Inizia, con questo contributo, la collaborazione di Fabio Cimmino, appassionato di vini e prossimo sommelier campano. Buona Lettura!

Campania Felix (un grandangolo di Campania).

L'isola di Ischia, già nota, un bel po' di anni prima di Cristo, con il nome di Pitecusa, è considerata dagli studiosi la culla dell'enologia italica. È infatti qui che sbarcarono i primi coloni Greci portando con se, fra l'altro, la coltura della vite e la cultura del vino. La fama dei vini prodotti in questa area geografica della penisola arrivò, in un continuo crescendo, fino al tempo dei romani, quando i vini della zona del Massico (oggi provincia di Caserta) erano considerati tra i migliori in assoluto.

Purtroppo la fama di questi vini riuscì a resistere, seppur attraverso varie vicissitudini, solo fino agli inizi del secolo scorso, quando subì un grave colpo a seguito dell'arrivo, fra l'altro piuttosto tardivo rispetto ad altre aree del continente, della filossera. Infatti, dopo la filossera, l'auspicata ripresa della viticultura non fu mai realtà, relegando sempre più questa regione a serbatoio di uve e vini da taglio (destino comune ad altre regioni del sud quali Puglia e Sicilia) per produttori del centro-nord, sia d'Italia che d'Europa. La politica comunitaria di incentivazione agli espianti fece il resto, ed è solo grazie all'opera "illuminata" di alcuni produttori che è stato possibile salvaguardare quello che rimaneva di un glorioso passato e soprattutto del patrimonio ampelografico di questa regione. Sto parlando dei Mastroberardino in Irpinia e non solo, di Moio nel casertano, di D'Ambra a Ischia, e di non molti altri. Grazie a questi, in questi ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria rinascita della viticultura Campana di cui cercheremo di dare testimonianza.

Passiamo ora ad un primo approccio alle Denominazioni d'Origine, ai vitigni e alle aree geografiche che ad esse fanno riferimento, riservandoci di approfondire successivamente queste prime generiche notizie.

Principali DOC e vitigni a bacca rossa presenti in purezza e/o in uvaggio sul territorio campano: (in ordine puramente casuale)

TAURASI
È sicuramente il vino più importante della Campania, di cui è l'unica DOCG, ma anche vino di caratura nazionale ed internazionale. L'Aglianico di queste zone, siamo nella provincia di Avellino, è molto diverso dall'aglianico del beneventano e di altre aree vinicole della regione (vedi Caserta e Salerno) ed ha poco o nulla a che vedere con quello che viene coltivato nel Vulture (Basilicata) e in alcune zone della Puglia (Bari e Foggia), dove pure si ottengono buoni risultati. Si tratta di un vitigno che dà vita ad un vino molto strutturato, longevo, molto tannico, con elevata acidità, vitigno che ha bisogno di raggiungere la piena maturazione in vigna prima ancora di poter originare vini di un certo spessore. In questa zona operano molte aziende di buon livello come Feudi di San Gregorio, Antonio Caggiano (splendida da visitare la sua cantina), Mastroberardino (che un tempo era l'unica azienda degna di nota dell'intero panorama regionale e che oggi sta vivendo una fase di appannamento, speriamo passeggera...), Salvatore Molettieri (con i suoi vini alquanto "tradizionali"), Terredora (sempre un Mastroberardino), Struzziero, Giulia, Marianna e Montesolae tra gli emergenti, per citare solo parte dei nomi più importanti e le produzioni più rilevanti e facilmente reperibili sul mercato.

C'è stato un tempo in cui si pensava ad una strettissima parentela di questo vitigno con il Nebbiolo e che addirittura quest'ultimo ne fosse una sua derivazione-mutazione genetica, oggi non se ne parla quasi più, ma è ad ogni modo ritenuto, insieme al barbera e al nero d'Avola, tra i vitigni che vedremo protagonisti del prossimo futuro!!!

LACRYMA CHRISTI DEL VESUVIO - ROSSO (che si chiama così perchè si racconta che quando Lucifero fu scacciato all'Inferno rubò un pezzo di Paradiso e Cristo pianse alla vista di tale scempio versando le proprie lacrime in quell'area donandole fertilità e prosperità...). Ottenuto principalmente da uve Piedirosso in uvaggio con altre uve rosse autoctone e in particolare con l'Aglianico, questo vino, come molti altri prodotti in Campania, è caratterizzato dalla natura vulcanica dei terreni sui quali le uve vengono coltivate. È bene ricordare che oltre al Vesuvio abbiamo il vulcano di Roccamonfina nel casertano, la zona dei Campi Flegrei nel napolateno (dove proprio grazie a questi terreni si produce, probabilmente, la migliore Falanghina) e che queste rocce sott'acqua raggiungono l'isola di Ischia (isola importante per la produzione di vini, bianchi in particolare, caratterizzata per il tipo di viticultura che vi si pratica, molto disagiata a causa di ripidi terrazzamenti e paragonabile a quella "eroica" di altre zone, tipo Val d'Aosta, Valtellina, Cinqueterre, e che proprio per tale motivo ha rischiato più volte l'abbandono).

Il Lacryma rosso è un vino molto piacevole ed il vitigno che ne è alla base, il piedirosso. viene coltivato dappertutto in Campania (isole comprese). È meglio noto da queste parti come Per'e palummo (piede di palombo - il peducolo assume un colore rossastro che ricorda appunto il piede di un colombo). Per le sue caratteristiche di piacevolezza e morbidezza viene spesso utilizzato negli uvaggi per stemperare il carattere impetuoso dell'aglianico. Difficile suggerire qualche produttore non essendo che da poco l'area, quella vesuviana, vocatasi ad una viticultura di qualità. "Classica" la versione di Mastroberardino, interessante quella di de Falco.

GRAGNANO e LETTERE
Si tratta di due rossi frizzantini (il primo si differenzia per una vena più amabile). I Lambrusco del sud. Vanno ricordati tra i vini prodotti nella penisola sorrentina per l'abbinamento privilegiato sulla pizza come valida alternativa alla birra. Il produttore più conosciuto e presente per questi vini è Cantine Grotta del Sole e, in alternativa, il più piccolo De Angelis. Sono diversi i vitigni autoctoni minori, patrimonio esclusivo di queste zone, che concorrono in uvaggio con il piedirosso per la realizzazione di questi vini.

FALERNO DEL MASSICO - ROSSO
È il vino più importante della provincia di Caserta, soprattutto perchè si dice che fu il primo grande vino di tutti i tempi, già all'epoca dei romani, con il nome di Gauranum. Viene prodotto, anche questo vino, con uve aglianico, ma in questa zona c'è anche chi coltiva il primitivo previsto dal disciplinare, come nel caso dell'interessantissimo prodotto proposto dall'azienda Moio di Mondragone. Il più celebrato Falerno rosso base aglianico disponibile in commercio è ,invece, attualmente, quello di Villa Matilde: il Vigna Camarato.

Sempre l'area a nord di Caserta è conosciuta anche con l'appellativo di Terra di Lavoro, ed è proprio questo appellativo che dà il nome ad un altro tra i più famosi vini campani, uvaggio di aglianico e piedirosso, prodotto dalla Azienda Fontana Galardi, quasi impossibile da trovare purtroppo, data l'esigua quantità prodotta.

Infine tra le altre aziende che operano nelle provincia di Caserta, fuori dalla DOC Falerno, sono da segnalare Telaro nella zona di Roccamonfina (DOC Galluccio) e Vestini Campagnano che lavora su alcuni "curiosi" vitigni autoctoni misconosciuti (il pallagrello bianco e rosso e il casavecchia).

Si producono vini DOC e non solo sempre a base aglianico, anche nell'area della Costiera Amalfitana e del Cilento, rispettivamente a sud e a nord della provincia di Salerno. Sono molto quotati ad esempio i vini di Marisa Cuomo a Furore, Ettore Sammarco a Ravello, Giuseppe Apicella a Tramonti in costiera, ed i vini di De Concilis, Maffini e Montevetrano nel Cilento. Tutti hanno ricevuto svariati riconoscimenti da parte della stampa specializzata. Solo a Montevetrano si produce in realtà un vino base cabernet con solo una piccolissima percentuale di aglianico.

Aglianico e piedirosso sono infine protagonisti insieme ad altri vitigni minori di alcune DOC del Beneventano (Solopaca, Sannio e Taburno). Questa area è stata per anni, e continua ad essere spesso ancora oggi, solo un grande serbatoio di uve, terra di vino sfuso e bottiglie di profilo pittosto basso. Le uniche aziende meritevoli di menzione sono Mustilli, Corte Normanna, Assini, Venditti, Ciabrelli, Ocone ma soprattutto alcune grosse strutture cooperative tra cui la Cantina Sociale del Taburno, che quest'anno ha avuto un vero exploit tra trebbicchieri e cinquegrappoli. Ricordiamo inoltre la Cantina Sociale di Solopaca,che produce un aglianico dall'eccezionale rapporto qualità-prezzo, e le "ristrutturande" La Guardiense e Vinicola del Sannio, impegnate in un vero e proprio progetto di rilancio di immagine e di innalzamento qualitativo della loro produzione.

Curiosità: nell'area del Cilento così come del Sannio beneventano ci sono anche produzioni, non irrivelanti, di barbera e di sangiovese (reimpianti dell'epoca post-filossera) che rientrano in talune DOC e con le quali si producono, in purezza, dei vini talvolta interessanti (ricorderemo le barbera della Cooperativa Val Calore nel salernitano e dell'Antica Masseria Venditti nel beneventano). Ad ogni modo si tratta il più delle volte di vini di piacevole e pronta beva.

Ed eccoci ora alle DOC e ai vini a bacca bianca.

ASPRINIO D'AVERSA
L'abbinamento più noto per questo vino (al quale deve parte della sua notorietà il vino stesso) è con la "mitica" mozzarella di bufala prodotta proprio nell'area aversana con eccellenti risultati. In linea di massima, però, a causa della sua eccessiva connotazione acida, non si tratta di un vino molto quotato. Piuttosto, proprio per questa sua carattteristica, viene preferita qualche sua versione spumante come ottimo aperitivo. Grotta del Sole produce entrambe le versioni con discreti risultati, lo stesso dicasi per le Cantine Caputo, azienda emergente, ed I Borboni. Sicuramente l'Asprinio d'Aversa va comunque e soprattutto ricordato per il suo particolarissimo e antichissimo sistema di allevamento, detto ad alberata. Per realizzare questa tecnica di coltivazione si piantano pioppi, che vengono poi utilizzati come sostegno (la vite maritata degli antichi etruschi). Tecnica che, durante la vendemmia, dà vita ad uno spettacolo veramente unico, con questi enormi scaloni sui quali si arrampicano, impavidi, i contadini per raccogliere le uve.

FIANO D'AVELLINO
È il vitigno a bacca bianca più importante, destinato insieme al greco di Tufo a diventare DOCG. È ritenuto una valida alternativa agli omologanti vitigni internazionali come lo chardonnay o il sauvignon, sia perchè regge bene il legno, sia per la sua longevità, per la complessità dei vini che origina e, naturalmente, perchè si tratta di un vitigno autoctono. Si distingue per la sua particolare intensità aromatica caratterizzata da un marcato sentore di nocciola (la cui coltivazione è da sempre omnipresente in quei territori). Sicuramente, insieme al verdicchio, è considerato il vitigno autoctono italiano a bacca bianca più interessante del momento!

GRECO DI TUFO
Tufo è il nome del piccolo paese epicentro della produzione di questo vino e prende il nome, manco a dirlo, dalla composizione del terreno. È l'alter ego del Fiano, caratterizzato da una maggiore acidità e minore aromaticità. È inutile dire che entrambi i vini si sposano egregiamente sullle preparazioni di pesce della costa, ma non rinunciate ad un abbinamento più azzardato su qualche preparazione di pasta al ragù e carni bianche saporite. Il Greco su quelle più semplici, mentre il Fiano su quelle più elaborate. Come greco e fiano vengono coltivati anche al di fuori delle zone di origine nel Cilento e nel Beneventano (e anche in altre regioni: il fiano ad esempio in Sicilia, dove Planeta, con il suo "Cometa", ha ricevuto numerosi riconoscimenti quest' anno).

FALANGHINA
La zona di elezione di questo vitigno sono i Campi Flegrei dove la spiccata aromaticità che caratterizza questo vino viene ben equilibrata dalla vena acida. Non ha questa connotazione la versione che viene ottenuta in altre zone tipo il beneventano o il casertano, più morbida e meno ricca di nerbo, dove si stanno invece avendo buoni risultati con alcune vendemmie tardive veramente interessanti, così come alcune release in barrique. Non è comunque un vitigno molto apprezzato dai "sommelier" a causa della estrema semplicità (?!) dei vini che ne derivano. È previsto fra l'altro dal disciplinare del Falerno del Massico bianco e in alcune DOC della costiera amalfitana e beneventane.

CODA DI VOLPE
È un vitigno che origina vini piuttosto morbidi e semplici, e che viene usato in purezza o quasi per la Lacryma Christi Bianca (il vitigno nell'area vesuviana prende il nome di "caprettone") ovvero, proprio per questa sua caratteristica, in uvaggio con le falanghine più ricche di nerbo. È molto piacevole ed è coltivato, oltre che nell'area vesuviana, un pò dovunque, anche se i risultati più interessanti si stanno vedendo ancora una volta nel Taburno (e nel Sannio, sempre nella provincia di benevento) terra dalle potenzialità in gran parte ancora inesplorate.

Dimenticavo Ischia: biancolella, forastera, uva rilla ed altri nomi fantasiosi indicano vitigni che sono esclusivamente coltivati su quest'isola, originano vini semplici, genuini, che ben si sposano con il mare ed il sole, in un modo unico ed inimitabile. Qui operano la famiglia D'ambra e le Cantine Pietratorcia, accanto a piccoli produttori locali.

Dal prossimo articolo cercheremo di approfondire ad uno ad uno tutti gli argomenti che ora abbiamo solo superficialmente accennato.
Cominceremo proprio dalle isole: Ischia e Capri.

Alla prossima,

Fabio Cimmino
(24/2/2002)