sforzi fatti, e che si continuano a fare, in vigna - potature corte, diradamenti drastici- e in cantina- parco legni nuovi, tutti di piccole dimensioni, vasi vinari in acciaio inox termocondizionati, presse "soffici" - trovano costante ed invitante compimento nel vino che bevi.

Io oggi, in questo giorno piovoso di maggio, provo per credere e vi rammento sul presente e sul futuro liquido di questa cantina, raccontandovi di assaggi.

Il Candia Bianco dei Colli Apuani DOC 2000, vermentino 90% albarola 10%, è prodotto in circa 50000 esemplari e ti si presenta giallo paglia netto, lucido e apprezzabilmente denso.

I profumi sono intensi e suadenti di stampo floreale e di pesca, di frutta secca e minerale e ben progrediscono all'aria, dove assumono carattere e nitidezza, pure precisione.

In bocca colpisce per il corpo evidente e per l'equilibrio risolto con il nerbo acido che fanno assumere al vino ritmo vibrante, sul frutto.

Sostanza secca, morbida e piena con finale di mandorla e striscia di lieviti ne completano il quadro, lusinghiero e bello, in cui il degustatore si compiace.

Il Candia Bianco Vigneto Alto DOC 2000, prodotto in 15000 bottiglie, ha medesime proporzioni dell'altro ma è frutto della selezione attenta degli acini della vigna più alta, inoltre una parte di massa del vermentino staziona per qualche mese in barrique prima dell'unione.

Qui il paglierino è più carico, di essenziale limpidezza e sentita densità.

Notevole l'approccio olfattivo, di non banale complessità, che sa sposare e proporre in melange serrato frutta bianca ed esotica (banana), foglia di tabacco dolce e cannella su fondo leggermente etereo e pungente.

In bocca è caldo di alcol e morbido, equilibrato nella sua vena acida, che ne accompagna lo sviluppo su aromi di bocca soavemente vanigliati e leggermente astringenti nel finale, dove si allunga e si distende.

Vino che può sorprendere, perché fine e peculiare.

Invece il Vermentino Barrique 1999, che entra in commercio dal maggio 2001, è giallo netto, luminoso e denso, bello all'occhio.

Straordinaria la composizione aromatica che ti propone, con rimarchevole equilibrio frutto\rovere e sentita finezza.

I riconoscimenti spaziano dalla frutta a polpa bianca ai fiori di campo, dalla foglia di tabacco alla speziatura di vaniglia.

In bocca si conferma di grande fittezza e concentrazione, avvolgente e serrato nel ritmo, e ti conduce ad un finale coerente, solo un po’ astringente.

Di notevole riguardo.

Qualche doverosa e struggente suggestione infine sul futuro in rosso della cantina massese rivelataci dagli assaggi en primeur .

Straordinario - e chi mi conosce sa che questi termini li centellino- l'approccio al Montervo 2000, il merlot in purezza della casa che verrà prodotto in 8000 bottiglie, terza vendemmia di sempre, e che uscirà nell'autunno del 2002.

Due le vasche assaggiate e spettacolare mi appare per profondità ed articolazione quella proveniente dal vigneto San Lorenzo (vigneto di circa 50 anni) che ti sorprende con pennellate intense di marmellata di frutti rossi e neri del bosco, soave balsamicità, dolcezza, finezza tannica di stampo superiore.

Più austero e in sé il merlot proveniente dai vigneti più giovani (4-5 anni) che con l'aria, oltre al superbo corpo, assume interessanti toni di miele che ne stemperano il carattere elettrico e salino.

Il taglio ed il tempo ne faranno un vino di cui sentiremo riparlare, tanto vicini al cielo ci troviamo a volare. Anzi, insieme ad esso.

Bellissimo inoltre, anche in rapporto al prezzo, sensibilmente più abbordabile che non per il Montervo, è il Sangiovese Cima 1999, un IGT di grande respiro e dignitoso frutto, di lodevole speziatura e grande portamento, peraltro fitto e dolce, che ne potrà far vedere delle belle.

Inoltre, rispetto all'annata precedente, più calibrato e meno pesante ci appare l'uso del rovere, soprattutto di quello americano, e noi ne siamo felici.

Più articolato e peculiare ma non più accattivante del sangiovese, ci è apparso il Romalbo 1999, altro cru della casa, uvaggio di sangiovese e massaretta di bella speranza, di cui attendiamo amalgama completo.

Le due chicche con cui chiudiamo il conto derivano da vitigni locali.

Leggiadra, soave e soprattutto profumata ci appare la Massaretta 1999 dove la bocca suadente e composta, il corpo medio quasi esile, la delicata essenza floreale di viola mammola, il rosso non troppo carico, ne fanno un vino di grande bevibilità, che non cerca e non vuole effetti speciali o iper-concentrazioni, ma semplicemente essere sorseggiato con il sorriso tra le labbra, magari a temperatura non proprio calda.

Più particolare e caratteriale risulta senz'altro il Vermentino Nero 2000 il quale, spillato dalla botte, offre colore sentito ed olfazione intensa, intrisa di rimandi vegetali, cuoiosi, animali, forse non finissimi né ben amalgamati ancora ma che, insieme alla saporita bocca, contribuiscono ad un bicchiere di insospettabile presenza.

È bello stare a parlare con Aurelio, perché come tutte le persone curiose ed appassionate, che vogliono imparare sempre e comunque, ha il pregio di ascoltare e non mostra mai niente di più se non quello che ha da mostrarti davvero, che è il frutto -reale- della sua giovane esperienza.

L'ultima sorpresa, prima del saluto, sta in un bicchiere offerto di bianco vestito, denso, riflettente, che ti appare come da meditazione e ci riconosci, stupendo, il vermentino, il loro vermentino.

Una piccola barrique lasciata lì, da sola, con il liquido che era uva fino al settembre del 99 e che per 16 mesi vi ha stazionato, per poi essere lungamente affinato in bottiglia.

Una prova, uno scherzo, un tentativo.

Il nome? Tarapars -ti era sembrato- tradotto dal dialetto massese.

Rispondo che no, non mi era sembrato affatto prima di adesso.

Tutto è più chiaro.

Su in alto le nuvole fanno spazio al sereno.

Fernando Pardini

Azienda Agricola Cima di Cima Aurelio
Via del Fagiano Loc.Romagnano
Massa
tel-fax 0585-830835
cima.candia@iol.it

 

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