I vini della principessa o le ragioni della terra. Castell'in Villa a Castelnuovo Berardenga

di Fernando Pardini

A ben vedere lo sentivo. Sì, lo sentivo che stavolta c'era un di più che andava ben oltre il concetto -fin troppo politically correct- di "realtà interessante". Le avvisaglie le avevo pur colte, qua e là, nel tempo: un assaggio, un altro assaggio, voci di corridoio, whispers.... La prima avvisaglia quando meno te lo aspetti, durante un Vinitaly di 8 anni fa, passeggiando fra gli stand: è lì che mi imbatto in un Chianti Classico 1985 da sole uve sangiovese (sì, avete letto bene!) da far drizzare le orecchie anche a chi non le ha; la seconda, più ponderata, era ancora affetta da buone doti di casualità; la terza invece ha partorito i primi scritti dedicati ai vini, da ché ne sono uscito folgorato. Infine c'è stato l'incontro, resosi ormai ineludibile. E' una miscela di caso e necessità che spinge persone e sensibilità alla ricerca e al viaggio; d'altronde, oltre la suggestione offerta dai vini, sono i luoghi e i gesti che trasformano la didascalia in racconto. E così è stato per Castell'in Villa, dove vini, luoghi e gesti hanno avuto persino l'ardìre di disegnare un ricordo che non sfuma.

Perciò se vi capiterà, come è capitato a me, di conoscere - di Castell'in Villa - prima i vini che gli artefici, ci può stare di riceverne una inusuale scossa emozionale, di quelle che nella vita da viandante enofilo capitano di rado. Quelle scosse che, appunto, fanno diventare necessità le nuove partenze. In quei vini, "semplicemente", ho intuito dimorare l'anima del Chianti Classico, dai più data ormai per dispersa. In loro, mi è parso di sentir "parlare" la lingua della autenticità. Lì dentro un caleidoscopio di suggestioni ancestrali, che non so datare, o omologare. In quei sapori, la sensazione confortante e bella di avere a che fare con qualcosa che non perdi, un qualcosa che era già lì da prima, un qualcosa di cumsustanziale a quelle pieghe di collina, capace di spiegarne le ragioni, e che attendeva forse soltanto di essere colto. Nella magia di quelle evoluzioni aromatiche, nella straordinaria finezza dei tratti, nella silhouette tutta sussurri e niente grida, nella terrosa seduzione e nella ricchezza interiore di quei vini, è capitato di perdermi, al punto da confondermi, al punto da pensare che una strada esiste, una strada che porti ad una soluzione "di identità" forte finalmente affrancata dai cliché per il mio amatissimo, ma spaesato, Chianti Classico. Sai cos'è? che una volta di più mi è parso di aver incontrato vini senza filtri, che altro non posseggono se non la firma della propria terra.

La principessa Coralìa Ghertsos Pignatelli della Leonessa è ed è stata, indubbiamente, una donna affascinante. Il suo sguardo vivace, quel taglio d'occhi, fanno ancora intuire la presumibile bellezza del volto suo giovanile. Coralìa ha gesti misurati, e corpo snello; le parole ( i concetti) se ne escono ben scandite, mai frettolose, mai urlate. Coralìa è, a pieno titolo, una donna del vino. Ha costruito il suo regno contadino in un angolo splendido di Chianti, laddove le colline digradano dolci e tondeggianti ché già consentono di vedere Siena. Il suo è stato, fino al 1985, un progetto di vita condiviso con il marito Riccardo Pignatelli, diplomatico di stanza in Roma. Avevano cercato a lungo una dimora "via dalla pazza folla", per costruirvi attorno la loro idea di intimità, e il vecchio borgo fortificato di Castell'in Villa, dopo tanto cercare, li stregò. Il Chianti, per loro, era allora un autentico (territorio) sconosciuto. Fu gesto d'amore. Correva l'anno 1967, o giù di lì. Dapprincipio furono le vigne. Nel 1971 il loro primo Chianti Classico, con cui inizia la storia, storia che prende fin da subito una piega inusuale, dal momento in cui già dal 1975 si decide di produrre dei vini rossi da sole uve a bacca nera. Nel 1977 l'incontro con Giacomo Tachis, che li incoraggia nell'impresa e gli suggerisce di togliere le uve bianche dagli uvaggi, quando non dai vigneti. Il 1985 è un anno di svolta esistenziale: la morte prematura del marito fa compiere a Coralìa il gesto che ne condizionerà la vita restante: non parte più per Roma, e nel rispetto di un amore e di una passione condivisa, decide di restare a Castell'in Villa. Da allora, diventa una vera e propria vignaiola. Studia libri di enologia e viticoltura, e approfondisce sul campo una esperienza di già apportatrice di segni e conoscenze. Il suo quasi esclusivo interesse dimora nel sangiovese, al punto che ancor oggi tre dei quattro vini rossi prodotti ne sono espressioni in purezza: Chianti Classico, Chianti Classico Riserva e Chianti Classico Riserva Poggio delle Rose, con quest'ultimo derivato dal vigneto omonimo, dove sono state innestate le vecchie marze del sangiovese originario presente a Castell'in Villa. Dietro a questi vini tecniche poco interventiste, lieviti indigeni, legni di varie dimensioni, passaggi di tempo.

Coralìa è donna schiva, ma padrona di casa cordiale e premurosa. Non ama stare al centro dell'attenzione ed è una grande ascoltatrice; più che parlarsi addosso - che non è il tipo - preferisce far parlare i suoi vini o mostrarti le sue terre. Sostiene che solo le terre e i vini riescono a trasmettere il senso della sua storia, cosa che lei non saprebbe mai fare. E' donna timida Coralìa, che rifugge ribalte e primi piani, e a cui non piace essere fotografata, ma si sente a suo agio - lo vedi - nella sua terra, al punto che potrebbe pure confessarti di non riuscire che a malavoglia ad allontanarsi da lei, che non si stanca di ammirarla in ogni stagione, per la gioia di intuire ogni stagione arrivare per come cambia il paesaggio, per come ruotano i colori. Oppure che vorrebbe terminare il suo percorso terreno proprio lì, sul cocuzzolo del Poggio delle Rose, dove un piccolo, fiero casale in pietra resta in attesa di una salutare ristrutturazione.

Coralìa, nei suoi 40 ettari di vigna, persegue con rispetto antico obiettivi tesi alla scoperta dei sapori autentici della sua terra. Chi dai suoi vini si aspetta morbide voluttà, densità saturanti, muscoli e colori sgargianti, cambi pure indirizzo. Perchè i suoi vini sono un sussurro interiorizzato, sottile e circuitore. Non una ostentazione nei paraggi, non una forzatura: sfaccettati, dinamici, ammalianti, quei vini riportano dritti dritti alle terre di appartenenza. Sono vini raffinati, rispettosi e naturali, che non cavalcano mode o tendenze, ma che nella loro sobria nudità ti regalano una ricchezza vibratile, fatta di sfumature e carezze, da apparire senza tempo. A Castell'in Villa, in effetti, il tempo pare scorrere più lento, lento e maestro. Ed è forse in suo onore che qui le uscite sul mercato non seguono rigidi cliché. Frequente è il caso in cui Chianti Classico e Riserve escano 2-3 anni più tardi rispetto al main stream. Eppure, in quei vini, c'è una dote ineludibile che li rendi unici: l'incrollabile dignità nello sfidare il tempo, e nel tempo esaltarsi. Eleganza, dolcezza e freschezza acida ne accompagnano i percorsi, regalando beve traditrici. Qui, finalmente, la complessità sposa l'immediatezza, con lo sviluppo che si fa slanciato, la terrosità pervasiva, la nobiltà tannica evidente.

Quest'anno ho molti ricordi da tenere in serbo. Il Chianti Classico Riserva Poggio delle Rose 1997 ancor oggi si staglia a monumento liquido perenne, di incontaminata classicità chiantigiana; un vino nel quale respirare l'idea stessa di vino, per come sa essere struggente ed emozionante, puro e malinconico, di terra ed humus, viola ed erbe officinali. Ed il fratello minore, il Chianti Classico Riserva Poggio delle Rose 2003, pur fresco di imbottigliamento, rivela di già nella sua impalcatura tannica le ragioni di un privilegio, laddove equilibrio e nobiltà alcolica ne disegnano i contorni, i contorni di un vino assolutamente personale. Paradigmatico e "sentimentale" invece, il Chianti Classico Riserva 2000 (il Riserva ora in commercio) fa della finezza, dello slancio e della infiltrante sua "sabbiosità" tannica il grimaldello per aprire le porte del cuore. Ci riesce, e con lui è come tornare a casa. E poi c'è Santacroce( 50% Cabernet sauvignon, 50% sangiovese), un Supertuscan che "sente" talmente l'influsso del terroir al punto da infischiarsene di luoghi comuni e vanità, ché non gli appartengono: il Santacroce 1997 per esempio ha un naso pimpante, reattivo, penetrante, seducente di spezie fini, pepe, frutti rossi, da cui percepire profonda la sua vegetalità. In bocca si fa irresistibile per souplesse e grana tannica, contrappunto e profilatura. Nobile e diverso, è vino chiantigiano fino al midollo. Dulcis in fundo, due chicche che lasciano poco spazio alle parole, perché ne possono fare a meno. Il Chianti Classico Riserva 1971 è lì a testimoniare una storia. E' il primo vino, "il vino della ingenuità", qualcuno potrebbe pensare. Sarà, ma le ragioni della terra stanno tutte lì dentro, in quella fierezza, in quella voglia di esserci. E' un vino elegiaco, "resistente", partigiano, che combatte con armi proprie -acidità in resta- le insidie del tempo. Il tempo, in ossequioso rispetto, pare non curarsi di lui. Qui hai un naso dai grandi terziari: sottobosco, muschio, funghi, mirto, bacca selvatica, idrocarburi; qui hai unità, sinuosità, tenerezza, e una bevibilità di immutato trasporto.Dopo di lui, solo un magnifico Vin Santo del Chianti Classico 1993 poteva rilanciare una idea di bellezza semmai superiore: ammirevole per beva e contrasto, si muove irriducibile nei meandri di un gusto dolce-non dolce, abbracciandoti a lungo.

Alla fine del viaggio, dopo quell'incontro, una volta di più ne convengo: che le nostre campagne conservano tesori. Tesori che, per la fortuna degli amanti e dei sognatori, non stanno nemmeno in punta di penna della critica imperante (pensa un po' te!), quasi si trattasse di scoperte che sfiorano l'intimità, regalando la felice illusione che in quei vini (in quei luoghi) tu possa riconoscere il buen retiro dell'anima, il segreto tutto nuovo da "centellinare" con lo zoccolo duro della complicità esistenziale, la certezza in più dopo tanta confusione. Sai che non è così, ma l'illusione resta e si fa cosa cara.

Nelle foto, in ordine di apparizione: vista dal giardino, Coralìa Pignatelli, Poggio delle Rose, interno abitazione, vigneto Porghino.

La foto di Coralia Pignatelli, eseguita da Gerald Weisl, è tratta da www.weimax.com


20 settembre 2006