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Scrivere di Antinori, o dei tempi che cambiano

Io che scrivo di Antinori. Minimo minimo cambia il tempo. Sì, non ho mai scritto di Antinori. Tante le ragioni, a farmi buona compagnia. Oggi però, di fronte a questo trittico d’antan, di ragioni non ne ho più.

Solaia ’87, Tignanello ’89, Chianti Classico Villa Antinori Riserva ’55: i primi due pressappoco delle bombe. Chiara l’impronta, eccezionale la tenuta, eloquente la vitalità. Che equilibrio, che portamento!
Mi chiedo: ma da quei tempi là in avanti è stata come dispersa una strada, stilisticamente parlando, o sono io che non ci ho capito una mazza?

Il terzo è una reliquia a cui gli anni e la veneranda età non hanno ancora tolto del tutto il “senso” del vino. Caffettoso, terroso e fungino ai profumi, sospeso ad una stupefacente “corda” acida al gusto, corda che si tende.

Non avevo mai scritto di Antinori. Non avevo mai scritto dei loro vini. Fuori piove già.

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