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La botte di Heidelberg


Ricordi siculi

Un freddo primo gennaio è sicuramente il giorno adatto per tornare con la memoria al bel percorso siciliano che abbiamo compiuto la scorsa estate. Colori e calori così distanti in questo momento, ma ancora così vivi nella mente.

Palermo e il suo Festino

Un comune uso palermitano è quello di indicare col diminutivo individui od eventi grandi e importanti. Così se vi capita di arrivare a Palermo il 14 luglio e vi annunciano, per la sera, il Festino, preparatevi con cura. Non ve la caverete infatti con due passi dietro a una processione religiosa o con uno spettacolino in piazza. Il Festino, ossia la celebrazione della patrona Santa Rosalia, la santuzza - ancora al diminutivo, è la più importante festa della città, in ricordo del salvataggio dalla peste di 377 anni fa.

Ma di cosa si tratta? Di una festa religiosa? Niente affatto, anzi di un grandissimo evento pagano, ché la processione religiosa si tiene il mattino seguente. Un esempio in grande scala di quanto è accaduto in molte parti della Sicilia, come magistralmente e umoristicamente raccontato da Andrea Camilleri in un piacevole libretto edito dall'Edizioni dell'Altana: Gocce di Sicilia. Quasi viene da pensare a una specie di concordato, tra popolo e gerarchie ecclesiastiche, che lascia a quest'ultime la celebrazione dell'evento formale e al primo la sostanza della festa.

Dobbiamo dire che spesso queste moderne perpetuazioni delle feste popolari lasciano assai delusi, al folklore si sostituisce l'affare turistico e al fervore cittadino una abitudinaria e un po' stanca partecipazione. Non abbiamo avuto questa impressione vagando per la città sicula.

La festa, imperniata su di una processione allegorica, permea la città intera, dal normanno Palazzo Reale, al Duomo, al lungomare. Ogni anno la coreogafia si rinnova e quest'ultima, a cura di Pino Caruso, ci è sembrata veramente impressionante. Si celebra Santa Rosalia, ma si parte dall'origine del mito, dalle connessioni storiche e geografiche che legano Palermo al mediterraneo culla del mondo. Ed ecco così, in fronte al Palazzo dei Normanni, un grande quadro che mescola suggestioni classiche e postmoderne, mitologia e fantasia. Acrobati e ballerini appesi a palloni areostatici si muovono al suono di musiche arabeggianti e canti in una lingua che non riusciamo a decifrare (un dialetto antico?), grandi libri vengono sfogliati sulle mura del palazzo, a significare il procedere della Storia, e poi la processione, che inizia a snodarsi verso la seconda tappa, alla cattedrale. La apre un grande chiatta con reminescenze mesopotamiche, un drago accovacciato che circonda una piattaforma dove danzano eteree fanciulle, rappresentazione più che pagana della discendenza mediterranea della santa. Poi arrivano gli acrobati, stavolta sospesi al centro di enormi sfere trasparenti che rotolano sulla via, e poi una lunga fila di cornici fiammeggianti, ognuna con all'interno una ragazza che cura e alimenta fiamme disposte in modo sempre diverso. Seguono una decina di grandi bighe trainate da cavalli d'acciaio e popolate ognuna da una coppia di ballerine che si muovono all'unisono.

E la santa? Eccola, a chiudere la lunga fila, una bronzea Santa Rosalia nascente da una conchiglia con ai piedi la città. Il tutto a forma di galeone con tanto di polena a foggia di guerriero spagnolo e fianchi piumati, mosso da grandi ruote come un tecnologico ippogrifo. Una specie di veicolo alla Mad Max, rilucente e iridescente. Uno spettacolo veramente suggestivo, certo artefatto, ma nella sua inaspettata modernità in grado di suscitare emozioni più di tante false sfilate storiche.

Il secondo quadro di fronte alla cattedrale è altrettanto suggestivo: ieratiche ballerine sul altissimi trampoli coperti da immense gonne si muovono con fare misticheggiante e giovanissime dame ballano su carri ricoperti di fiori, trainati da schiere di giovani a torso nudo e rossi pantaloni. E intorno Palermo, a completare l'opera, con le sue decadenti ville barocche, i tavoli apparecchiati per la strada per cenare o smazzare un paio di partire a carte. I vigorosi Ficus intrecciati a palazzi quasi in rovina e, su tutto, la folla. Immensa, mai vista tanta gente! Tanto multicolore quanto la città è una sovrapposizione di diverse architetture. Palazzi arabi e normanni, facciate barocche e rinascimentali da una parte, greci dalla chioma corvina e fulvi discendenti dei normanni, albanesi e siculi, scuri pakistani e qualche sinuosa africana dall'altra. Rari quest'ultimi nella processione, ma padroni nei vicoli. Attraversandoli per raggiungere il lungomare ci imbattiamo in una festa senegalese, in una piazzetta si mangia e si balla, e ci colpisce la ragazzina bianca, affacciata al terrazzo proprio sopra le danze, che con occhi sognanti osserva i ballerini... troppo giovane per uscire la sera?

Ci lasciamo trascinare dalla marea e arriviamo sul lungomare. Lì la stretta della folla si allenta e passeggiando tra banchetti da fiera e ci mangiamo un gelato. Scelta decisamente fuoriluogo visto che subito dopo incontriamo uno dei vari banchetti dove vengono serviti dei panini ripieni di interiora: i "pani cc'a meusa". Col gelato in mano è difficile pensare all'assaggio, ma lo spettacolo è da non perdere. I piccoli chioschetti sono formati da un gran pentolone di rame in cui sobbolle uno scuro misto di frattaglie. Nella calura estiva, ancorché temperata dalla tarda ora, bolle il pentolone e sudano gli addetti alla creazione del panino, che non è un semplice riempire ma quasi una gara di velocità. Sembra quasi che il panino riesca meglio quanto più velocemente si stratificano polmoni e fegato, milza e cuore, che vengono pescati con abili mosse dalla massa ribollente e sistemati con perizia. Una scena dantesca, che ci lascia con una grande voglia di assaggio, voglia che non riusciremo a soddisfare in questo viaggio.

Scende la processione per il corso, e si avvicina il gran finale, uno spettacolo pirotecnico mozzafiato. Non saranno certo i primi fuochi d'artificio che vediamo, ma questi sono proprio fuoriclasse, per varietà, novità e, naturalmente, intensità.

Monreale

Non ci sarebbe bisogno di dir molto sul celeberrimo duomo di Monreale, stupendo esempio di architettura arabo-bizantina, ma ci piace ricordarlo per come, anche alla seconda visita, è riuscito a sorprenderci. Bella la visita al chiostro, elegante e luminoso nel suo susseguirsi di colonne intarsiate e capitelli dalle foggie più varie. Ma è il duomo che ci sorprende, quasi fosse la prima volta che lo visitiamo. All'ingresso ci accoglie la musica dell'organo ed è forse questo che amplifica l'emozione, come sempre accade in tutti i casi in cui vari sensi partecipano all'esperienza. Non è forse il vino un grande piacere in quanto coinvolge vista, olfatto e gusto? E che dire dell'atto sessuale, che tutti i sensi e persino l'immaginazione pervade? Comunque sia, l'immenso splendore dei 600 metri quadri di mosaici che ricoprono totalmente le pareti interne del duomo non può lasciare indifferenti, ingresso musicale o meno!

La campagna

Cosa ci si aspetta da un viaggio che attraversi la Sicilia in piena estate? Brulle colline e campi riarsi? Bene, ci si sbaglia, e ci si sbaglia di grosso, perché la campagna siciliana è veramente un florido susseguirsi di verdeggianti coltivazioni che mostrano come l'agricoltura, oltre naturalmente al turismo, sia la vera forza di questa regione. Già Palermo è circondata da un bell'anfiteatro verde, ma è procedendo verso Alcamo, sul corno ovest dell'isola, che appaiono le prime bellissime distese vitate, rilucenti sotto il sole di fine luglio e talvolta a far da sfondo ad altre meraviglie create dalla mano umana, come lo stupendo tempio di Segesta. Ed è uno spettacolo che non termina, dalle frascose vigne pianeggianti da cui nasce il Marsala, alle fantastiche vallate che come enormi tondeggianti canali verdi scendono verso il mare nei pressi di Mazara del Vallo. Ma non solo di vino si tratta, ed ecco gli ordinati appezzamenti degli ortaggi, le bionde colline dell'interno coperte degli stocchi del frumento da poco mietuto, le coltivazioni di fichi d'india che incontriamo vicino a Corleone e che danno un'impressione di paesaggio preistorico. Anche qui abbiamo le vigne, e gli impianti di irrigazione a goccia e le lunghe tende bianche che riparano dal sole cocente i grappoli testimoniano di un'agricoltura moderna e redditizia.

Ma gli agrumi? vi chiederete. Eccoli, eccoli, la costa est è il loro regno e il profumo di zagara ci inebria mentre li attraversiamo, nonostante sia già passata la fioritura. E poi i mandorli, tantissimi intorno a Nola, ma diffusi un po' ovunque. Insomma, un campionario impressionante di produzioni che fa ben sperare per l'economia dell'isola, specialmente se continuerà quella ricerca di qualità che sta facendo grande il vino siculo e che già contraddistingue altri prodotti, dai sempre ottimi agrumi ai pomodorini di Pachino.

Edilizia

Non c'è molto da dire, all'eleganza decadente di molte città, al crollante splendore di Noto, all'aristrocratica struttura ottocentesca di Catania, alla poesia di Ortigia e Taormina, alla linda casba di Mazara del Vallo, a tutto questo si contrappone lo sfacelo della costa. Più il mare è bello, e il mare bello non manca, più lo stile architettonico dominante è lo scheletro di cemento, abusivo probabilmente, in vista di divenire villetta. Così è intorno a Scopello, a San Vito lo Capo, a Marsala, e chissà in quanti altri posti. Poco da dire, il peggio è per chi vede a poco a poco sparire la bellezza dei luoghi, non per chi verrà. Non è certo la prima volta che questo succede, la stessa sorte è già toccata ad altri luoghi, e non per questo oggi sono meno famosi e ricercati dai turisti. Un'occhiata alla costa da Taormina a Messina, tanto per restare in Sicilia, è assai istruttiva. L'abitudine farà dimenticare lo scempio e qualche buona legge completerà l'oblio, amen.

Sale

Ci riconciliamo coll'isola ripensando alle belle immagini che ci hanno dato le saline. Le abbiamo attraversate poco sopra Marsala, in barca per raggiungere l'isoletta di Mothya, interessante luogo di ritrovamenti archeologici. Il bianco abbagliante delle montagnole di sale appena estratte dall'acqua purpurea delle vasche ha un che di miracoloso, quasi che i cubici cristalli possiedano una particolare virtù repellente, che impedisca il contatto ad ogni particella che non abbia il loro candore.

Gola

No, la Sicilia non è avara di golosità, non è regione da vacanza dietetica (ma quale in Italia lo è?) ed ecco così che siamo passati da un caffè a un ristorante, da una granita a un filetto di pesce-spada, in una serie troppo lunga per essere ricordata. Ma ci piace comunque lasciarvi qualche impressione e vogliamo iniziare dalle pasticcerie, dalle sgargianti file di paste e dalle cremose e sempre diverse granite che rinfrescavano i nostri risvegli. Le granite, sì, al caffè o alla mandorla, alle more di gelso, anzi ai gelsi come dicono i siculi; cremose come un cappuccino o compatte, con brioscia per colazione o da sole per vincere il caldo. Buone sempre, o quasi. Non abbiamo avuto il tempo di assaggiarle a Palermo, e chiediamo venia, ma ci siamo rifatti in seguito, in un crescendo che dagli ottimi caffé pasticceria del Viale della Vittoria di Agrigento (proprio ai piedi del centro antico) ci ha portato alla più buona granita al caffè che abbiamo assaggiato, alla Premiata Pasticceria Gelateria Bar del Ponte di Cristina in piazza Pancali ad Ortigia, da ricordare anche per l'immensa varietà di paste, rustiche e gustosissime, per concludersi colle innumerevoli pasticcerie di Catania. Catania sì, ci è sembrata il luogo giusto per soddisfare il nostro bisogno di dolce. Ricordiamo il Bar Comis in Piazza Vittorio Emanuele e Spinella e Savia, due locali attigui in via Etnea, che gareggiano per la finezza della pasticceria, la curatissima frutta martorana di pasta di mandorle e la bontà del gelato. E che dire della granita mandorle e gelsi di Caviezel, pasticceria fondata all'inizio dello scorso secolo da immigranti svizzeri? Una pasticceria simbolo di Catania, della sua decadenza, che coincise con la chiusura del negozio, e della sua rinascita, celebrata dalla riapertura avvenuta solo pochi anni fa. Un luogo dove si sono sposate perizia d'oltralpe e tradizioni isolane.

Ma vogliamo anche ricordare l'ultima granita che abbiamo gustato, al Mythos di una Aci Trezza assai cambiata dai tempi del Verga, proprio di fronte ai ciclopi; un posto moderno, senza charme alcuno, se non per la vista sul mare, ma dove ci hanno servito delle more di gelso di una freschezza stupenda.

Questo è quanto, per il settore dolce del cibo, che è veramente quello che più ci ha soddisfatto. Infatti non siamo rimasti particolarmente impressionati dai ristoranti che abbiamo provato, forse per la stagione troppo turistica, forse per scelte non felici. Fatto sta che ne possiamo ricordare solo tre: Alla Kasbah, un bel localino arabeggiante ma moderno, nel vecchio centro di Mazara del Vallo, dove abbiamo gustato un buon cous cous di pesce siculo-tunisino alla Pantesca e una bella scelta di antipasti tipici; il ristorante della prima sera, Mafone 2, nei pressi del duomo di Palermo, dove solo l'inizio con una stupenda fritturina di piccoli pesci valeva la visita e infine il locale storico di Catania, Turi Finocchiaro che dal 1900 sfama cittadini e turisti. Il ristorante più storico del centro storico si trova in via Euplio Reina, nei pressi del duomo, e presenta una cucina tipica e assai saporita. I piatti hanno nomi dai suoni pieni come il loro contenuto: ricordiamo i Tagliolini alla Carrapipana, con sugo di pomodori secchi, i Rigatoni ai mille sapori Eoliani, conditi con un'infinità di verdure, le Polpette alla Civitota, annegate in una densa salsa di pomodoro, la Trinca alla Catanese e il trancio di pesce all'Acqua Pazza. Andateci ben affamati!

Vino

Non abbiamo certo attraversato la Sicilia in veste astemia. Ecco così un ricordo dei vini che ci è capitato da assaggiare. Iniziamo con un bel prodotto, l'Alcamo DOC Carta d'Oro 2000 delle cantine Rallo. Il colore è paglierino carico segnato da una leggere effervescenza. Composto da uva cataratto e damaschino dichiara 12% alcolici e si presenta con un naso di media intensità e aromi eleganti di agrumi e frutta, diremmo pesca. Al gusto è deciso e sapido, di bella presenza e pulizia. La bocca è poi segnata da un tono amarognolo e da una giusta vena acida che spinge il vino su un finale lungo e piacevole in cui ci pare di percepire l'apporto del legno. Percepiamo mandorla e sentori di miele. Lo gustiamo su novellame fritto e su un sautè di fasolari a cui si abbina ottimamente.

L'Alcamo DOC Alhambra 2000 di Spadafora è di colore pallido e non molto intenso al naso. Percepiamo agrumi e sentori minerali. Al gusto è vivace e di nuovo si distingue per aromi citrini. Il corpo è solo medio, così come la persistenza, e la beva è piacevole. In complesso un vino non molto espressivo, pulito e piacevole, ma non molto di più.

Il Grecanico Sicilia IGT 2000 di Mandrarossa non ci ha impressionato. Tenue aromaticamente e poco corposo. I profumi, come abbiamo detto poco intensi, spaziano dai cenni floreali al mineral-salino e al gusto lo troviamo amarognolo e acidulo, di persistenza solo media. Corretto, niente di più.

Il Damaskino 2000 di Donnafugata è di color paglierino marcato e sprigiona profumi mediamente intensi di agrumi e frutta esotica. In particolare percepiamo mandarino, mango e forse un accenno di gelsomino, per una buona piacevolezza e complessità olfattiva. Al gusto invece il vino risulta un po' magro e asciutto, su toni minerali e leggermente asprigni. Medio il corpo.

Dell'Azienda Agricola Vasari abbiamo assaggiato l'IGT Sicilia Mamertino Santa Lucia; un prodotto abbastanza elaborato, a base di uva cataratto, inzolia e grillo, affinato in barrique. Vino dal colore paglierino carico e dai 12 gradi alcolici. I profumi sono un po' sovrastati dalle cessioni legnose, ma in sottofondo percepiamo un frutto un po' secco, datteri e noci. La storia si ripete al gusto dove il frutto è sottotono rispetto agli aromi terziari, anche se in definitiva l'effetto non è malvagio e il vino mostra un buon corpo e un'aromaticità che lo può proporre per abbinamenti non banali per un vino bianco.

Ed infine due rossi:

il Regaleali Rosso 1999 Tasca d'Almerita è un prodotto assai diffuso in tutta italia, che come dote principale ha la bella beva. Il vino è fatto con uva perricone e nero d'avola. Il colore è rosso rubino non vivissimo, né intenso. I profumi, di media intensità, si giocano tra il lampone e un sentore animale (pelliccia) un po' rude ma che non dispiace. La bocca è piena e moderatamente aggressiva, viva e di media lunghezza. Un prodotto verace e come abbiamo detto ben bevibile, con spunti ferrosi e aciduli che tengono alta la tensione gustativa.

Il Fiammato 2000 dell'Azienda Agricola Miceli è un IGT Sicilia a base di nero d'avola. Anche questo è un prodotto di facile beva, rotondo e fruttato. Ai profumi di ciliegia si associano spunti vegetali che ricordano il sambuco e al gusto mostra una leggera abboccatura che lo rende ancora più facile. Come difetti principali troviamo il frutto un po' ossidato e una sovralcolicità che tramuta la ciliegia dell'olfatto in un frutto sottospirito. Niente di troppo grave comunque, ed il vino si beve assai bene.

Catania e l'Etna

Il nostro viaggio è al termine. Abbiamo parlato di genti e di cibo, di paesaggi e di vino, ma il vero terrificante spettacolo ci attende alla fine. L'Etna, in fase eruttiva non turistica, come è definita scherzando dai Catanesi, ci accoglie con una pioggia di cenere che avvolge Catania proprio il giorno del nostro arrivo, con un effetto veramente tetro. La città è quasi annichilita sotto la coltre nera, la circolazione è difficoltosa e la vivace vita notturna della città stenta a realizzarsi. Ma è solo impressione di una sera, il vento cambia, la cenere si allontana e Catania torna l'elegante e solare città nobile dell'isola. Trascorriamo la mattina a spasso, con un occhio al turbinoso pennacchio che ci sovrasta, ci piacciono i contrasti, le viste parigine e la ribollente popolarità della pescheria, il fantastico mercato ittico a due passi dal duomo. La cenere pian piano scompare dalle strade ma Lui è sempre lì, presente, e prima di lasciare la città non resistiamo, imbocchiamo la lunga strada in salita che porta sul vulcano e restiamo abbacinati, nell'oscurità che avanza, dal grandioso spettacolo del fiume di lava e dalle incessanti esplosioni che ci mostrano il ribollente cuore del nostro pianeta.

Luca Bonci
(14/1/2002)

Le foto:
Palermo, Palazzo dei Normanni (da Sicily Photos)
Colonne del chiostro di Monreale
Vigne sullo sfondo del tempio di Segesta
Salina di fronte all'isola di Mothya
Il vecchio negozio della pasticceria Caviezel
Duomo di Catania (da Sicily Photos)

 


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