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Periodico di cultura enogastronomica - In rete dal 1999, per amor di terra

Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
L'idea della costa. I vini più ..... cari dell'Associazione Grandi Cru Costa Toscana.

di Fernando Pardini

"I vini più... cari". Questo il titolo del nuovo appuntamento voluto e organizzato dalla Associazione Grandi Cru della Costa Toscana e svoltosi in quel di Pisa nel mese di novembre di quest'anno. In quel titolo, in quei puntini di sospensione, qualcuno potrebbe cogliervi persino una sottile ironia; quel che è certo è che trattasi di un titolo ben pensato. Il "cari" che c'è lì porta certamente con se l'accezione affettiva del termine, da quando scopri che a parlare saranno i vini bandiera, i più prestigiosi per blasone e nomea, quelli per i quali più rabbiose si fanno da sempre le attenzioni di chi li produce, e di conseguenza - ci si immagina - più sentiti gli affetti. Ma, nell'intento degli ideatori, cari vuol significare anche costosi, e questo per fomentare una volta di più il dibattito dei dibattiti, quello terribile sui prezzi del vino, così complesso da sfiorare ormai intoccabili temi etici. Insomma, prendendo spunto da una curiosa degustazione comparata incentrata su una quindicina di campioni "di costa" dell'annata 2001 (annata d'oro), ci si chiede, tout court, se certi vini ritenuti esemplari traduttori del terroir di appartenenza (almeno nell'intento di chi li produce), siano da considerare realmente costosi oppure il loro valore intrinseco possa giustificarne il prezzo, o persino esulare da qualsiasi valutazione commerciale, come per certe opere d'arte.

Il tema è delicato, e forse anche per questo è stato bellamente rimosso dai commenti di un giorno, praticamente incentrati da parte nostra -scribacchini e degustatori- nel cogliere attenti le fisionomie dei singoli vini, intercettarne le indecisioni, incensarne le virtù, "sentirci dentro " quel territorio, tutti in ballo nella frenesia dello scandaglio sensoriale. Chissà, forse è stato per rispetto nei confronti di un padrone di casa veramente simpatico e ospitale, o più probabilmente perché non si era ben capito di doverne per forza discutere, fatto sta che le considerazioni sul merito, ciascuno di noi, se le è tenute dentro e portate a casa. E io, da casa, nel merito qualcosa da dire ce l'avrei, anche se le mie competenze su mercato, prezzi, brand, filiera lunga o filiera corta, ve lo dico di già, sono senz'altro inadeguate. Io mi affido a una infantile mia proverbiale ingenuità e sostengo l'assoluta libertà di arbitrio da parte di ogni singolo consumatore che al ristorante o in enoteca si trovi di fronte alla scelta di acquistare una bottiglia "difficile" nel prezzo. Si tratta solo e soltanto di una questione personale, etica se volete, di sentirsi bene e a posto (oltre che di potersi permettere la bottiglia), di aver compreso o meno un fenomeno, di averlo accettato con consapevolezza o con medesima consapevolezza rigettato. Al consumatore dunque la sentenza, l'affezione o la disapprovazione. Casomai, dalle inquietudini dei tanti e tanti consumatori disillusi, il mondo vitivinicolo, quello della ristorazione e della commercializzazione, la stampa di settore stessa, ne traggano le oggettive conseguenze. Per quanto mi riguarda posso dire che non concepisco di spendere più di tanto in una bottiglia di vino, e che trovo imbarazzanti certi prezzi sugli scaffali (dio ce ne scampi in certi ristoranti!), troppo spesso associati a bottiglie inconcludenti e impersonali. Ma questo atteggiamento è figlio del mio sentire, e basta, e di una qualche parvenza di esperienza sensoriale che il tempo mi ha concesso di fare. Posso altresì dire però che ci sono vini che bramerei fortemente di poter ospitare nella mia cantina, perché in loro trovo l'irresistibile attrazione, l'incanto, l'unicità, la dignità, il sentimento di una cosa che mi piace, anche semplice, e che guarda un po' non dimora nell'eclettismo forzato, nel marketing aggressivo, nel prezzone a tutti i costi. Dimora nella verità di un bicchiere, nella genuinità e nella trasparenza che riesco a leggervi, finanche,sì, nella capacità di provocare in me una sincera immedesimazione o una piccola scossa. Il brivido indiscreto di cavalcare l'idea del prodotto di nicchia, ricercato e cult, di conseguenza costoso, è un pensiero seducente che da un lato comprendo pure come possa accarezzare più di un produttore ambizioso, consapevole delle sue specificità, dei suoi sforzi e del suo lavoro. Però questo atteggiamento, questa tendenza, questo pensiero- la storia ce lo insegna- non attiene propriamente ai nostri contadini. Per questa gente la fruizione sociale e democratica, "dal basso", di un frutto della propria terra quale il vino, è cumsustanziale alla loro missione campagnola. Ai vignaioli attiene il privilegio della condivisione, non della casta. Non ci sono divisioni né scale sociali in questa visione, casomai affetti e complicità. Ed io resto maledettamente legato a tutto ciò. Pensa te l'ingenuità!

Una cosa è certa, che l'ambizione più o meno legittima di ogni singolo progetto vinicolo "costiero" di Toscana (e intendiamo le province di Massa, Lucca, Pisa, Livorno e Grosseto) può trovare oggi nell'Associazione Grandi Cru della Costa Toscana un portavoce appassionato teso a promuovere ma anche a discutere, senza reticenze od eccessiva prosopopea. Un'associazione che vede giustamente l'unione come una forza (già 70 le aziende aderenti) ma tiene bene a mente i salutari insegnamenti delle differenze. Mi piace pensare allora al tema altrettanto caro della trasposizione leale, o elettiva, di un terroir da parte di certi vini, che è poi il messaggio principe che l'associazione intende filtrare attraverso le numerose iniziative di cui ci rende partecipi. Quel che se ne ricava, e non è una novità, è che la Toscana sia veramente un laboratorio viticolo a cielo aperto. Per questo motivo molteplici sono i terroir, anche nell'ambito della stessa denominazione, con il risultato che a volte si fa giustamente fatica a trovare un filo conduttore. Se a questo aggiungiamo la miriade di terre fino a poco prima vergini che si sono letteralmente concesse -loro malgrado- alla vite, le sostanziali differenziazioni varietali tra vino e vino, le impostazioni agronomiche distanti una dall'altra, le vigne vecchie e le vigne nuove, le interpretazioni cantiniere poco interventiste o al contrario tecnologiche e spinte, quel che ne emerge è un caleidoscopio di sensazioni non sempre riconducibili ad una origine comune, se non nel richiamarsi con più o meno spiccata fedeltà ai crismi stilistici del singolo cru. Ma forse sta proprio qui, nella personalità conclamata di ogni singolo cru, perpetuabile vendemmia dopo vendemmia, l'ìdea di privilegio che indissolubilmente si lega ai luoghi. Se un vino deriva da quel posto là, è naturale che risenta del microclima che c'è là. E questo è un fatto incontestabile, che è già bellezza di per sè. Quel che non si capisce, è perché allora si cerchi a volte di celare, obnubilare, confondere e cancellare le tracce di quel matrimonio per ricercare negli effetti più ovvii e consolatori, giocati sull'impatto e sul cliché, una astrusa idea di personalità, senza il coraggio della trasparenza e della nudità. Forse che il terroir tanto sbandierato non esiste? Io dico che per i vini "più cari", vecchi e soprattutto nuovi (e parlo in generale, non certo riferendomi solo a quelli rappresentati dalla benemerita Associazione Grandi Cru), sia arrivato il momento di svelare, non di nascondere, mettendo magari in pratica la meravigliosa "arte del togliere" nella loro caratterizzazione. È imparare l'equilibrio, la naturalezza, la forza istintiva e brutale ovvero i chiaroscuri di un terroir, se quel terroir realmente li trasmette. E' cercare rabbiosamente l'identità, non l'omologazione. E' abbandonare ridondanze, congetture, accomodamenti, costruzioni e scorciatoie. È riappropriarsi del tempo lento di campagna. È pensare con la propria testa e con la propria sensibilità. È rispetto di se e degli altri. È ascolto attento, non frettoloso, degli insegnamenti non scritti della terra. Solo così, con il coraggio di spogliarsi e di creare, con un mare di vini finalmente "non pacificati" a invadere il mercato, si possono piegare a nostro favore credibilità e futuro. Solo così, nella forza della distinzione, si potrà vincere la battaglia per le biodiversità e far emergere appieno persino "l'idea della costa", tanto cara all'Associazione.

Ecco sì, appunto, i vini costieri. Quelli "più cari" che vi racconto qui sotto sono un piccolo esempio, a volte riuscito a volte meno, di questo intento "nuovo". In certi casi, davvero, un esempio da imitare.

Romalbo 2001 - Cima (sangiovese 75%, massaretta 15%- candia massese - 28 euro)

Fitto e concentrato, con un naso non propriamente espansivo ma compatto, trasuda virulenza in odor di caffé. Sono frutti neri in compressione, terriccio, liquirizia e spezie del rovere a innervare. Poi una bocca morbida e accondiscendente, che lì per lì pare distrarsi su consolatorie ovvietà da quando la senti, insieme al rovere, lisciare e ammiccare. L'impasto, nel proseguio, ne decreta la fisionomia massiccia, potente, calda. Eppure qui ho sicura vivacità e prestanza, anche se la naturalezza espressiva non è il suo forte e la sensazione tattile non è così fine. Che dire?! che la materia prima mi appare molto buona, la confezione discutibile e discussa. Sì, discussa, perché nel frattempo ho ragione di credere che la strada perseguita dal buon Cima a partir dalle annate successive abbia messo da parte le "forzate tentazioni" per tendere verso più trasparenti trasposizioni di terroir, aumentando di fatto godimento, complicità e immedesimazione.

Esse 2001 - Fattoria La Torre (sirah - Montecarlo di Lucca - 45 euro)

Naso vegetal-minerale, di liquiriza e china, corteccioso, grafitico e "ombroso", con le spezie in retrovia. Bocca fasciata e non così sciolta nell'eloquio, da cui spuntano i toni dolci del rovere. Da questo bicchiere una personalità discreta, un che di trasparente e lucido nella fattura, un portamente rigido e altezzoso, senza troppe confidenze, per un vino e un'idea perseguiti con impegno, che devono solo crescere.

Colline Lucchesi Rosso Brania delle Ghiandaie 2001 - Fattoria Colleverde (sangiovese 85%, sirah 15% - Matraia nelle Colline Lucchesi - 20 euro)

Giocoso e ciarliero, alcolico e vivace, tutto frutti rossi e florealità, da quel naso hai in dono soavità più che peso, e un'anima fresca che non dimentichi . Il gusto gradevolmente erbaceo guida una bocca in souplesse, scorrevole, slanciata, freschissima e peperina, senza troppi orpelli o sovrastrutture. La finezza tannica è indiscussa, la spina acida ficcante; in quell'assetto la beva si fa travolgente e sicura. Manca un pizzico di complessità, questo sì, ma è un vino che si libra, ed io -con istintiva complicità- insieme a lui mi confondo.

Colline Lucchesi Rosso Tenuta di Valgiano 2001 - Tenuta di Valgiano (sangiovese 60%, sirah 40% - Valgiano nelle Colline Lucchesi - 55 euro)

Con quel profilo foxy e muschiato non si preoccupa più di tanto dei salamelecchi (a volte melliflui) che attengono al bon ton vinicolo, ma sbandiera senza pentimenti un carattere da toscanaccio, terroso e viscerale quanto lento a uscire. La bocca selvatica, di forte impronta, perentoria, graffiante e scattante, cresce inesorabile all'aria dopo gli iniziali impacci, dimostrando contrappunti e reattività sotto la coltre volitiva e tannica della prim'ora. È un vino passista, di temperamento, che vuole e cerca tempo per rivelare le intimità, e nel suo veleggiare distante dagli approdi stilistici più abusati riesce a cucirsi addosso un abito di razza, nello splendido isolamento che attiene ad una vocazione che ha saputo negli anni farsi sempre più trasparente e "terroiriste".

Reciso 2001 - Beconcini Pietro (sangiovese - San Miniato, provincia di Pisa - 20 euro)

Qui il naso ovattato la prende alla larga per mandartela a dire, lasciando dietro se più il contorno che non l'evidenza del passaggio: caramellature di frutti rossi, grafite, alloro e terra sono suggestioni presenti ma non così incisive, mentre pian piano emergono gli aromi screziati e vegetali di bosso e bacca selvatica. L'attacco in bocca è fresco e sangiovesista, e lui - lo senti - sgomita e si sbraccia dimostrando sicura dignità, specialmente a centro bocca, per poi - peccato- perdere il filo del discorso -pure personale- in quel finale più sottile e semplificato. Da San Miniato ci arriva comunque un sentito messaggio d'amore di verace toscanità, che con gli anni, ne son certo, acquisterà in respiro e profondità.

Nambrot 2001 - Tenuta di Ghizzano (merlot 70%, cabernet sauvignon 20%, petit verdot 10%)- Ghizzano, provincia di Pisa - 38 euro)

Un naso ricco e profondo, compatto ma assai restio alla "motilità" aromatica, si concede con fare baldanzoso su trame di erbe selvatiche e confettura di frutti rossi e neri. La sua boria non ha tutti i torti: difatti una bocca densa, cospicua, viscosa e grossa (non troppo diffusiva ne sfumata) alimenta e conferma un'idea materica di potenza e presenza scenica ad effetto, senza magari quel briciolo di introspezione in più per la mia piena condivisione. Di certo per prestanza si fa valere, sia pur a dispetto del dinamismo, ma il vino risulta ben congegnato e si situa così nel guado di una tensione sperimentale in atto che saprà di certo approdare - complici l'adozione del blend bordolese, dopo gli esordi merlottati en pureté, e una ricerca più rabbiosa di finezza- a nuove e più profonde letture.

VignaAlta 2001 - Badia di Morrona (sangiovese - Badia di Morrona, Provincia di Pisa - 25 euro)

Un naso ridotto, austero e reticente, di terra e oliva nera, annuncia una bocca rigorosa e senza fronzoli, solo in debito di articolazione e dolcezza. Quel finale rigido e rugoso, in odor di frutta secca, fa vibrare in lui un certo animo artisan, ma la sensibilità tattile non appare così elegiaca. Quel che è certo, e che premia gli sforzi della famiglia Gaslini, è che qui il sangiovese lo respiri in ogni dove, e l'onestà di intenti è chiarissima.

 

Bolgheri Sassicaia 2001 - Tenuta San Guido (cabernet sauvignon 85%, cabernet franc 15% - Bolgheri in provincia di Livorno - 130 euro)

Umorale, verace, sulfureo, nudo in quella veste rubino brillante e old fashioned, sciorina riduzioni propositive per concedersi solo più tardi secondo ricami erbacei ben integrati dagli umori di sottobosco e terra, dai balsami, da una sostanziale purezza di spirito. Senti in lui letteralmente trasudare classicismo e toscanità, ben oltre la composizione varietale. La bocca di sincera energia, modulata e forte insieme, è carismatica e dinamica, in perdurante chiaroscuro, da ascoltare ancora e ancora. La naturalezza è esemplare, il soffio e il sentimento quelli di un grand vin, l'evoluzione un po' accentuata ma di indubbia fascinazione, la finezza tannica invidiabile. Insomma, mi sorprendo a sorprendermi (non mi capitava tanto spesso nei Sassicaia giovani del recente passato): di fronte a me un vino di disarmante autenticità.

Val di Cornia Suvereto L'Rennero 2001 - Gualdo del Re (merlot - Suvereto in provincia di Livorno - 48 euro)

Nero. Questo è. Poderoso e presenzialista. Potrebbe tirarsi dietro sospetti e disillusioni, a ben conoscermi. Eppure, da quel naso inizialmente compresso, fitto e balsamico ch'è tutto dire, l'impressione che se ne sale lenta e inattesa è quella di un frutto fresco, vitale, succulento, di mora di rovo e mirtillo, che mi seduce nella sua esclusiva purezza. La bocca densa e carnosa avvolge e spande umori, riuscendo nel mirabile intento di regalare equilibrio, laddove ti accorgi che la freschezza acida e la dolcezza tannica concorrono qui a favore di beva e godibilità, rendendo l'esperienza affascinante, aldilà delle apparenze e dei luoghi comuni. Davanti a me un vino ad alti parametri, che sa coniugare felicemente armonia e futuro e che, a ben vedere, è figlio legittimo della terra che c'è lì.

Arnione 2001 - Campo alla Sughera (cabernet sauvignon 50%, merlot 40%, petit verdot 10% - Bolgheri in provincia di Livorno - 30 euro)

Un naso minerale, slanciato e ricco allo stesso tempo, si concede nitido e ben impresso con indubbia felicità espressiva, per regalarmi un quadro non complesso ma solido e franco, innervato dai frutti neri. Una bocca forte, potente e alcolica, di cioccolato amaro e liquirizia, reclama la ribalta senza aggressioni virulente o pacchiane. Vino tecnico e godibile, resta in attesa di vigne che crescano. Da loro un giorno, semmai, il dono della personalità.

Avvoltore 2001 - Moris Farms (sangiovese 75%, cabernet sauvignon 20%, sirah 5% - Maremma grossetana- 30 euro)

Naso e colore molto concentrati, entrambi. Massiccio, confetturato, caldo, maremmano nel vero senso della parola, si conferma di impatto forte ma poco sfaccettato. La bocca è densa, fiera e pure rigorosa nel diffondere umori terragni con indubbia energia, tal da farsi convincente. La beva qui è seria ed impegnativa, e lunga si fa la persistenza per un vino a tinte forti, muscolare, che ti parla ad alta voce, confermando il valore della materia e l'attaccamento ad un territorio che spinge, da par suo, in potenza e alcolicità.

San Lorenzo 2001 - Sassotondo (ciliegiolo - Sovana in provincia di Grosseto - 30 euro)

Un colore rubino naturale si apre ad un naso pimpante, aereo, circuitore, speziato in odor di Sovana. Nitidezza ed espressività sono qui conclamate, e riconducono precise a un minimo comun denominatore: l'intreccio mirabile vitigno-territorio. Nella particolarità aromatica di quel naso, con quel fondo balsamico e minerale ad intrigare, ci si gioca buona parte del fascino. Ma non mi dimentico della sua bocca: scorrevole e senza orpelli, seria e rigorosa, bella e onesta, è compendio elettivo di agilità ed equilibrio. Quasi fosse una trasposizione soave di umori cari, mi porta alla subitanea immedesimazione con una terra che non ho. Perché è godimento senza troppi perché, e resistergli mi appare una forzatura dello spirito.

Montecucco Rosso Grotte Rosse 2001 - Salustri Leonardo (sangiovese - zona Montecucco in provincia di Grosseto - 27 euro)

Qui il rubino si fa brillante e trasparente. Non ti nasconde di certo le intimità. Qui il naso si fa nobile e sfumato: sono pietra e sottobosco, idrocarburi e terra, malinconia e tepore. Irresistibile nel rigore che non lesina. La bocca introspettiva e vibratile, ricca dentro, fortemente terrosa quanto dolce nella matrice tannica, dimostra evoluzione buona con un grande senso dell'equilibrio. Anima pura di artigianale fattura, si libra e ti confonde, lasciandoti con la voglia di ripossederla. Un grande senso di naturalezza lo pervade. In quel bicchiere, finalmente, la poesia nuda e struggente di un sangiovese d'altura che porta i segni della propria terra.

Morellino di Scansano Capatosta 2001 - Poggio Argentiera (sangiovese 95%, alicante 5% - Maremma grossetana - 22 euro)

Il naso di oggi conserva tutti gli umori del sottobosco, e te li dà. E' naso serio, flemmatico, severo. La bocca, di precisa corrispondenza e lealtà, è potente ma senza smancerie ad effetto, selvosa e netta, grintosa ed orgogliosa nelle cose che ha da dire, assolutamente spogliata dalle ridondanze, solo nerbo e stazza. Non una concessione. Di lei ricorderò la maturità tannica e la solidità strutturale. Di lei ricorderò la trama salda, l'energia motrice, la scia intrigante d'erbe aromatiche e spezie ad arricchire un affresco verace e individuo, in cui le calde e morbide suggestioni maremmane lasciano spazio ad un profilo distintivo più deciso e forte.

(06/12/2005)

Assaggi effettuati nel mese di novembre 2005 alla Stazione Leopolda in Pisa, nell'ambito della manifestazione " I Pisani più schietti".

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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