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Vino e birra: sfida al K.O. Corral

Scrivo K.O. perché, nella suddetta sfida, mi sono trovato io al tappeto. Non ho perso ai punti, insomma: mi hanno proprio asfaltato. Ma andiamo con ordine.
Qualche sera fa mi sono fatto trascinare – controvoglia: avevo programmato di restare a casa a vedermi per la ventesima volta Ultimatum alla Terra, quello del 1951 – in un gastrofighettpub. Un incrocio, per capirci, tra un vecchio pub inglese e un ristorante gastrosnob. Luci soffuse in un contesto di design post-industriale, tipo vecchia officina meccanica ristrutturata; inservienti usciti da una stampa di fine Ottocento, con barbe curatissime e baffi da pilota di velocipede (però con una fascia rasata a zero all’altezza delle tempie); bancone stile western con spillatori (o come cavolo si chiamano) per almeno una dozzina di birre artigianali.

Mi correggo, di birre craft. Il termine artigianale qui non è ammesso. Anzi, la scintilla da cui è partita tutta la querelle sta proprio qui. Dal fatto che io abbia rubricato, in modo naif mi rendo conto, una IPA come “buona birra artigianale”. E che, onta su onta, l’abbia pure temerariamente paragonata “a un buon vino artigiano”. Apriti cielo.

Non andava per niente bene:

a) che io avessi usato il termine “artigianale”
b) che io, soprattutto, avessi osato proporre l’orrido paragone tra una birra e un vino. La qual cosa è apparentemente considerata l’ultima e più grave bestemmia tra birrofili.

Ho provato a spiegarmi con pacatezza, forte del fatto che ero manifestamente il più sobrio del locale. Ma non è servito. Mi sono dovuto sorbettare una concione stereofonica – perché tenuta da due fanatici, uno presso l’orecchio destro, l’altro presso il sinistro – sulla incontrovertibile superiorità della birra verso il sopravvalutato vino. Con tanto di argomentazioni su tradizione millenaria, personaggi celebri, complessità aromatica, fiori, frutti, città.

Ho lasciato il posto “scornato, avvilito, col fare di un gatto su cui si sia rovesciato un acquazzone”, nella parole del gran lombardo. E pensare che io, tra gli enofili, mi considero tra i più birrofili, pur senza capirci una mazza.

Così scrivevo sul tema più di dieci anni fa:

All’epoca del Gambero Rosso Channel io e Marco Bolasco ci divertivamo a registrare una rubrica televisiva che si chiamava – con poca originalità – Vino e Birra. “Divertimento” è un eufemismo per non usare il termine romanesco più appropriato, ma certo più volgare, vale a dire “cazzeggio”. L’impegno professionale non mancava, beninteso. Ma come sappiamo, chi non scherza non è serio. (…) Marco mi ha regalato tre birre che forse posso definire, da profano della materia, “bottiglie d’autore”: due belghe, la Saison Cazeau e la Duchesse de Bourgogne, e l’italiana Duchessa.

Dove sto andando a parare? Al fatto che, stappate e bevute con grande soddisfazione in quest’ultima settimana, queste birre mi hanno spinto ancora una volta a fare un confronto diretto con la piacevolezza che dà un buon vino. Mettiamo da parte, per cortesia, i soliti pregiudizi: sono due bevande imparagonabili tra loro, per storia, tecnica e cultura; l’intero impianto organolettico è diverso, è come accostare una poltrona a un citofono; fino al più classico e rozzo dei luoghi comuni: “il vino è complesso, la birra no”.

A parte il fatto che la Saison Cazeau ha una ricchezza aromatica e un gioco di chiaroscuri gustativi da fare invidia a un Puligny-Montrachet, resta per me molto chiaro a questo punto che per avere una delicatezza tattile, una bevibilità, un equilibrio, insomma un piacere paragonabile (e ho specificato in che senso paragonabile) con un vino bisogna spendere non 8, ma 40, 50 e magari 100 euro.”

Non esattamente una posizione da monomaniaco del vino, insomma. A distanza di tanti anni non posso che confermare. Il piacere fisico immediato che mi dà un sorso di birra (nel caso del mio palato ignorante, una Pils o una Lager o simili) ha una forza comunicativa che non trovo se non nei vini più intensi e profondi.
E adesso vediamo se in conseguenza di questo pezzo, dopo il ko con i birrofanatici, mi toccherà finire ko con i vinofanatici.

 

2 Comments

  • lamberto tosi ha detto:

    Ho amici birrai di altissimo livello e rispetto il lavoro e la passione che ci mettono ma, e qui dò corpo alle aspettative di Fabio Rizzari, ritengo che vino e birra abbiano poco da spartire sul piano della tecnica e della territorialità, a parte il buon vecchio Saccaromyces cerevisae. A parte i birrai agricoli, gli altri acquistano le materie prime in qualsiasi parte del mondo, hanno la possibilità di aromatizzare il prodotto con qualsiasi cosa (dai fondi di caffè alla scorza di arancia p.e.); la birra ha un ciclo produttivo completamente slegato dall’ambiente e dalla stagionalità (i migliori birrifici depurano e modificano l’acqua a loro piacimento prima di utilizzarla). Anche la rifermentazione in bottiglia, oggi sinonimo di artigianalità, avviene come è giusto in camere termostatate che consentono lo svolgimento del processo in tempi certi. Questo non significa dare un valore di merito ma solo chiarire le differenze fondamentali tra un vino dop o igp e una birra anche artigianale. Nel vino è d’obbligo l’elaborazione legata all’origine, nella birra ha molta più importanza lo stile e la categoria. Poi il giudizio estetico lo lascerei al singolo degustatore.

  • Filippo ha detto:

    Si riferisce com’è ovvio ai Puligny metodo Charmat, giusto?

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