Toscana, 500 ettari per le nocciole di Ferrero: botta e risposta Slow Food-Confagricoltura

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“La sostenibilità è la chiave per costruire l’agricoltura di domani: ne siamo pienamente convinti e crediamo che sia la leva principale da attivare per favorire il ricambio generazionale e l’efficacia economica delle nostre aziende agricole”. Così Marco Neri, presidente di Confagricoltura Toscana, interviene sulle osservazioni avanzate dalla Condotta Slow Food del Valdarno, secondo la quale il progetto promosso dall’associazione e da Ferrero per destinare 500 ettari di terreni alla coltivazione delle nocciole metterebbe a rischio la biodiversità e l’ambiente nel suo complesso.

“Non c’è alcuna evidenza del fatto che l’impianto dei noccioleti nei termini previsti dal nostro accordo con Ferrero possa mettere a rischio l’ambiente – continua Neri -. C’è evidenza del contrario, cioè del fatto che i nostri produttori avranno garantito l’acquisto di una elevata percentuale di prodotto ad un prezzo preventivamente concordato”.

Nella due giorni che si è svolta a Roma durante lo scorso week-end per “festeggiare” i primi cento anni di Confagricoltura, spiega il presidente Toscano, “abbiamo tracciato le linee guida per il nostro futuro, che ruotano proprio attorno ai concetti di innovazione e sostenibilità. Gli imprenditori agricoli sono i primi a sapere che l’ambiente va rispettato, perché dalla sua tutela traggono il proprio sostentamento. E siamo i primi a riconoscere nella sostenibilità l’arma da usare per far entrare i giovani nelle aziende e per garantire una sufficiente redditività delle nostre attività. La sostenibilità ambientale, economica e sociale è il nostro principale obiettivo. Ci lascia a dir poco perplessi chi pretende di subordinare la libertà di impresa non alla reale tutela dell’ambiente, ma a prese di posizione ideologiche e prive di riscontri oggettivi”.

L'AcquaBuona

3 COMMENTS

  1. Direi che il problema è molto più ampio e importante del fatto che le nocciole vengano o no dall’Italia ma più che altro che una coltivazione fortemente impattante, anche per la elevata suscettibilità alla cimice asiatica che in Piemonte obbliga a svariati trattamenti per difendere il raccolto, sia propagandata come una garanzia di reddito, senza pensare che come oggi si spostano dalla Turchia all’Italia , domani possono fare precisamente il contrario lasciando un territorio inquinato e sfruttato. Sono purtroppo dinamiche già viste nel settore cerealicolo e sementiero, dove i coltivatori sono indotti anno dopo anno a seguire i diktat delle industrie piantando ogni anno sementi e varietà diverse. Bisogna che gli agricoltori imparino a non seguire una mera illusione di guadagno che ha come controparte l’isterilimento delle campagne ma a prendere il controllo delle proprie aziende salvaguardandone il patrimonio più importante che è la fertilità dei suoli e il reale contributo allo sviluppo e alla integrazione nella comunità in cui vivono.

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