Il mio Teroldego (prima parte)
di Riccardo Modesti

Una delle rare volte in cui si è parlato di vino in programmi televisivi di grande ascolto è stato nel maggio scorso durante la trasmissione "Porta a Porta", il noto salotto condotto da Bruno Vespa. Lo scopo di quella trasmissione era di nominare il miglior vino d’Italia, un obiettivo ambizioso realizzato con un criterio piuttosto discutibile: vennero scelti un vino per ognuna delle guide dei vini più rappresentative e, tra questi, una giuria di esperti del settore selezionò quello che considerarono il migliore. Da Vespa a vespaio il passo fu breve, vi ricordate, grazie alle guasconate del grande Vissani, che per me grande lo è davvero anche se i suoi detrattori gli rimproverano di presenziare più in televisione che in cucina. Vinse il "Granato" prodotto da Elisabetta Foradori, un vino prodotto dal vitigno teroldego in purezza. Foradori, già personaggio molto importante nel mondo del vino "che conta", ottenne la consacrazione definitiva.

Tralascio di riportare i commenti, molto pertinenti peraltro, che seguirono a questa nomina, anche se rimase in me la curiosità di approfondire la cosa. Non acquistai una bottiglia di "Granato", rintracciabile senza molta difficoltà in enoteca a un prezzo nei dintorni dei 30 euro, ma annotai mentalmente il teroldego, un vino che mi aveva già incuriosito alcuni anni fa quando, tornando da una scorribanda sciistica in quel dell’Alto Adige, mi fermai alla prima cantina fuori dall’autostrada e ne acquistai un paio di bottiglie.

Il 2002 è l’anno del teroldego, lo sapevate ? Lo è in Trentino, dove la Camera di Commercio di Trento ha deciso che ogni anno promuoverà due vitigni trentini, il secondo per quest’anno è il muller-thurgau. In più, dal 30 agosto al 1 settembre si è svolta a Mezzocorona, in provincia di Trento, la Mostra del Teroldego, un appuntamento in cui è possibile degustare la maggior parte della produzione.

Altri motivi di sicuro interesse rispetto a questo vitigno sono lo stretto legame con un fazzoletto di terra chiamato Campo Rotaliano e il fatto di avere una propria denominazione chiamata Teroldego Rotaliano DOC. In questo caso il legame tra denominazione, vitigno e territorio è davvero forte.

Ci sono quindi le premesse per una "campagna Rotaliana" ricca di scoperte: tuttavia, la comprensione completa del fenomeno non può non passare attraverso le persone, ovvero i vignaioli.

Alcuni di loro li ho potuti incontrare in questo giro, altri mi riprometto di andarli a trovare più avanti, quando l’uva sarà stata vendemmiata e, forse, avranno qualche minuto e tranquillità in più per fare quattro chiacchiere insieme.

Il territorio

Il Campo Rotaliano, o piana Rotaliana, si trova in Trentino: per chi percorre l’autostrada del Brennero in direzione Bolzano lo può identificare facilmente come l’allargamento della valle dell’Adige all’altezza del casello San Michele all’Adige – Mezzocorona. Il Campo non ha sempre avuto questo aspetto: lo ha assunto da quando gli Imperatori d’Austria Ferdinando e Francesco Giuseppe, tra il 1848 e il 1852,.decisero di mettere mano là dove il torrente Noce, proveniente dalla Val di Non, si immetteva nel fiume Adige al fine di porre rimedio alle frequenti alluvioni che tormentavano la zona. Il Noce, che seguendo il suo percorso naturale si immetteva nel fiume principale all’altezza di San Michele, venne canalizzato con un percorso che lo fa piegare, all’altezza di Mezzolombardo, verso sud, fino a immettersi nell’Adige all’altezza di Zambana Nuova senza arrecare ulteriore danno.

Una volta sgomberato il Campo da questo scomodo protagonista, rimase un terreno fluviale molto particolare, con presenza di limo in superficie e di ghiaia, sabbia e ciottoli in profondità di natura molto diversa tra loro: granito e calcare del gruppo Presanella, arenaria porfirica dell’Ortles-Cevedale, porfido quarzoso del Penegal, calcare e dolomia del Brenta. Il drenaggio è assicurato da una granulometria degli strati profondi più che buona, seppure variabile da un punto all’altro all’interno del Campo, permettendo quindi l’allevamento della vite anche in un terreno assolutamente pianeggiante come questo.

Voglio citare la partecipazione, nei lavori di regimazione del Noce, di Luigi Dorigati, antenato e fondatore dell’azienda Dorigati

Il vitigno

Il vitigno Teroldego, per le sue carattersitiche complesse, rappresenta una bella sfida per tutti, lasciando la sensazione che non sia ancora stato completamente esplorato nelle sue potenzialità.

Fornisce la sua migliore espressione qui, nella piana Rotaliana: si è tentato, finora senza un risultato equivalente, di piantarlo altrove, per esempio in Veneto e in altre zone del Trentino. Qui nella piana viene allevato a Pergola Trentina, e le ragioni sono almeno due: la prima, la non fertilità delle gemme basali costringe a una forma di allevamento in cui la pianta possa svilupparsi in verticale. La seconda, la Pergola Trentina è il sistema d’allevamento tradizionale della zona: delle pergole di ogni genere e qualità e a qualsiasi latitudine si è sentito dire ormai di tutto, principalmente in negativo, e vedremo che anche in questo caso non ci sono eccezioni a questa regola, e le sperimentazioni alternative sono già partite.

L’epoca di germogliazione è media, quella di maturazione glucidica medio-tardiva, la produzione è abbondante e costante, il grappolo si presenta mediamente di peso elevato. Un problema che si ha è che la maturazione polifenolica è ritardata rispetto a quella glucidica, quindi antociani si ma corredo tannico molto scarso.

Il vitigno sembra presentare affinità genetiche con Lagrein, Syrah e Marzemino, anche se non c’è ancora niente di certo. Una gustosa leggenda riguardo la nascita del vitigno narra che un tempo esisteva un drago che terrorizzava la popolazione, la cui casa era posta dove ora si trovano i ruderi del Castel San Gottardo, sulla parete sud del Monte di Mezzocorona. Il Conte Firmian uccise il drago grazie a uno stratagemma e ne portò il corpo a fondovalle per festeggiare con la popolazione la fine del flagello, senonchè alcune gocce del sangue del drago caddero nel terreno e in quel punto nacquero le prime viti di Teroldego. A chi piace rimanere legato alla scienza basti la prima versione, tutti vitigni che hanno origine nell’Asia minore.

 

Anche per quanto riguarda il nome ci sono diverse versioni: esiste un toponimo chiamato Teroldeghe, prima interpretazione, oppure è una deformazione del termine Tirodola, vitigno diffuso nell’alto Garda che prende il nome dalla tipologia di allevamento a tutore vivo, le cosiddette tirelle. Sta guadagnando terreno la versione secondo la quale il Teroldego altro non è che il Tyrolergold, vitigno già conosciuto in Germania in epoca tardo-medioevale.

In realtà si parla di questo vitigno già ai tempi del Concilio di Trento, ne parlò poi Paolo Diacono, se ne scrisse in un atto di compravendita datato 1383, Cesare Battisti definì il Campo Rotaliano il più bel giardino vitato d’Europa, insomma, è un vitigno che ha una sua storia e tradizione.

Prima della creazione del Campo Rotaliano era già peraltro coltivato lungo i conoidi che tutt’oggi si possono vedere in zona, uno per tutti quello sul quale sorge parte dell’abitato di Mezzocorona.

Il vino

Il teroldego è un vitigno versatile, e viene lavorato per ottenere vini di pronta beva, vini di medio invecchiamento e vini novelli, tipologia quest’ultima in cui sembra davvero avere una marcia in più.

Caratteristiche dei vini a base di Teroldego sono un colore rubino molto intenso con riflessi violacei, una piacevole vinosità, profumi fruttati intensi, dove spicca bene la mora, e una piacevole acidità. Un’elevazione in legno è sicuramente necessaria se si vuole farne un vino da invecchiamento che, comunque, difficilmente può diventare un campione di longevità. Un passaggio in legno, attraverso la cessione di tannino, permette anche la stabilizzazione del ricchissimo patrimonio antocianico.

Il teroldego ha l’onore di avere una DOC, chiamata Teroldego Rotaliano DOC, tutta per sè in una terra, il Trentino, che non presenta molte eccezioni alla regola del grande cappello della DOC regionale.

Il disciplinare, ultima modifica targata 1987, ci dice che il Teroldego Rotaliano deve essere prodotto da uve teroldego al 100% e delimita la zona di produzione alla porzione di Campo Rotaliano ricadente nei comuni di Mezzolombardo, Mezzocorona e Grumo di San Michele all’Adige.

Il colore tipico è rosso rubino con riflessi violacei, profumi fruttati, leggera tannicità e tipico retrogusto di mandorla, che peraltro non ho mai sentito.

Se la gradazione alcolica supera gli 11,5% può fregiarsi della qualificazione "superiore", se invecchiato per un periodo minimo di 24 mesi può fregiarsi della qualificazione "riserva".

La superfice iscritta nel 2000 è stata di 447 ettari, per un totale di 438 ettolitri circa.

Questo disciplinare prevede una resa massima di 170 (centosettanta) quintali per ettaro. Uno scandalo che in Trentino ha già dei precedenti, ma al quale si sta cercando di mettere mano.

Le persone

La giornata comincia a Mezzocorona presso l’Azienda Agricola Donati Marco, vignaioli da 5 generazioni: di quest’azienda ricordo una bella interpretazione di Teroldego chiamata Teroldego Rotaliano DOC Riserva Sangue di Drago, assaggiata durante la manifestazione "Trentino top wine" svoltasi a Milano nel mese di Maggio.

All’epoca avevo incontrato la Sig.ra Emanuela Donati, moglie di Marco Donati, che mi aveva colpito per la sua simpatia e disponibilità. "Venga a trovarmi", mi disse alla fine del nostro breve colloquio dal quale era risaltato l’attaccamento a un interpretazione del Teroldego più legata alla tradizione, dove questa parola aveva non il significato stantio che si potrebbe immaginare, ma una volontà di interpretare la modernità del prodotto restando legati a principi che affondano le radici nella tradizione.

Ed ecco a Maso Donati la pergola trentina in tutta la sua bellezza, e una vigna posizionata in modo perfetto: il monte di Mezzocorona a nord, a proteggere dai venti e a rilasciare durante la notte il calore accumulato durante la giornata, a ovest l’imboccatura della valle di Non, che assicura un arieggiamento costante. L’orientamento della vigna, giustamente, è posizionato sull’asse ovest-est, i grappoli sotto la pergola sono costantemente arieggiati. Da qui si vedono i ruderi del Castel San Gottardo, quello della leggenda del drago: ma qui la realtà è il Sangue di Drago, e quindi torniamo alle persone. Marco Donati è in tenuta da muratore con tanto di cazzuola in mano, anche qui si rinfresca la cantina prima di cominciare il periodo di vendemmia, e non può dedicarmi più di un saluto.

Mi intrattiene quindi Emanuela Donati, con la sua gentilezza e disponibilità: ci tiene a mostrarmi la sua vigna, della quale ne è innamorata e della quale già a Milano mi aveva parlato in tono entusiasta "Aprire la finestra e vedere tutta quella pergola, è bellissimo". I Donati si sono appena concessi qualche giorno di vacanza "Era da tanto tempo che non ne facevamo, ed era necessario staccare anche solo per qualche giorno", mi dice. E io penso: ma questo si chiama stress, e io che pensavo che solo a Milano si potessero dire queste cose.

Passeggiando per la vigna Emanuela Donati mi spiega che l’Azienda è nata nel 1863, che la pergola richiede 600 ore di lavoro all’anno per ettaro, compresi diversi passaggi per la pulitura verde e per il diradamento dei grappoli e che molta della manodopera che collabora con loro sono extracomunitari che lavorano volentieri, e a questo proposito mi dice che "Non abbiamo mai avuto problemi, chi riteneva che il lavoro fosse troppo duro se ne è andato da sè dopo un paio di giorni". E con nostalgia mi racconta che una volta questi lavori li facevano le persone del paese, un modo per stare insieme ma anche tanta esperienza che bisogna giocoforza trasmettere a più persone che, magari, non hanno mai lavorato in una vigna. "Bisogna stare attenti, se uno sbaglia può rovinare la pianta", mi dice. Guardando le pergole mi vengono alla mente le obiezioni che sento fare dai detrattori di questa forma d’allevamento, una delle quali è che l’uva può essere più soggetta a problemi determinati dallo scarso arieggiamento del grappolo, e ne chiedo conto: la risposta è che l’arieggiamento si può ottenere sia distanziando in modo opportuno i filari sia rimuovendo la parte verde della pianta. Tra un filare e l’altro, mi racconta, era consuetudine coltivare altro, principalmente la patata, pratica ormai abbandonata in contesti di viticoltura specializzata.

Terminata la passeggiata, non prima di avermi mostrato la cantina che è piuttosto bella e contiene una botte grande molto particolare con il frontale riccamente intagliato e decorato, botte non più utilizzata ora con l’avvento delle barrique, ci sediamo per continuare la chiacchierata e degustare i vini a base di Teroldego che l’Azienda produce.

Emanuela Donati mi racconta che è davvero dura: oltre ai 7 ettari del Maso, dove convivono teroldego, lagrein e merlot, hanno altri 18 appezzamenti da seguire coltivati con altri vitigni, alcuni addirittura nella zona di Rovereto. "Ci vuole la passione", mi dice, un concetto che sento ripetere da tutti quelli che incontro, ma effettivamente nel 2002 ci sono sicuramente attività più tranquillizzanti e remunerative, magari meno romantiche, di quella del vignaiolo. "Faccio un pò di tutto", mi dice: potature, diradamenti, pulizie, contabilità, corrispondenza, pubbliche relazioni. "Gli unici momenti in cui mi fermo sono quando venite voi", mi dice.

Poi arrivano i bicchieri e si parte con il Teroldego Rotaliano DOC Bagolari, vendemmia 2000, imbottigliato nel mese di aprile, che non vede legno, un vino dal colore rubino con riflessi violacei, luminoso, con profumi fruttati intensi, di buona struttura e buon equilibrio, leggermente corto in bocca, gradazione 13%. Le bottiglie prodotte sono circa 25.000 per un prezzo di poco superiore ai 7 euro.

Il già citato Sangue di Drago è la riserva prodotta da vigne molto vecchie con resa limitata. E’ un vino che piace per il colore, rubino scuro molto cupo con riflessi violacei, profumi intensi di fruttato e speziato, frutto non stramaturo, ancora abbastanza fresco, una discreta complessità insomma. In bocca ha una bella stoffa e una bella persistenza, è una vendemmia 1999 appena imbottigliata e quindi non è ancora in forma perfetta, infatti c’è ancora qualcosa da smussare: il legno, 24 mesi di barriques, si nota appena, e si beve decisamente bene. Prodotto in circa 3500 esemplari, è venduto a un prezzo intorno ai 14 euro, un prezzo giusto, forse fin troppo economico.

Il teroldego entra anche nell’IGT Vigneti delle Dolomiti Vino del Maso, in uvaggio con il merlot e il lagrein: solo acciaio per un risultato interessante, un colore rubino scuro impenetrabile, profumi erbacei e fruttati, e un bell’equilibrio in bocca che, per un prezzo intorno ai 7 euro, ne fanno un vino che non è da farsi sfuggire. Sempre a base di teroldego è il novello, prodotto da macerazione carbonica, un vino che si trova solo su prenotazione.

E la famosa trasmissione "Porta a porta" ? "Erano i giorni del Vinitaly, non l’ho vista, ma il giorno dopo ne parlavano tutti", mi dice.

Una battuta anche sulle capacità di marketing e comunicazione dei trentini: "Siamo chiusi, dobbiamo fare di più per proporre in nostro prodotto, non basta aspettare che la gente venga qui in cantina per conoscerci", e mi sottolinea l’importanza di manifestazioni come quella di Milano alla quale ho accennato in precedenza.

Emanuela Donati, prima di congedarmi, mi consiglia una breve escursione con la funivia fin su al monte di Mezzocorona, da dove si può godere un bel panorama sul Campo Rotaliano.

Saluto anche Marco Donati che, lasciata per un attimo la cazzuola, mi esprime la sua speranza affinchè prima della vendemmia, prevista intorno al 20 settembre, ci possa essere un periodo caldo e asciutto, con buone escursioni termiche, per portare a termine in modo perfetto la maturazione. Temo che non sarà accontentato per quest’anno.

L’escursione al monte di Mezzocorona l’ho fatta davvero, e ne valeva la pena: purtroppo la giornata, seppur soleggiata, non era ideale e il panorama si è presentato disturbato dalla foschia. Però qui è molto bello: il Campo Rotaliano si presenta quasi per intero, si vedono la Paganella, il Monte Bondone e i vigneti all’imbocco della Val di Cembra, altra zona importante della viticoltura trentina, ma questa è un’altra storia. A pranzo accompagno i bocconcini di capriolo in salmì con polenta con un calice di Teroldego Rotaliano DOC Riserva dell’Azienda Endrizzi, e questo vino mi piace molto, accompagnando in modo ideale il piatto. Il naso è più variegato, ci sono note fresche balsamiche, un ricordo di cioccolato, un frutto meno fresco ma più concentrato. Enologo di questa azienda è Pierfranco Giovannini, che incontrerò più tardi durante la giornata.

La tappa successiva nel mio viaggio mi porta presso l’Azienda Agricola Roberto Zeni, a San Michele all’Adige, frazione Grumo. Anche questa scelta non nasce dal caso ma da un assaggio fatto, sempre a Milano, del Teroldego Rotaliano Riserva DOC Pini, un vino che mi aveva impressionato per concentrazione, morbidezza e persistenza.

A Milano avevo incontrato Andrea Zeni, che era stato molto gentile e competente, qui incontro invece proprio Roberto Zeni che guarda al teroldego con un occhio diverso: lui la pergola trentina l’ha già eliminata dappertutto, l’unica che resiste è solo quella dove viene allevato il teroldego. L’idea è che la pergola induca il vitigno a essere troppo produttivo, e Zeni vuole rese basse, e che la densità di impianto sia penalizzata dal fatto che ci vuole spazio tra un filare e l’altro per fare circolare l’aria, e Zeni vuole alte densità. La risposta a questi dubbi è un impianto sperimentale a spalliera allevata a guyot, tra l’altro fuori dal Campo Rotaliano e precisamente nella zona di Sorni, in collina, a 450 metri di altitudine, presso Maso Nero, uno dei terreni di proprietà in cui sono già presenti altri vitigni. Un altro problema che la pergola pone è che, in caso di precipitazioni, la superficie fogliare orizzontale impedisce una perfetta evaporazione dell’umidità, che viene quindi trattenuta più a lungo, con conseguenze negative: a supporto di questo afferma che la peronospora colpisce un allevamento a pergola tre volte tanto rispetto a uno a guyot. In più, il teroldego produce acini dalla buccia sottile che, quindi, non devono appoggiare da nessuna parte: questo è possibile se il grappolo penzola da una pergola, ma in una spalliera questo non viene garantito. La buccia sottile è anche meno resistente alla pioggia, e in questo contesto la pergola assume la funzione di protezione del grappolo, che viene allo stesso tempo protetto anche dal sole, fatto questo che compromette l’ideale maturazione fenolica.

Come si può vedere la questione è piuttosto intricata e bisognerà attendere qualche anno per capire se l’innovazione soppianterà la tradizione: però Zeni ha le idee chiare e vuole tentare.

E la famosa trasmissione "Porta a porta" ? "E’ stato come quando vince la Ferrari, abbiamo vinto tutti, le ho mandato subito un telegramma per congratularmi". E si ricorda di quando Elisabetta Foradori non aveva ancora sfondato, della fatica e dell’impegno che ha messo anno dopo anno per arrivare al massimo. "Ci ha creduto fino in fondo e ce l’ha fatta", mi dice Zeni, riconoscendole il ruolo di traino della zona, un traino di prestigio. Ma Zeni ammette anche che è solo da qualche anno che l’azienda sta prendendo sul serio il teroldego, e che si può e si deve fare di meglio. Sottolinea inoltre il buon rapporto tra i produttori, i quali si misurano spesso in degustazioni alla cieca che organizzano di tanto in tanto, un modo per confrontarsi che Zeni giudica positivamente, anche perchè spesso il suo vino risulta essere molto apprezzato.

Il Teroldego Rotaliano DOC che degustiamo insieme non mi convince molto in bocca, presentandosi un pò aggressivo, pur avendo un bel colore rubino scuro intenso con riflessi violacei, e un naso con profumi intensi fruttati. Ne vengono prodotte 50.000 bottiglie a un prezzo intorno ai 9 euro, gradazione alcolica 13%. Questo vino, annata 2001, viene fatto in acciaio per il 90% e in barrique per il 10%. La scheda tecnica riporta anche il portainnesto, lo Schwarzmann.

Per quanto riguarda il già citato Pini compariamo le annate 1998 e 1999, e il risultato è piuttosto interessante, poichè scopro che il vino che tanto mi era piaciuto a Milano, il 1998, è stato battuto dall’annata successiva, più rotonda, più persistente, più accattivante. Certo, entrambi hanno caratteristiche di prim’ordine quali un naso molto ampio di profumi, frutta rossa, menta, cioccolato, leggera tostatura e leggerissima speziatura, e una bocca che ha buona morbidezza, piacevolezza e un ottimo equilibrio garantito dall’acidità, facendone un vino molto piacevole da bere. L’annata 1999 dice 13% per un prezzo intorno ai 20 euro, molto ben spesi.

Anche Zeni fa un novello a base Teroldego: lui dice di fare il novello più buono d’Italia, mi riservo di verificare questa sua affermazione. Per lui il novello è importante, "è una marcia in più per recuperare valore e immagine".

Zeni mi porta poi a vedere questo impianto di Teroldego allevato a spalliera: la vista sulla vallata è incantevole, la vigna è in pendenza vertiginosa, ci sono i grappoli sulle piante, sembra tutto a posto, vedremo.

La giornata è ancora lunga: rintraccio Pierfranco Giovannini presso uno degli stand allestiti per la festa del vino di Mezzocorona, lo stand 11, "quello della pallavolo" mi dice per telefono. Nel frattempo faccio in tempo ad assistere a parte dell’apertura della festa, con discorso del sindaco, banda e via discorrendo. Lo stand è allestito in un magnifico cortile interno di una casa del centro storico del paese, ci sono panche e tavoloni, e si preannuncia una serata per lui impegnativa, in cui si mangerà e si berrà in pace con il mondo. Giovannini ha addosso un grembiule, lavorerà allo stand tutta la sera, mi dice subito, dedicandomi il tempo che può prima che gli avventori arrivino. Lui è il presidente della squadra di pallavolo femminile, l’associazione pallavolo "Il basilisco", ancora la leggenda del drago quindi.

Mi racconta quindi il suo teroldego: "molti antociani, poco tannino e sostanze polifenoliche" e a queste carenze l’apporto del legno è importante per stabilizzare il colore e aggiungere del tannino, pur sottolineando che è in campagna dove si deve lavorare bene perchè il vitigno possiede un’acidità naturale elevata. Anche Giovannini mi sottolinea la duttilità del vitigno e il piacevole fruttato che possiede, che ne possono fare un vino moderno, immediato e che può attirare un pubblico giovane.

La versione base del suo teroldego si avvale di un passaggio in fusti, mentre la riserva passa in barrique già usate: per lui la barrique è solo uno strumento che serve ad arrotondare il vino e basta.

Mentre parliamo mi fa assaggiare il suo Teroldego Rotaliano DOC base, annata 2000, che mi piace più degli altri, per la sua buona beva e la bella persistenza.

Anche Giovannini mi sottolinea il problema della maturazione fenolica ritardata, che può essere raggiunta solo grazie al caldo.

Poi due osservazioni interessanti: la prima, il teroldego visto come un grande vitigno rovinato dal vivaismo che ha prediletto negli ultimi anni solo cloni superproduttivi, che producono grappoli grossi, da innestare su portainnesti altrettanto vigorosi e produttivi. A riguardo mi spiega che sta curando una selezione massale su vigneti vecchi di almeno 80 anni, quelli che erano meno produttivi e più qualitativi.

La seconda osservazione riguarda il nome teroldego, secondo lui non sufficientemente difeso e valorizzato, e mi cita l’esempio della possibilità di recare in etichetta il nome del vitigno per l’IGT Delle Venezie. Anche in questo caso si ripropone l’equazione vitigno=territorio.

A questo punto mi deve lasciare perchè il dovere lo chiama: mi lascia in compagnia di un risotto al teroldego, ma non solo.

Mario Wittman è il padrone di casa, uno degli abitanti dell’edificio nel cui cortile è posto lo stand. Si siede al mio tavolo e comincia a raccontarmi qualcosa di Mezzocorona, dove il sindaco lo incontri per strada e ne conosci vita, morte e miracoli. Mi racconta delle ultime elezioni comunali, nelle quali il sindaco uscente, in carica da 12 anni, non è stato riconfermato solo perchè, in fondo, si voleva cambiare. Dal punto di vista della gestione della cosa pubblica tutti tirano dalla stessa parte, non ci sono lotte di potere che, come si può vedere in altri contesti, si ripercuotono negativamente sulla collettività.

Mi offre il caffè e mi fa conoscere una miriade di personaggi locali tra cui il sindaco, il vicesindaco e il sindaco uscente di Mezzocorona, il sindaco di San Michele all’Adige, il sindaco di Roverè della Luna, e mille altre persone che saluta. Tra una presentazione e l’altra rifletto su come sia diversa la mia realtà di cittadino milanese: potrei mai trovare Gabriele Albertini per strada alla festa di paese con tanta facilità ? Ma a ciascuno il suo posto, e il mio, a questo punto, è il banco d’assaggio del Teroldego all’interno di Palazzo Firmian, 5 euro per il bicchiere e una ventina di vini a disposizione.

Qui rincontro Emanuela Donati con le dita sporche di viola, che mi dice: "E’ il colore del teroldego, non va via facilmente", reduce dal lavoro pomeridiano in vigna, e Roberto Zeni, più elegante ma con la stessa verve di quando l’avevo lasciato poco prima.

Intanto una critica agli organizzatori la vorrei proprio fare, ed è la seguente: un banco d’assaggio in queste condizioni non permette di fare analisi tecniche per le cattive condizioni di illuminazione, per lo spazio limitato a disposizione, per la mancanza di piani di appoggio comodi su cui appoggiare il bicchiere e un blocnotes per prendere appunti. Una critica anche ai produttori, o perlomeno ad alcuni di essi: pochi hanno portato la versione Riserva del loro Teroldego, tra di essi mancava anche il famoso "Granato", che qualcuno ha inutilmente cercato ma che, forse, è stato considerato troppo nobile per questa manifestazione: peccato. Nonostante queste premesse, l’assaggio di vini provenienti da diversi produttori mi conferma le impressioni che avevo avuto degustando insieme ai miei interlocutori, ovvero che il Teroldego Riserva riesce sempre a piacere, mentre le versioni base hanno spesso qualche punto debole, come la mancanza di equilibrio o la poca persistenza. Non cito i cattivi, ma i nomi buoni sì, e lo faccio volentieri: Teroldego Rotaliano Superiore DOC dell’Azienda Agricola Gaierhof, annata 2000, un base-non base ben sopra la media, e due riserve, Teroldego Rotaliano Riserva DOC Le Cervare della Azienda Agricola Zanini Luigi, annata 1999 e il Teroldego Rotaliano Riserva DOC della Cantina Rotaliana di Mezzolombardo, un vino del quale anche Roberto Zeni mi aveva parlato bene.

La giornata non è ancora finita: nell’ambito della manifestazione c’è anche una conferenza che promette di avere un taglio "tecnico", guidata dall’enologo Paolo Inama.

La conferenza è interessante, il taglio è davvero abbastanza tecnico e lo diventa ancora di più per alcune domande da parte del pubblico che, mi è parso, abbiano sorpreso lo stesso Inama per la puntualità e la profondità delle questioni sollevate.

Anche Inama è favorevole al passaggio a una forma di allevamento a spalliera che permetterebbe di aumentare la densità di ceppi per ettaro. A una mia domanda diretta su questo punto mi risponde che probabilmente una forma di allevamento a lira sarebbe quella migliore.

Un altro aspetto che viene sottolineato è la sensibilità del vitigno alla pioggia sia in fase di fioritura, in cui l’impollinazione viene a essere danneggiata provocando la colatura, sia in fase di maturazione, in cui possono sopraggiungere facilmente muffe e marciumi. Un’altra situazione sfavorevole è la combinazione formata da alta umidità e alta temperatura che può innescare attacchi botritici.

Si parla anche di affinamento in legno, indispensabile per la stabilizzazione del colore e un miglioramento della longevità, ovviamente il rovere, sebbene fosse pratica corrente fino a poco tempo fa, utilizzare botti di castagno e, addirittura, di larice: quest’ultimo materiale veniva utilizzato soprattutto per il trasporto del vino poichè più robusto.

La conferenza termina con una degustazione di tre diversi teroldego prodotti in zone diverse, rispettivamente a Mezzocorona, Mezzolombardo e Grumo, allo scopo di sottolineare le differenze legate alle diverse posizioni nella stessa Piana Rotaliana.

Mezzocorona evidenzia maggiore concentrazione, colore ma tannini più ruvidi, Grumo note meno accentuate ma un tannino più morbido, Mezzolombardo una bocca meno piacevole rispetto agli altri due ma profumi più delicati. Una mia opinione riguardo questa degustazione comparativa è che, secondo me, molte di queste considerazioni sono anche influenzate dalle pratiche di cantina oltre che dal terroir. La giornata è finita, e mi restano ancora delle perplessità riguardo questo vino che, pur riuscendo a esprimersi a livelli di piacevolezza molto alti, non ritengo essere neppure potenzialmente in grado di riuscire a essere il miglior vino italiano. Ritornerò nel Campo Rotaliano, per un secondo giro nel quale vorrò anche sentire l’opinione di chi ha contribuito a portare questo vino così in alto.

Resoconto della giornata del 30/8/2002

5 gennaio 2003